Cosa nasconde la riforma costituzionale e perché c’entra con noi di Clash City Workers

Per i suoi fautori, la riforma costituzionale sarebbe la panacea di tanti di quei mali che notoriamente affligono il nostro paese. Taglia le spese della politica, semplifica la macchina burocratica, da’ adeguata rappresentanza alle regioni, svecchia il paese…

Era dai tempi del contratto a “tutele crescenti”, quello per cui se ti licenziano e un giudice dichiara illegittimo il licenziamento ti spetta al massimo qualche mensilità di risarcimento, che non sentivamo il Governo Renzi ribaltare a tal punto la realtà.

Certo, c’è qualche elemento di verità a cui la propaganda può appigliarsi: con la riforma verrebbe ridotto il numero di parlamentari, il Senato perderebbe molte funzioni e sarebbe composto da rappresentanti regionali, verrebbe abolito l’inutile CNEL. Ma è fumo negli occhi. Lo dimostrano le tante analisi tecniche che rilevano gli innumerevoli conflitti di attribuzione che potrebbero sorgere tra camera e senato e l’opacità dei meccanismi elettivi e delle funzioni del senato stesso. Tutti fattori che rischiano di rallentare, anziché velocizzare, il processo legislativo. Anche un bambino, poi, si rende conto che se si volessero abbassare i costi della politica basterebbe che si tagliassero gli stipendi e le indennità di parlamentari e ministri. Al massimo, secondo le stime dei contabili nazionali, questa riforma produrrebbe un risparmio di qualche centinaia di milioni di euro (meno di un millesimo del bilancio statale).

Dove incide davvero la riforma è nell’accentramento del potere nelle mani dell’esecutivo, che grazie alle modifiche introdotte avrà di fatto la possibilità (ad esempio grazie al c.d. voto “a data certa”) di dettare l’agenda a un parlamento ormai privo di una delle due camere e paralizzato dai dieci nuovi tipi di iter legislativi che prevederebbe la nuova costituzione (mentre in quella attualmente vigente ce n’è solo uno… altro che semplificazione!). Un accentramento che conferma una tendenza già in atto, la cui manifestazione lampante è l’uso indiscriminato dei decreti legge e delle leggi delega degli ultimi anni. Misure che dovrebbero essere riservate a casi di necessità e urgenza che permettono di aggirare il dibattito parlamentare e che per questo non dovrebbero riguardare questioni essenziali del paese, ma che invece sono dilagate toccando anche temi centrali come, ad esempio, il mercato del lavoro: le due parti di cui è costituito il Jobs Act consistono, infatti, in un decreto legge (decreto Poletti) e in una legge delega (quella sul famigerato contratto a tutele crescenti) dal contenuto molto vago rispetto al decreto legislativo poi approvato.
Questa stretta autoritaria è ancor più visibile se la si associa alla legge elettorale approvata l’anno scorso, il cd “Italicum”, grazie al quale un partito che ottenga un risultato elettorale anche lievemente superiori agli altri, e quindi comunque poco rappresentativo della volontà popolare, avrebbe praticamente l’intera Camera a disposizione. E quindi l’intero parlamento, grazie alla riforma costituzionale! E, sempre grazie alla riforma, la possibilità di influenzare clamorosamente l’elezione degli altri organi vitali dello Stato, come il Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale.

Proprio per rispondere a queste accuse ora Renzi sta provando a cavarsela con una delle sue solite sparate, promettendo di cambiare, prima del voto referendario, quella legge elettorale che tanto aveva voluto. O forse a pesare è stato il timore di veder finire il giocattolo in mano ai 5 stelle. Un esito imprevisto per chi vorrebbe controllare tutto e che confermerebbe che in effetti lo scopo di queste riforme è proprio quello di concentrare e monopolizzare il potere. Un annuncio comunque assolutamente irrealistico considerata la guerra che dovette fare per far ratificare l’Italicum e che adesso si intreccerebbe con l’approvazione della manovra finanziaria, come rilevano tutte le opposizioni compresa quella interna al PD.

Non mettiamo però limiti alla fantasia e all’intraprendenza del nostro premier. Perché tanto per cogliere il succo della riforma costituzionale non è necessario: sono le stesse dichiarazioni dei suoi fautori a confermare che serve a consolidare, costituzionalizzandole, quelle tendenze all’accentramento del potere che già sono in corso. Da ultimo lo ha detto Poletti nell’intervista su Sky Tg24, in cui ha parlato della “spallata” che è stata necessaria per far approvare il Jobs Act e ha aggiunto, parlando del referendum, che “abbiamo bisogno di cambiare l’impianto costituzionale, perché con la tecnologia che viaggia veloce due camere che si rimpallano le leggi perdono troppo tempo”. L’obiettivo è quindi quello di avere le mani abbastanza libere così che “spallate” come quella del Jobs Act siano l’iter normale di un Governo che ha sempre meno bisogno del consenso del parlamento. Che è poi il motivo per cui la riforma piace al Wall Street Journal e all’Economist, per cui l’ambasciatore americano John Philipps ha pubblicamente dichiarato la sua approvazione e, non dimentichiamolo, per cui Confindustria è tra i suoi principali sponsor.
A loro è dedicata una riforma che secondo Renzi ci permetterebbe di essere “all’altezza dei ritmi dettati dalla globalizzazione”. Che non vuol dire nient’altro che asservirsi ai dettami dei mercati finanziari e dei capitali internazionali, adeguarsi alle loro leggi per farsi dettar legge – e leggi! – da loro. Non porgli più ostacoli, rinunciando a governarli per governare, invece, secondo i loro diktat.

