Renzi, una disfatta annunciata di Angelo Cannatà

Adesso tutti parlano della sconfitta di Renzi. Troppo facile. Il ballottaggio del 19 giugno ha mostrato – con i numeri – ciò che era evidente da tempo. Può un partito che non è più di sinistra rappresentare le masse popolari? E’ una domanda semplice, che tuttavia ha faticato, non poco, ad entrare nella testa dei cosiddetti grandi opinionisti.

Il “Gruppo Espresso”, attraverso la rivista MicroMega, è tra i primi, insieme al Fatto Quotidiano, ad evidenziare la mutazione antropologica del Pd. Renzi è eletto segretario nel 2013. Pochi mesi dopo – febbraio 2014 – è Premier. MicroMega titola: “Se questo è un leader di sinistra”. Erano già accaduti fatti importanti (e devastanti) annuncio dell’odierna disfatta elettorale. Rileggiamo. E’ un commento al ballottaggio di domenica, scritto con qualche anno d’anticipo.

Se questo è un leader di sinistra.

“Renzi politico o della demagogia”. Potrebbe titolarsi così un libro sul Premier. Demagogia è parola forte, porta con sé – tra l’altro – i concetti di opportunismo e tradimento: il demagogo è, per definizione, anche colui che inganna. Renzi demagogo, opportunista, ingannatore: un attento lettore del Principe. Ma il leader del Pd – è questo il punto – può avere come modello il Segretario fiorentino? Posta la questione preliminare, andiamo al dunque.

1. Renzi ingannatore. Traditore. Il suo “Enrico stai sereno”, poco prima di pugnalare Letta, non è da meno per efferatezza (psicologica, certo, non è più tempo di omicidi politici), dell’azione di Oliverotto da Fermo che uccise lo zio Fogliani, e tutti i notabili che “li andorono drieto”. Inoltre: cos’è se non un inganno, un tradimento quel rifiutarsi ostinato (sorridente, ma brutale) di guardare nel dolore, nell’abisso di sofferenza della gente comune, mentre duetta amorevolmente con Confindustria? Insomma: da che parte deve stare, sui temi del lavoro, dell’economia, della politica, nelle questioni sociali, culturali, civili, un leader di sinistra?

2. Renzi opportunista. Trasformista. Prende i voti da Berlusconi e Verdini, ma anche da Grillo. Nella tradizione dei due forni. Vero. Ma con un’avvertenza – altrimenti siamo alle note “asettiche” e inutili di Stefano Folli – : i patti col Caimano (quelli veri) sono oscuri, segreti, indicibili; stipulati con un pregiudicato che sconta una pena e non ha una visione affidabile, democratica della cosa pubblica. Renzi vuole trattare col Condannato(ricattandolo, tra l’altro: “stai ai patti altrimenti mi alleo con Grillo”) la legge elettorale e la riforma della Costituzione. Vogliamo continuare a chiamarla “politica dei due forni” o prendiamo atto che il cinismo assoluto ne cambia i connotati rendendola perversa, ai limiti, davvero, della sopportabilità? L’eccesso di opportunismo e segretezza e decisionismo autoritario e spavalderia, eccetera, non muta la qualità di una democrazia?

3. Renzi demagogo. E’ l’aspetto paradossalmente più inquietante, nonostante il già detto, perché ai cittadini meno avvertiti sfugge la demagogia di Renzi: gli riesce, per carattere, di camuffarla bene – nei salotti televisivi – la merce contraffatta. Eppure è visibile. Basta uno sforzo. Piccolissimo. Insomma: è possibile davvero guidare un partito di sinistra e governare in nome della sinistra deridendo la forza-lavoro e il sindacato che la rappresenta, cancellando dal proprio orizzonte concettuale la giustizia sociale? Dove sta la coerenza tra il nome e la cosa? Tra i principi e la realtà? Tra i valori e l’azione politica? Norberto Bobbio: ciò che distingue la destra dalla sinistra è “il diverso atteggiamento di fronte all’idea di eguaglianza.” (Destra e sinistra, Donzelli, p. 71). Che c’entra Renzi col principio-cardine individuato da Bobbio?

