L’irrazionalismo della classe dirigente italiana.Referendum, Massimo Cacciari e Michele Serra non hanno la faccia per dire no

di Luigi Castaldi

Michele Serra scioglie ogni dubbio su quanto il 3 giugno Massimo Cacciari affidava alla penna di Ezio Mauro e ci costringe ad arrossire per l’ingenuità di cui abbiamo dato prova nel segnalare la patente incongruità tra premessa («riforma maldestra») e conclusione («voterò Sì»): non si trattava di un infortunio logico, ma di un «“clic” psicologico». Bastava saper leggere a dovere quel «non abbiamo la faccia per dire no»: «Non abbiamo la faccia, noi sinistra, noi classe dirigente del Paese, noi italiani senzienti e operanti tra i Sessanta e il Duemila (e rotti) – spiega Michele Serra – per giudicare con la puzza sotto il naso il lavoro di un governo di giovanotti avventurosi e forse avventuristi. Dal riflusso in poi (dunque dai primi Ottanta) la sinistra semplicemente ha smesso di esistere se non come reazione stizzita al presente. […] Ora la sola idea che qualcosa accada è più convincente dell’idea che quella cosa possa essere sbagliata». È questo che «impedisce [a Michele Serra, ma anche a Massimo Cacciari, come Michele Serra ritiene di poterci assicurare] di essere antirenziano pur avendo, con Renzi, quasi zero in comune». «Quasi», perché «il papà di Renzi è la sinistra depressa» e «la mamma della Boschi è la bicamerale».

Insomma, «c’è una ineluttabilità, nel renzismo, che da un lato sgomenta, dall’altro chiede di compiersi per il semplice fatto che più niente di davvero significativo si è compiuto, a sinistra, dopo gli anni costituenti e quelli dell’avanzata operaia. Dal riflusso in poi (dunque dai primi Ottanta) la sinistra semplicemente ha smesso di esistere se non come reazione stizzita al presente».

Anche qui sembra evidente una patente incongruità tra premessa («quasi zero in comune [con Renzi]») e conclusione («la sola idea che qualcosa accada è più convincente dell’idea che quella cosa possa essere sbagliata»), ma non faremo lo stesso errore di segnalarla come infortunio logico: se nella sinistra dei Serra e dei Cacciari non è più la logica a spiegare atteggiamenti e a motivare scelte, tutta l’attenzione deve essere spostata a quel «“clic” psicologico» che inibisce in conclusione ciò che in premessa parrebbe non aver ragione di essere inibito. Siamo autorizzati – direi di più: siamo obbligati – a spiegarci atteggiamenti e scelte di quella sinistra non renziana che più o meno obtorto collo a Renzi finisce per dir sempre sì – quella che «se l’avesse fatto Berlusconi, saremmo tutti in piazza a manifestare» – come manifestazioni cliniche di un vero e proprio disturbo dell’adattamento con evidenti segni di una sofferente capacità di giudizio. In pratica, di una nevrosi.

«In Renzi – scrive Michele Serra – vedo la nemesi della sinistra italiana: non esisterebbe, non si spiegherebbe, se non alla luce della verbosa e presuntuosa impotenza che lo ha preceduto e soprattutto lo ha generato». Se è corretto attribuire a «nemesi» il significato di punizione riparatrice, saremmo dinanzi a un Renzi che la sinistra non renziana avverte come necessaria espiazione del peccato di impotenza. Sul piano politico troverebbe sintomo nell’inibizione a un giudizio di merito su quello che Renzi fa, perché sarebbe pur sempre qualcosa rispetto al niente di cui è stata capace la sinistra negli ultimi trenta o quarant’anni, ma allo stesso tempo troverebbe prognosi infausta per tutto ciò che la sinistra ha inteso rappresentare fino a quando ne ha avuto gli strumenti culturali. In tal senso, la sua sostanziale acquiescenza alle tante decisioni politiche prese da Renzi che hanno segnato una drammatica rottura rispetto alla tradizione culturale della sinistra italiana andrebbe letta come ammissione di un fallimento strategico, non tattico.

La sinistra non renziana che vede nel renzismo il Purgatorio necessario per mondarsi dalle proprie colpe è in realtà già all’Inferno: non è chiaro quanto ne sia cosciente, ma di fatto ammette che non le è possibile governare il paese attirando a sé il Centro, ma solo facendosene attirare, per diventare in esso irriconoscibile, pena l’esserne espulsa. Il Partito della Nazione è già nei fatti: prim’ancora che nei maneggi con i verdiniani e i cosentiniani, è tutto esplicito nel «“clic” psicologico» di Massimo Cacciari e di Michele Serra.

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