Intervista a Guido Caldiron: Shoah, come Occidente e Chiesa salvarono i criminali nazisti di Giacomo Russo Spena

“I segreti del Quarto Reich”, un libro di Guido Caldiron, appena uscito per la Newton Compton editori, ricostruisce la rete internazionale che ha permesso la fuga e protetto i vertici delle SS dopo la fine della Guerra: una seconda vita per loro. Quali uomini, quali strutture sono coinvolti in questo “buco nero”, dai servizi segreti Alleati al Vaticano fino ai gruppi dell’estrema destra: “I gerarchi nazisti sono serviti per fermare il nuovo pericolo comunista”.

“Malgrado l’intrigo dal sapore spionistico che ne ha spesso circondato il racconto da parte dei media, la ‘seconda vita dei nazisti’ non fu il frutto di un complotto ordito nelle segrete stanze di un apparato di intelligence ma l’esito di scelte politiche precise, il risultato di decisioni assunte più o meno pubblicamente da uomini di Stato e religiosi”. Guido Caldiron, giornalista ed esperto di estrema destra, ha passato gli ultimi 2 anni a spulciare archivi per ricostruire un buco nero della nostra storia: quella rete internazionale che ha protetto e permesso la fuga ai gerarchi nazisti, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il risultato della ricerca si è incarnato nel libro “I segreti del Quarto Reich” (Newton Compton, 480pp). Ne abbiamo parlato con lui, oggi, nel Giorno della Memoria.

Il suo lavoro mette alla luce la rete internazionale che permise ai criminali nazisti di fuggire dalle proprie responsabile e colpe. Quale fu il motivo principale che convinse le “democrazie occidentali” ad un repentino cambio di strategia: dalla guerra ad Hitler, alla protezione dei gerarchi delle SS? Quali scelte politiche si celano dietro tali scelte?

Si trattò di una delle conseguenze più insidiose della rapida chiusura del capitolo della lotta antifascista che aveva riunito forze e potenze altrimenti contrapposte, nell’obiettivo di sconfiggere il Terzo Reich e i suoi Alleati, soppiantato già a pochi mesi dalla fine del conflitto mondiale dall’emergere della Guerra fredda che avrebbe rapidamente trasformato agli occhi dell’Occidente i combattenti anticomunisti dei fascismi europei e asiatici in dei potenziali alleati contro il “pericolo rosso”. Come ha spiegato il regista Kevin Macdonald, autore di un documentario su Klaus Barbie, ex capo della Gestapo a Lione che fu arruolato dalla Cia dopo il 1945: «Volevo mostrare come, anche se ci viene insegnato che il nazismo è stato battuto alla fine della Seconda guerra mondiale, nella realtà ha continuato a essere sfruttato dai vincitori per costruire il mondo in cui viviamo oggi. Il film avrebbe anche potuto intitolarsi “Come i nazisti hanno vinto la guerra”».

Di che numeri siamo parlando? Quanti criminali si salvarono dalla giustizia?

Difficile fare una stima precisa, ma basterà ricordare che nel primo processo di Norimberga furono processate alcune decine di persone, a fronte di un sistema di potere che aveva controllato e represso gran parte dell’Europa. Il più noto “cacciatore di nazisti”, Simon Wiesenthal – ex deportato polacco che ha dedicato la sua intera vita a rintracciare ed assicurare alla giustizia i criminali di guerra – ha spiegato nelle sue memorie di aver identificato migliaia di nazisti tedeschi e di loro collaboratori del resto del continente, specie dei Paesi dell’Europa centro-orientale. Quel che è certo è che per gli Eichmann, i Barbie e i Priebke che sono stati alla fine processati, ci sono centinaia di altri boia nazisti che si erano macchiati di efferatezze analoghe che hanno goduto di una piena impunità. Inoltre, non c’erano solo gli ufficiali o i gerarchi. A Norimberga le SS furono dichiarate “organizzazione criminale”, ma solo una parte ridotta dei loro vertici subì mai un processo.

