«Boschi, chi?» di Francesco Floris

C’è chi se ne disinteressa. Chi andrà a votare no «solo per far cadere il governo, perché dove va Renzi allora io vado dalla parte opposta». Chi ancora sostiene che prima di questo autunno avrà modo di approfondire il testo della riforma costituzionale e farsi un’idea precisa. Chi si giustifica: «Ho dato l’esame di diritto costituzionale cinque anni fa, quindi se vuoi parlo del Porcellum».

Altri non sanno nemmeno chi sia Maria Elena Boschi ed esordiscono con un esilarante «la Boschi chi? Quella del gelato?», confondendola con il ministro Madia e la copertina dal dubbio gusto con cui Alfonso Signorini decise di aprire il numero del settimanale Chi a novembre. Da ultimi quelli per cui «Madia, Boschi e Guidi – che peraltro non è più ministro dopo l’inchiesta su Eni della Procura di Potenza – sono intercambiabili fra loro perché i cognomi sono molto simili» come spiega uno studente di lettere molto simpatico ma al quale non sarebbe il caso di affidare il destino della forma-Stato italiana.

É solo un piccolo spaccato di realtà, da prendere con le pinze, ma di un fatto si può essere certi: Alessio Grancagnolo – lo studente catanese che per qualche giorno si è guadagnato le prime pagine dei giornali, dopo il suo intervento in polemica con il ministro Boschi e la riforma costituzionale voluta dal governo Renzi, durante un incontro nell’università siciliana – non è né lo specchio degli universitari italiani, né tantomeno un esempio da imitare, per molti di loro. Almeno non lo è per gli studenti che frequentano gli atenei milanesi.

Nei chiostri della Statale di Milano, contrariamente che sulla realtà spesso distorta dei social, Alessio non si è guadagnato tutta questa fama di eroe contro il potere. Lui aveva definito il suo intervento come «un piccolo atto di coraggio di cui l’Italia ha bisogno». I suoi colleghi lombardi piuttosto lo definiscono «alla ricerca del classico quarto d’ora di celebrità», sebbene siano in molti a sostenere che fra la Boschi e il massimo dirigente dell’Università di Catania a fare una figura barbina sia stato proprio il secondo, che poteva risparmiarsi la «sparata» finale sul fatto «che a questo incontro non è previsto il contraddittorio, chi non gradisce può anche andarsene».

Del resto c’è chi sminuisce la portata di quella frase pronunciata in un momento di concitazione e ironizza sul fatto che «gridare alla censura del Rettore dopo aver parlato per dieci minuti di fila è abbastanza ridicolo. Non esiste convegno in cui puoi parlare per dieci minuti senza essere interrotto. A meno che tu non sia il relatore».

Ma nonostante le numerose critiche rivolte ad Alessio dai suoi coetanei, o almeno al modo in cui è stata presentata la notizia da parte di alcuni organi di stampa, Matteo Renzi e il suo ministro per le riforme hanno poco da festeggiare. E ancora meno da “stare sereni” per l’esito del referendum autunnale su cui l’esecutivo si gioca buona parte del suo futuro.

Perché le perplessità sull’intervento di Alessio hanno tutte un punto in comune: si fermano al giudizio sul suo stile di esposizione considerato «retorico, saccente e “grillino”». Quando invece si entra nel merito di riforma e referendum la sensibilità degli studenti cambia e di parecchio. Si scopre che i dubbi esistono, sono legittimi e riguardano sopratutto la combinazione dei nuovi dettami costituzionali con l’Italicum: il “largo” premio di maggioranza della nuova legge elettorale, il ruolo e le funzioni del cosiddetto “Senato delle autonomie” e l’immunità dei nuovi senatori scelti all’interno dei consigli regionali.

