La ragazzina violentata e il brodo di incultura maschilista di Maria Mantello

«In questa storia non ci sono vittime e carnefici, ci sono solo vittime» ha detto alle telecamere don Alessandro Cirillo, con ineffabile ecumenismo mettendo sullo stesso piano la ragazzina di Sarno e i cinque balordi che l’hanno violentata nella notte tra il 26 e il 27 giugno in un garage di S. Valentino Torio.

E ci mancava solo che, nel mantra della peggior defezione morale clerical-perdonista, aggiungesse che la giustizia non è di questo mondo.

Comodo per i carnefici! E non a caso quelle parole del parroco di S. Giacomo Maggiore Apostolo – responsabile anche del “Settore Carità e Fragilità” e direttore della “Caritas Diocesana”- siano state prontamente riprese nelle dichiarazioni alla stampa di uno degli avvocati di quei ragazzi, il cui arresto è stato confermato per stupro e sequestro di persona.

Ancora una volta si ripresentano le inquietanti profonde connivenze in cui la sottocultura misogina galleggia. E che di fronte a una donna stuprata, continua a fissarla al dualismo: “maschio cacciatore, femmina selvaggina”. Un odioso ancestrale schema, che imbellettato di giustificazionismo-buonista diventa: “Guaglioni che hanno sbagliato”, ma che sono “bravi ragazzi”, “ragazzi normali”, “di famiglie perbene”. Affermazioni pubbliche che non sono certo meno gravi (anzi!) dei truci insulti alla vittima, che pure non sono mancati.

Una rappresentazione oscena che giustifica i violentatori “i bravi ragazzi”, che adesso si troverebbero “inguaiati”. Un vergognoso ribaltamento tra vittima e carnefice.

Un corale dell’idiozia omertosa vomitato su chi ha subito la violenza e che avrebbe dovuto tacere. Come tante donne, purtroppo continuano a fare nel Belpaese, dove fino al 1996 la violenza sessuale non era considerato reato contro la persona, ma contro la pubblica morale: come se il corpo della donna, le parti più intime della donna non le appartenessero.

Non individuo, ma proprietà collettiva da usare e abusare, per non spezzare il circolo vizioso della reiterazione maschilista, che  per infettare al meglio necessita di indulgenze e benedizioni.

«In questa storia non ci sono vittime e carnefici, ci sono solo vittime»! Comodo! Troppo comodo!

Una rappresentazione perfetta dell’identità tra malum culpae e malum poenae, che assimilando vittima e carnefice, quest’ultimo (questi ultimi) giustifica.

«Cosa abbiamo fatto di male!» avrebbe esclamato uno di quei “bravi ragazzi” arrestati dai carabinieri del Reparto Territoriale di Nocera Inferiore, grazie alla denuncia di quella ragazzina che non ha accettato di essere selvaggina per “bravi ragazzi”.

Bravi ragazzi che fanno “bravate”, come trascinare a forza una ragazzina in un posto dove nessuno la senta gridare e l’abusano a turno. Una scena da “arancia meccanica”:  chi la blocca e chi violenta. Sapevano e come quel che facevano quei cinque “bravi ragazzi”.

“Deve crescere, deve capire”, ha dichiarato un genitore degli arrestati. Ma cosa c’èe da capire?  E quanto si deve crescere, magari mietendo altre vittime?

È violenza e basta. Violenza studiata e programmata. Sporca e odiosa violenza di delinquenti che sanno benissimo quel che fanno. E che sanno pure di poter galleggiare nel brodo di coltura misogina  sociale.

La vittima resta vittima. Basta con i giochi di capovolgimento che fanno dire a quei “bravi ragazzi”, alla faccia delle telecamere che li hanno visti mentre sequestravano la ragazza e la trascinavano a forza nel garage:  “ma pensavamo che ci stesse!”.

“Pensavamo che ci stesse”, forma edulcorata, di quella postata da amici e parenti dei carnefici sui social forum: “Se fate le troie, questo meritate”.

Ecco la mala educazione di quei bravi ragazzi e del loro clan familista-sociale!

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