Un ruolo di protezione importante fu dato anche dagli Stati Uniti. Ricordiamo il caso di Klaus Barbie, ufficiale della Gestapo, che passò a lavorare per i servizi segreti americani…

Già prima della fine della Seconda guerra mondiale, la Casa Bianca e gli apparati militari e di intelligence statunitensi, al pari di quelli britannici, si stavano attrezzando a fare fronte ad un nuovo conflitto, questa volta con l’Urss, ciò che andrà sotto il nome di Guerra fredda. Gli Usa avrebbero così deciso di scendere a patti con alcuni degli ex nemici appena sconfitti, arruolando nella nuova battaglia contro il comunismo mondiale, un certo numero di criminali di guerra nazisti e fascisti provenienti da ogni parte d’Europa, cui verrà garantita come contropartita un’impunità che sarebbe a volte durata per sempre. L’intelligence americana si servì di uomini che avevano servito nelle SS piuttosto che nella Gestapo utilizzandoli come spie e agenti nei paesi europei, ma, attraverso la cosiddetta “Operazione Paperclip” trasferirono negli Stati Uniti anche un centinaio di scienziati che avevano lavorato ai progetti di nuovi armamenti di Hitler in laboratori che avevano utilizzato i prigionieri dei lager come cavie umane: il più noto tra costo fu Wernher von Braun che era stato un ufficiale delle Se e che diverrà celebre come il padre dello sbarco dell’uomo sulla Luna nel 1969.

Sebbene il papa Pio XII abbia condannato ufficialmente il nazismo anche il Vaticano ebbe un ruolo fondamentale nella fuga e protezione dei criminali delle SS. In cosa consistette l’aiuto della Chiesa?

Già durante la guerra il Vaticano aveva in realtà sostenuto alcuni regimi collaborazionisti dell’Est, come quelli croato e slovacco, oltre ad intrattenere delle relazioni proficue con il fascismo italiano. Con la fine del conflitto, si imporrà nelle valutazioni della Chiesa il nuovo contesto della Guerra fredda che faceva considerare il comunismo come il pericolo maggiore. In nome dell’anticomunismo molti religiosi avevano sostenuto apertamente sia Hitler che Mussolini e così ritennero di dover assistere gli ex nazisti e collaborazionisti che si davano alla fuga. In particolare il vescovo austriaco Alois Hudal, che era responsabile della chiesa di Santa Maria dell’Anima a Roma e aveva un ruolo di primo piano nella Pontificia Commissione Assistenza profughi, che agiva sotto l’egida del Segretario di Stato, e futuro papa, dal 1963, con il nome di Paolo VI, Giovanni Battista Montini, mise in piedi quella che sarebbe diventata celebre come “ratlines”: la via di fuga che avrebbe portato in salvo criminali del calibro di Mengele, Eichmann, Barbie, Priebke e decine e decine d’altri. Concretamente, il ruolo svolto dalle istituzioni religiose comprendeva il sostegno alla fuga attraverso conventi e seminari che ospitavano i nazisti, la certificazione di identità fittizie sulla base delle quali i fuggitivi potevano ottenere dalla Croce Rossa i documenti per lasciare l’Europa, stabili contatti con i regimi para-fascisti e ultracattolici dell’America Latina o con la Spagna di Franco che li avrebbero accolti e garantito loro coperture e appoggi. Per farsi un’idea dell’estensione del fenomeno, basti pensare che in una lettera ritrovata negli archivi argentini, Hudal chiede a Peron la concessione di ben 5000 visti d’ingresso in Argentina per altrettanti “combattenti anticomunisti e patrioti tedeschi”.

Molti gerarchi riuscirono a crearsi una vera e propria seconda vita, pensiamo all’America Latina: negli anni a seguire hanno svolto, in primis, il ruolo di comando nelle repressioni delle varie rivoluzioni di liberazione?

