Non è il ’46 e non potrà esserlo di Franco Astengo

In un suo articolo, scritto davvero in punta di penna, Nadia Urbinati rileva l’impossibilità di confrontarci al referendum costituzionale tra “partigiani amici” e rileva che necessariamente ci si troverà di fronte tra “partigiani nemici”.

La ragione che ha motivato il testo redatto dall’illustre politologa risiede nelle reazioni all’inopinata intervista rilasciata sul tema da Roberto Benigni a “Repubblica” nella quale il comico ha dichiarato il proprio SI’ nella consultazione prevista per Ottobre, precisando (con studiata perfidia e malcelato intento propagandistico) come si tratterà di un SI’ “di testa” mentre il cuore avrebbe battuto per il “NO”.

Hanno dato fastidio all’ossequiente establishment supinamente renziano le reazioni alle dichiarazioni di Benigni, e in particolare ha dato fastidio la riprovazione espressa da Dario Fo (Premio Oscar contro Premio Nobel chiosa Urbinati, quasi a sottolineare il clima, se non da guerra civile, almeno da guelfi e ghibellini).

Dario Fo ha dato fastidio, probabilmente per l’autorevolezza, così come sta dando fastidio (un grande fastidio) l’ANPI per via dell’oggettiva cattedra morale.

ANPI riempita di contumelie, con tanto di partigiani veri e partigiani falsi e con la chiamata in causa, in maniera davvero sconsiderata ,di tutto un Pantheon del Gotha del PCI ; un’operazione sconsiderata davvero misera sul piano morale cui ha adeguatamente risposto dalle colonne del Manifesto, Aldo Tortorella: uno che nel Gotha del PCI c’è stato davvero e per nostra fortuna può testimoniare ancora in diretta.

Sono queste le origini del clima incattivito che si è costruito attorno ad una scadenza ancora lontana e neppure fissata nel tempo: un clima costruito attraverso l’insistere di un modo di far politica basato sull’arroganza e sulla presunta “lesa maestà” allorquando si arriva alla contestazione di un Presidente del Consiglio e di un “giglio magico” arrivati al potere attraverso una manovra davvero “border – line “ rispetto alla Costituzione.

Quella Costituzione dalla quale s’intende davvero fuoriuscire, attraverso queste riforme costituzionali, nel suo aspetto fondamentale: quello della Repubblica parlamentare.

L’idea della centralità del Parlamento (ben al di là del bi o mono cameralismo) è il fondamento sul quale si basa l’equilibrio tra la I e la II parte del nostro Dettato Fondamentale.

Un’idea di fondo che si cerca di superare attraverso il combinato disposto “Senato ridotto a 100 membri già eletti da altre parti” più Camera che rimane a 630 membri eletti in buona parte tra abnorme premio di maggioranza e nominati (all’automatismo riguardante i capilista occorre aggiungere la pluralità delle candidature che consentiranno la scelta dell’elezione tra i primi arrivati piazzati, di forza, al secondo posto).

In pratica la consegna del potere legislativo al solo partito di maggioranza e, di conseguenza, al Governo (solo la Camera voterà la fiducia) . Ben oltre alle stesse questioni riguardanti Presidente della Repubblica, CSM, Consiglio Superiore che qui non si esaminano in dettaglio.

E’ sul punto della consegna del potere legislativo al Governo e alla riduzione del Parlamento a sede di mera ratifica che si fuoriesce definitivamente dalla Costituzione del ’48, quella Costituzione uscita da quella Repubblica scelta dalle italiane e dagli italiani attraverso un referendum del quale si sono appena celebrati, con grande dispiego di retorica, i settant’anni.

Sono questi i motivi per i quali, con buona pace della professoressa Urbinati, non è proprio possibile recuperare il clima dei Costituenti, ma è anche la ragione per la quale non si tratta davvero di un plebiscito pro o contro Renzi: si tratta semplicemente di respingere un palese tentativo di torsione autoritaria della forma di Stato e di Governo in Italia (sì anche di Stato per oggettiva traslazione d’intenti, pur se la Presidenza della Repubblica rimane formalmente al di fuori da questa contesa).

Il tutto avviene nel pieno di una forte crisi economica, in un quadro di crescita di disparità sociali, in un ambiente di regressione culturale e politica, con i partiti trasformati in cordate e uffici di promozione elettorale personalistica.

Ragioni forti per imporre uno stop e l’avvio di una fase di nuovo ragionamento collettivo, intorno alle sorti di questo disgraziato Paese portato in condizioni deplorevoli da tanti anni di malgoverno e di scelte sbagliate.

Ragionamento da sviluppare magari attraverso elezioni con sistema elettorale proporzionale, in modo da misurare le forze e provare un diverso clima di relazioni politiche, dando così rappresentanza vera a tutte le sensibilità politiche presenti nel Paese (in questo senso sì che la Costituzione del ’48 sarebbe rispettata).

Ancora un’annotazione riguardante la davvero deprecabile intervista a Benigni: Repubblica usa due pagine a questo scopo e tra le righe permette al comico di fare anche la sua dichiarazione di voto per Roma, naturalmente a favore del candidato PD.

Tutto lecito, per carità, ma esempio di una faziosità esagerata dei media con la quale dovremo sicuramente fare i conti nei prossimi mesi ma alla quale non riusciremo mai a rassegnarci: almeno noi che continuiamo a rifiutare la politica intesa come “rappresentazione estetica”.

Siamo in favore dell’essere dei contenuti e non dell’apparire della vacuità delle frasi roboanti.

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