Deforma Renzi-Boschi, appello di cinquanta costituzionalisti: “Potenziale fonte di nuove disfunzioni”

“Non è anticamera nuovo autoritarismo ma si rischia appannamento di alcuni criteri portanti. No a referendum “politico” estraneo al merito della legge”. Oltre cinquanta costituzionalisti mettono nero su bianco le loro valutazioni critiche sulla riforma costituzionale che sara’ sottoposta a referendum ad ottobre. I costituzionalisti, fra i quali Valerio Onida, Enzo Cheli, Gianmaria Flick, Gustavo Zagrebelsky, Antonio Baldassarre, Francesco Paolo Casavola, sottolineano come “di fronte alla prospettiva che la legge costituzionale di riforma della Costituzionesia sottoposta a referendum nel prossimo autunno, i sottoscritti, docenti, studiosi e studiose di diritto costituzionale, ritengono doveroso esprimere alcune valutazioni critiche.

Pronto il commento di Alfiero Grandi, vice presidente Comitato per il No nel referendum costituzionale: “I gufi volano alti e aumentano di numero”. “E’ sacrosanto dire – continua Grandi – che il governo ha sbagliato a fare coincidere il suo destino con queste modifiche, ma nessuno glielo ha chiesto. Il governo potrebbe sempre dire che i cittadini italiani sono liberi di votare come vogliono senza evocare sfracelli politici e mettere in campo ricatti come la minaccia di una crisi politica. Il voto di fiducia è già antipatico in parlamento ed è una forzatura evidente per far passare tutto e il suo contrario, rivolto ai cittadini – conclude Alfiero Grandi – è incomprensibile e deleterio”.

I costituzionalisti firmatari del documento precisano che pur non essendo fra coloro che indicano questa riforma come l’anticamera di uno stravolgimento totale dei principi della nostra Costituzione e di una sorta di nuovo autoritarismo sono “però preoccupati – aggiungono – che un processo di riforma, pur originato da condivisibili intenti di miglioramento della funzionalità delle nostre istituzioni, si sia tradotto infine, per i contenuti ad esso dati e per le modalità del suo esame e della sua approvazione parlamentare, nonchè della sua presentazione al pubblico in vista del voto popolare, in una potenziale fonte di nuove disfunzioni del sistema istituzionale e nell’appannamento di alcuni dei criteri portanti dell’impianto e dello spirito della Costituzione”.

I costituzionalisti si dicono “anzitutto preoccupati per il fatto che il testo della riforma – ascritto ad una iniziativa del Governo – si presenti ora come risultato raggiunto da una maggioranza (peraltro variabile e ondeggiante) prevalsa nel voto parlamentare (“abbiamo i numeri”) anzichè come frutto di un consenso maturato fra le forze politiche; e che ora addirittura la sua approvazione referendaria sia presentata agli elettori come decisione determinante ai fini della permanenza o meno in carica di un Governo. La Costituzione, e cosi’ la sua riforma, sono e debbono essere patrimonio comune il più possibile condiviso, non espressione di un indirizzo di governo e risultato del prevalere contingente di alcune forze politiche su altre. La Costituzione non e’ una legge qualsiasi, che persegue obiettivi politici contingenti, legittimamente voluti dalla maggioranza del momento, ma esprime le basi comuni della convivenza civile e politica. E’ indubbiamente un prodotto “politico”, ma non della politica contingente, basata sullo scontro senza quartiere fra maggioranza e opposizioni del momento. Ecco perchè anche il modo in cui si giunge ad una riforma investe la stessa “credibilità” della Carta costituzionale e quindi la sua efficacia. Già nel 2001 la riforma del titolo V, approvata in Parlamento con una ristretta maggioranza, e pur avallata dal successivo referendum, è stato un errore da molte parti riconosciuto, e si è dimostrata più fonte di conflitti che di reale miglioramento delle istituzioni”.

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