In molti regimi dell’America Latina, a cominciare da quello peronista, era stata forte l’ammirazione per i fascismi europei, i regimi di Hitler e Mussolini in particolare, e il legame con l’ultima dittatura “nera” d’Europa, quella franchista. Inoltre, nel continente, il Terzo Reich aveva investito in imprese economiche ed industriali, come aveva fatto del resto in Spagna. Così, al termine del conflitto in Europa, i governanti latinoamericani, primo fra tutti Peron, pensarono di favorire l’ingresso nel Paese degli ex nazisti e fascisti, sia perché ne condividevano almeno in parte l’ideologia sia perché intendevano sfruttarne le conoscenze tecniche e militari per modernizzare e controllare meglio i loro paesi. Più in generale, con chiari intenti razzisti, si intendeva favorire l’immigrazione europea per ridurre il peso delle popolazioni indigene. Sarà così che Argentina – dove il fenomeno assunse proporzioni di massa con l’arrivo di centinaia di criminali di guerra e di migliaia di ex fascisti di tutta Europa -, Brasile e Paraguay rappresenteranno fin dall’immediato dopoguerra i principali approdi degli ex nazisti nel continente latinoamericano, mentre si conteranno meno casi in Cile e Bolivia. In ogni caso, la presenza di questi personaggi si sarebbe legata, anche a molti decenni di distanza dalla caduta del Terzo Reich, allo sviluppo di una nuova “internazionale nera” e alla repressione feroce dei movimenti di liberazione. Come illustra plasticamente il caso di Klaus Barbie che si era guadagnato il soprannome di “boia” quando era a capo della Gestapo a Lione che dopo essere stato arruolato dalla Cia in Germania dopo il 1945, si stabilirà in Bolivia dove diverrà un “esperto di sicurezza” per conto della dittatura locale: secondo alcune fonti l’ex nazista avrebbe preso parte anche all’individuazione e all’uccisione di Ernesto Guevara nella selva boliviana nel 1967.

Passiamo all’Italia. Le mancate politiche di epurazione e l’amnistia togliattiana hanno impedito una “Norimberga italiana”. Quali le conseguenze?

Come ha spiegato lo storico Antonio Carioti «in nessun altro Paese europeo è successo, come in Italia, che i vinti della Seconda guerra mondiale riuscissero a riproporsi sul terreno politico già un anno e mezzo dopo la fine del conflitto e a creare un partito capace di affermarsi come una presenza stabile nelle istituzioni rappresentative, per poi trasformarsi in una forza di governo pienamente legittimata alle soglie del Duemila». Perciò, la mancanza di una “Norimberga italiana” che definisse ad esempio le responsabilità locali nella deportazione verso i campi della morte di più di 6000 ebrei italiani o che vivevano nel nostro Paese, ha per prima cosa reso possibile la riorganizzazione dei fascisti in partiti, l’Msi, ed in associazioni legali malgrado apertamente nostalgiche del Ventennio e dell’esperienza della repubblica di Salò sostenuta anche in armi dai nazisti: fascisti che avranno poi a vario titolo un ruolo di primo piano nella lunga “Strategia della tensione”, scandita da stragi sanguinose, e nei ripetuti progetti golpistici che hanno avuto luogo nel Paese perlomeno fino alla seconda metà degli anni Settanta. Su un piano più generale, il fatto stesso che la nozione di “criminale di guerra italiano” non sia entrata a far parte delle memoria nazionale, in virtù dell’assenza di un grande processo contro i principali gerarchi e generali che avevano avuto ruoli di primo piano durante il regime di Mussolini o nella Rsi, e di una rapida chiusura della politica di epurazione, ha contribuito non poco alla rimozione, pressoché totale, delle colpe del fascismo, e al fatto che si sia imposta presso l’opinione pubblica una visione edulcorata del Ventennio come una sorta di dittatura “all’acqua di rose”. Come ricordava Vittorio Foa, nel nostro Paese si è optato per «una comoda ma delittuosa cancellazione della storia», poiché quando «dopo aver ucciso, non si riconosce la vittima, si è ucciso due volte».

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