“Conflitto di interessi e familismo amorale” di Franco Astengo

Tutti i regimi autoritari e anche i semplici tentativi di arrivarci o le loro parodie (come capita spesso in Italia, luogo nel quale molte volte la tragedia si ripete in farsa) si sono retti sul conflitto d’interessi.

Dietro la facciata del “legge e ordine” e dei vari (o tentativi e/o imitazioni dei vari) “uomini della provvidenza” si sono sempre celati interessi ben precisi: così fu all’epoca di Crispi, con il fascismo (Matteotti fu ucciso perché indagava sui rapporti tra il regime e le compagnie petrolifere inglesi) e in altre occasioni più recenti che non è il caso di rammentare perché fin troppo amaramente note a tutti.

Sempre in tempi recenti al conflitto d’interessi queste caricature di regime hanno cercato di mettere mano alla Costituzione Repubblicana per stravolgerne prima di tutto il senso in tema di forma di governo: è stato così nel 2006, quando il corpo elettorale respinse seccamente quel disegno, è così oggi, dieci anni dopo, considerato che ci troviamo poco lontano da un altro confronto che avrà per posta proprio questo tema del sì o del no al disegno autoritario.

Naturalmente i livelli del conflitto d’interessi sono diversi da occasione a occasione e possono ben essere limitati a frangenti apparentemente secondari sul piano delle grandi dinamiche economiche, politiche, sociali che si sviluppano sia sul piano internazionale, sia su quello interno.

La sostanza dell’analisi politica però non muta: sempre di regime si tratta e di conflitto d’interessi.

Il conflitto d’interessi s’intreccia poi regolarmente con l’esercizio di quel “familismo amorale”, teoria dell’arretratezza nei rapporti sociali, elaborata nel corso degli anni’50 dal politologo statunitense Edward C. Banfield.

E’ il caso di illustrarla brevemente nel merito.

Banfield trasse spunto dai suoi studi sul campo condotti presso un paesino della Basilicata in provincia di Potenza che presentava vistosi tratti di arretratezza sotto il profilo economico e sociale (descritti nell’opera stessa), che chiamò convenzionalmente “Montegrano” e i suoi abitanti “Montegranesi”.

Dietro il nome fittizio era dissimulato il borgo di Chiaromonte, piccolo centro della Basilicata.

La realtà di Montegrano fu analizzata da Banfield durante nove mesi di permanenza sul campo nel biennio 1954/1955 utilizzando strumenti metodologici diversi: osservazione diretta, interviste e test psicologici a campioni rappresentativi della popolazione, dati provenienti da archivi pubblici e privati. Alcuni dei dati raccolti furono poi comparati con quelli provenienti da studi condotti su altre comunità rurali sia della provincia di Rovigo che del Kansas.

Partendo dalla convinzione che nei paesi democratici la scienza dell’associarsi sia madre di tutti gli altri progressi, e attraverso lo studio di Montegrano, l’autore arrivò a ipotizzare che certe comunità sarebbero arretrate soprattutto per ragioni culturali. La loro cultura presenterebbe una concezione estremizzata dei legami familiari che va a danno della capacità di associarsi e dell’interesse collettivo. Gli individui sembrerebbero agire come a seguire la regola:

“massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo”
Sarebbe dunque questa particolare etica dei rapporti familiari la causa dell’arretratezza .L’autore la denominò familismo amorale. Familismo perché l’individuo perseguirebbe solo l’interesse della propria famiglia nucleare, e mai quello della comunità che richiede cooperazione tra non consanguinei. perché seguendo la regola si applicano le categorie di bene e di male solo tra famigliari, e non verso gli altri individui della comunità

L’amoralità non sarebbe quindi relativa ai comportamenti interni alla famiglia, ma all’assenza di ethos comunitario, all’assenza di relazioni sociali morali tra famiglie e tra individui all’esterno della famiglia.

L’intreccio “conflitto di interessi /familismo amorale” che risulta e si esalta con grande evidenza all’interno del sistema politico italiano a partire dalla stagione dell’implosione dei grandi partiti di massa e dall’adozione dei sistemi elettorali maggioritari via via plasmati sempre più sul modello presidenzialista con una concentrazione abnorme di potere nella figura del “Capo” che per esercitarlo si avvale esclusivamente dei propri “famigli” (denominati “cerchio magico” o nel caso della più piena attualità “giglio magico”) rappresenta il vero punto di arretramento morale e culturale della democrazia repubblicana.

Un arretramento che ha preso particolare consistenza con l’avvento del governo Renzi, assurto al potere per via di un’operazione di palazzo non suffragata da alcun rapporto di tipo democratico- elettorale come già era accaduto con il governo Monti, e alimentato anche da vere e proprie espressioni di puro cinismo da parte di un ceto politico ormai completamente separato da qualsivoglia istanza sociale e sostenuto da un vero e proprio “appiattimento” nell’insieme di coloro che si occupano dell’uso dei mezzi di comunicazione di massa.

Una situazione drammatica mentre incombono scelte difficili e complesse come quella tra la pace e la guerra e l’altra – appunto – riguardante modifiche costituzionali rivolte verso l’autoritarismo e la sottrazione di ulteriori possibilità di espressione politica da parte delle cittadine e dei cittadini.

Mentre la Francia appare ancora capace di uno sciopero generale contro un tentativo maldestro di sottrazione dei diritti sociali l’Italia appare pervasa da una singolare apatia: sarebbe il caso di rifletterci sopra, ma anche di agire.

L’occasione della campagna elettorale riguardante prima il referendum costituzionale e, poi, la legge elettorale dovrebbe essere colta appieno nella direzione di una ripresa di protagonismo da parte di chi intende contrastare fino in fondo questo regime, ridicolo ma pericoloso.

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