E cosa significhi essere “attraenti”per gli investitori esteri lo spiega lo stesso Governo nel recentissimo “InvestinItaly”, documento ufficiale dedicato proprio a essi, quando parla della manodopera a basso costo e molto qualificata che gli viene offerta dalle riforme del mercato del lavoro e del sistema scolastico. Cosa significhi invece essere “competitivi” lo diceva già la Banca Centrale Europea, principale garante della stabilità finanziaria, sin dalla famosa lettera del 2011 in cui obbligava a manovre lacrime e sangue fatte tagli al welfare e privatizzazioni. La riforma servirà a imporre con sempre maggiore facilità queste misure dichiaratamente impopolari – o meglio, antipopolari. A questo serve rafforzare un governo debole perché sempre più privo di consenso: a blindarlo rispetto al dilagare del dissenso. Un dissenso che deve essere incapace di esprimersi politicamente ed essere quindi “governabile”, come piace dire ai fautori della riforma.

Che questo poi ci faccia uscire dalla crisi sono balle della propaganda per il “Sì”, che già prospetta catastrofi economiche qualora la riforma non venisse approvata. La verità è che ai padroni, che siano quelli dell’economia “reale” o quelli della finanza, non gli basta mai. Più ottengono più vogliono, più hanno libertà più azzardano. Approfittano del potere che concentrano per essere intoccabili: troppi grandi per fallire, troppo grandi per essere scontentati, possono imbarcarsi in imprese speculative sempre più rischiose facendone ricadere il costo sulla collettività. Gli addetti ai lavori lo chiamano “azzardo morale” ed è il frutto di quel ricatto permanente esercitato dai capitalisti sui Governi che non salvano le banche in difficoltà, su quelli che pretendono di tassare troppo i loro profitti, su quelli che non gli svendono il patrimonio pubblico. Insomma su tutti quelli che non assecondano prontamente le esigenze dei giganti dell’economia globale in competizione tra loro, o su tutti quelli che ancora non si sono arruolati in questa guerra travestita da concorrenza. La riforma costituzionale è allora l’ennesima arma di cui li nostro Governo si dota per essere in prima linea. E noi siamo la carne da macello.

Per questo, lungi dal risolverle, l’obiettivo della riforma costituzionale è quello di gestire crisi e catastrofi di modo che i loro costi possano essere scaricati su di noi. L’agognata stabilità interna serve a far fronte all’instabilità esterna, a saltare il dibattito democratico nei momenti di “emergenza”, come quando è stato imposto il governo tecnico di Monti nel 2011 e come ancora si fa quando si delega a tecnocrati la soluzione di problemi politici. Uno degli ultimi ostacoli da rimuovere perché possa avverarsi è rappresentato da quelle costituzioni “uscite fuori dalla lotta contro il fascismo”, che “risentivano dell’influenza socialista” e che quindi prevedono, tra le altre cose, “la protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori” e il “diritto di protestare di fronte a cambiamenti non graditi”. Sono le testuali parole di un famigerato documento della JP Morgan, nota banca d’affari americana, in cui si individuava nelle riforme costituzionali una delle chiavi per risolvere la crisi dell’eurozona. E a dirlo è la stessa banca d’affari che fu multata dal tesoro statunitense per 13 mld di dollari per il suo ruolo nella crisi finanziaria del 2008 e che ora accusa i sistemi democratici fondati sul consenso dei propri cittadini di “alimentare il clientelismo politico”, quando la prima, più clamorosa e intollerabile forma di corruzione è quella – legale!- che permette alle massime cariche istituzionali di andare e venire dal mondo finanziario partecipando ai suoi lauti banchetti (l’ultimo è il caso dell’ex presidente della Commissione UE, Barroso, di recente diventato consulente di Goldman Sachs).

Ci sono tanti modi per rendere impossibile la democrazia, che poi significa letteralmente “potere del popolo”. Si può condannare la maggioranza della popolazione ad ammazzaresi di lavoro e a non poter pensare a nient’altro, oppure alla disoccupazione e alla povertà, costringendoli alla ricerca continua di espedienti con cui arrabbattarsi. Più in generale si può consegnare il popolo all’ignoranza e all’impotenza quotidiana, alimentando il rancore e l’ostilità reciproca e lasciando che nelle divisioni che lo lacerano covino gli istinti più distruttivi. Legittimando così ulteriormente ipotesi tecniche e autoritarie, che si presentano come l’unico argine possibile alle tendenze barbare e violente dei cosiddetti “populismi”.

Da tutto questo la nostra carta costituzionale ci ha difeso solo in parte, nonostante i princìpi di uguaglianza e solidarietà che enuncia così chiaramente. Anche perchè questi non saranno mai realizzabili finché la minaccia della disoccupazione ci costringe a vendere il nostro tempo e le nostre migliori energie a chi è pronto a sfruttarle per farci profitti. La democrazia sarà soltanto un’ideologia finchè la maggior parte della nostra giornata la passeremo a obbedire a un padrone.

Combattere per il no, quindi, non significa difendere quella costituzione che non è riuscita a difenderci. Significa rispondere all’attacco di chi ci attacca. Sulla base di nient’altro che dei nostri interessi.

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