E’ sotto gli occhi di tutti: il segretario del Pd compie la più rigorosa operazione di destra che si ricordi negli ultimi 70 anni: abolisce il concetto di eguaglianza dal programma – e dalla visione – della più importante forza riformista del Paese. Uno scandalo. Insopportabile. Per chi non l’avesse capito: l’abile demagogo taglia i diritti e ne sbandiera l’estensione; promuove la precarietà e ne proclama la fine; parla di lavoro e pensa al Capitale; usa il manganello e “sta” (dice) con gli operai. Questo è l’uomo. Contesta l’accusa di thatcherismo e di fatto l’incarna, distruggendo le conquiste politiche e sociali dei decenni più maturi della nostra democrazia.

Come non vederlo: colloca il partito nell’area del socialismo europeo, ma difende in ogni circostanza – “ce lo impone la crisi” – le posizioni delle destre europee. Questo è l’uomo. Da posizioni ultraliberiste distrugge lo Stato Sociale. Siamo in presenza del capolavoro politico della borghesia imprenditrice orientata a destra: si fa rappresentare dal leader della sinistra. E’ l’odierna anomalia italiana. Più acuta e lancinante – se è possibile – di quella del Condannato che lavora alla riforma della Costituzione.

D’altronde, mentre gli operai (in carne e ossa) erano a piazza San Giovanni, il demagogo, da Firenze, consentiva al finanziere Davide Serra di cimentarsi sulla necessità di limitare il diritto di sciopero. Non significa niente che, alla fine, abbia preso le distanze. Doveva smarcarsi. Si può volere la marcia su Roma e fingere d’ostacolarla. Conta che da quella fucina di idee – si fa per dire – sia emersa la proposta oscena; che sia proprio Renzi a disperdere e cancellare, nel Partito della Nazione, valori e principi che col nazionalismo non hanno nulla a che fare.

Renzi rappresenta il nuovo? Forse:

a) se nuovo significa scavalcare il Novecento, tornare a rapporti sociali denunciati da Marx, a un lavoro da schiavi senza diritti e dignità (Grundrisse);

b) se nuovo significa svilire il dialogo (discutiamo pure, ma la mia posizione non muta e decido io). Che dialogo è se manca “il mettersi in discussione”? (Socrate);

c) se nuovo significa rifiuto della mediazione: “il governo non tratta col sindacato”;

d) se nuovo significa licenziare senza giusta causa: negare Rawls: la giustizia “è il primo requisito delle istituzioni sociali, come la verità lo è dei sistemi di pensiero”.

E’ inutile farsi illusioni: Renzi sta col Caimano ed è più pericoloso del suo socio. Questo concentrato di cinismo, opportunismo, demagogia, populismo; questa capacità, sorprendente, di tradire uomini e tradire idee non è un bene per il Paese. Urge per la sinistra, quella vera, smettere di litigare e unirsi intorno a un leader credibile (per storia, carattere, tradizione, impegno politico). Piazza San Giovanni ha dimostrato che esiste lo spazio per una nuova azione politica. Mondo del lavoro e precari. Occupati, disoccupati, nuove povertà. Tutti insieme. E’ un’impresa degna d’essere tentata.

Post scriptum. Suscita meraviglia che Papa Francesco sia più a sinistra del segretario del Pd (“l’attenzione ai deboli e ai poveri è nel Vangelo”). In realtà – se escludiamo la trascendenza – Il Manifesto e il Vangelo hanno molto in comune: “sono forze ispiratrici ancora operanti secondo il ‘pragmatismo solidale’ di Richard Rorty” (MicroMega, 4/98). Il punto è che Renzi non si ispira né a Marx né a Cristo. Ha come modello Giuda: “Gesù stai sereno” (10 novembre 2014).

Si dice: il Partito Democratico ha perso le elezioni a Torino e ha subito una disfatta a Roma, non prende più voti nelle periferie operaie. Chiedo: se quelli appena narrati sono i fatti (e i misfatti) che ha messo in atto, poteva accadere qualcosa di diverso? La domanda è quella posta all’inizio: può un partito che non è più di sinistra rappresentare le masse popolari? Infine: si può affermare che abbiamo la Costituzione più bella e, contemporaneamente, rottamarla? La gente non capisce e non vota più Pd. I 5stelle vincono 19 ballottaggi su 20. Inevitabile. E giusto. La politica ha le sue regole. “Il Pd ha bisogno di una rifondazione ideale e di un modo meno aspro di intendere la leadership”, così oggi – 20 giugno – su Repubblica, Stefano Folli. L’ha capito, finalmente. Con due anni di ritardo. Parafrasando Wilde: se è d’accordo con me mi sembra già di essere nel torto.

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