Gli altri snodi cruciali della riforma non scaldano proprio i cuori: il dimezzamento dei senatori che farà risparmiare qualche manciata di milioni all’anno alle casse pubbliche viene semplicemente definito «demagogico», mentre la modifica del regolamento per l’elezione del Presidente della Repubblica – 2/3 del Parlamento fino alla quarta votazione, poi 3/5 fino all’ottava, mentre dalla nona in poi sarà sufficiente la maggioranza semplice – passa per «tecnico, al massimo ininfluente». Con un distinguo: «È probabile che si moltiplicheranno il numero di votazioni per il Quirinale in cui vedremo schede con scritto “Batman” o “Rocco Siffredi”, solo per arrivare alle ultime votazioni con l’acqua alla gola, dove tutti i partiti saranno costretti a dei compromessi». Ragionamento che ci sta tutto.

Il punto che invece convince quasi tutti è la riforma del titolo V, che riconduce allo Stato centrale alcune delle materie “federalizzate” presso le Regioni dal 1999 a oggi e viene visto come un aspetto positivo «se si pensa a tutti gli scandali giudiziari e i casini in cui si sono imbattute le Regioni in questi anni». Evidentemente il centralismo democratico è più diffuso negli under 30 di quanto si pensi.

Ma i veri dubbi sono altri: «Non si capisce quali saranno le competenze del nuovo Senato non elettivo», sostiene Pietro, laureando in giurisprudenza, «e non si capisce per una semplice ragione: non c’è scritto». Il suo giudizio su questo punto è piuttosto netto: «anche solo l’idea di creare una nuova camera alta, non elettiva, per poi far decidere a non si sa chi – Montecitorio? Si chiede polemicamente – in un futuro indeterminato quali funzioni svolgerà, è una follia».

Il termine “follia” ritorna spesso. Per esempio fra i giovani amanti del vecchio sistema, che l’esigenza impellente di superare il bicameralismo perfetto proprio non la sentivano: «La doppia lettura dei testi di legge nelle due camere era uno strumento di garanzia. Il fatto che il nuovo Senato possa dare solo pareri non vincolanti non mi sembra un gran passo avanti» spiega Marco, che in realtà è un ex studente laureatosi da poco. Lavora in uno studio legale e nei cortili dell’università ci torna a pranzo in memoria dei tempi andati – quelli del bicameralismo, almeno nelle intenzioni di Renzi&Boschi.

Ma queste sono le affermazioni di chi questa riforma l’ha studiata o quantomeno “annusata” nel dibattito politico-giornalistico. Per il resto regna la confusione sotto il cielo accademico. Un paio di aspiranti giuriste si lamentano della necessità di raggiungere il quorum al referendum di ottobre, e rimangono piuttosto stupite alla notizia che non c’è nessun quorum da raggiungere: «Non è come quello per le trivelle?». Mentre per rispondere alla domanda se il giro di Maria Elena Boschi per gli atenei sia o meno «un tour propagandistico» (Alessio Grancagnolo docet) hanno le idee più chiare: «Forse non dovrebbe andare nelle università a spiegare la riforma lo stesso ministro che l’ha scritta. Ascolteremmo più volentieri qualche tecnico, giurista o costituzionalista. E varrebbe lo stesso discorso se nelle università ci venissero Di Maio o Di Battista».

Se questo è il quadro non se la passano benissimo né Matteo Renzi e il ministro Boschi né Alessio Grancagnolo da Catania – che però ha il il grande vantaggio di non ricoprire cariche pubbliche e di non aver legato il futuro della propria carriera a un referendum che assomiglia sempre più a un plebiscito. Lunedì 23 maggio Alessio si è dovuto confrontare con il parlamentare dem Andrea Romano negli studi di Piazza Pulita su La7. Il deputato Pd lo ha scherzato con un «le darei 28, forse pure un 29». Resta da capire se anche l’elettorato sarà di maniche larghe con il governo. Se si votasse solo nelle universià Andrea Romano scherzerebbe un po’ di meno. Per sua fortuna non è detto che gli universitari siano specchio del paese. Come del resto i politici.

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