Vuoi il rinnovo del contratto? Vieni a letto con me di Lidia Baratta

Novembre 2015

Battute su una maglia aderente, inviti a cena, “carezze” non gradite, pacche sul sedere. Ci sono casi in cui una dipendente può diventare un’ossessione per il suo datore di lavoro. Le telefonate e gli sms continuano ben oltre l’orario d’ufficio, i pedinamenti arrivano fin sotto casa. E il rifiuto non viene accettato, generando ritorsioni e umiliazioni. Secondo l’Istat, le donne italiane che hanno subito molestie o ricatti sessuali sul luogo di lavoro sono oltre un milione: l’8,5% delle lavoratrici, comprese quelle in cerca di occupazione. Un fenomeno diffuso, ma anche difficile da definire, soprattutto nelle aule di tribunale. Le denunce sono pochissime, i colleghi raramente testimoniano, e il pensiero strisciante è o che la donna se la sia cercata o addirittura che stia esagerando. In fondo sono solo battute scherzose, abbracci innocenti. Sei tu quella che pensa male.

Francesca (nome di fantasia) lavorava in una casa editrice per bambini. Tutto era perfetto, tranne il suo superiore. Gli apprezzamenti sul suo abbigliamento erano continui. All’inizio sembravano solo complimenti non richiesti, poi sono arrivati i giudizi sulla sua dubbia moralità. La chiamava “poco di buono”, per poi cercare il contatto fisico appena si trovavano da soli. Dopo avergli fatto presente che non era gradito, Francesca è stata licenziata.

Per Claudia invece tutto è iniziato quando uno dei soci del bar in cui lavorava aveva cominciato a fare domande insistenti sulla sua vita privata, fino ad arrivare ai ripetuti inviti a cena, ai palpeggiamenti “casuali” dietro il bancone e agli approcci sessuali. Quando aveva saputo che lei aveva una relazione con un altro, erano partite le offese e le umiliazioni. Finché Claudia ha avuto un crollo nervoso e l’ha denunciato. “BM viveva la C. quasi come un’ossessione sessuale”, si legge nella sentenza, “e non poteva accettare di non essere stato scelto”.

«I dati che abbiamo a disposizione sono solo quelli relativi ai casi denunciati, ma il fenomeno è molto più diffuso», sottolinea Chiara Vannoni, avvocato che collabora con il Centro donna della Camera del lavoro di Milano, a cui possono rivolgersi le lavoratrici vittime di molestie. Le dununce, però, sono rare: secondo l’Istat, il 99% dei ricatti sessuali in Italia non viene segnalato.

Molte resistono per paura di perdere il lavoro, tante provano vergogna, hanno il timore di non essere credute o pensano di non avere prove sufficienti per poter denunciare uno più potente di loro. Alla fine, per dire addio a violenze e ricatti, tante donne preferiscono dimettersi e cambiare lavoro, anziché invischiarsi in un lungo percorso nelle aule di tribunale. «I casi che arrivano a una sentenza sono pochissimi», dice Chiara Vannoni. Di solito, «il giudice del lavoro suggerisce la conciliazione con il risarcimento dei danni alla lavoratrice, che viene accettato proprio per le difficoltà del giudizio e lo stress che questo comporta». Venti, trentamila euro, a seconda della dimensione dell’azienda, della gravità e della durata, e chi ha compiuto le molestie risolve la questione. «L’importante è che il giudice riconosca quello che è stato e metta la parola fine sulla vicenda», dice Vannoni. «Certo una sentenza dà maggiori soddisfazioni, ma ci devono essere le condizioni per affrontare un processo. Bisogna ripercorrere tutta la vicenda, con notevoli difficoltà emotive. E soprattutto cercare testimoni, ma i colleghi di solito sono reticenti, anche perché chi allunga le mani non lo fa davanti a tutto l’ufficio. Aspetta che tutti se ne vadano o chiude la porta». Una cosa è certa: denunciare significa comunque non tornare a lavorare più in quello stesso posto. Quindi, perdere il lavoro.

Ed è questa la paura maggiore. «Le molestie di solito sono legate a una posizione di ricattabilità della lavoratrice», dice l’avvocato. Non a caso si presentano nel momento dell’assunzione, dell’aumento dello stipendio, di una promozione o della firma di un contratto più stabile. Di solito c’è un rapporto gerarchico tra molestatore e vittima: il responsabile può essere il datore di lavoro, un collega più in alto o un superiore. «Ci siamo anche imbattuti in casi di molestatori seriali, denunciati da più di una lavoratrice», racconta l’avvocato. «E con la diffusione dei contratti atipici e la riduzione delle tutele del lavoratore, la ricattabilità aumenta. Più il rapporto di lavoro è debole, più le molestie crescono».

Vuoi il rinnovo del contratto? Allora vieni a letto con me. È successo con una lavoratrice assunta con contratto di somministrazione. Le avances del superiore dell’azienda utilizzatrice si sono trasformate via via in contatti fisici e palpeggiamenti; poi sono arrivate le minacce: avrebbe impedito il rinnovo del contratto da parte del responsabile se la lavoratrice non si fosse resa disponibile ai suoi approcci sessuali. Ancora più vulnerabili sono «le lavoratrici straniere, perché il contratto di lavoro è legato al permesso di soggiorno». Ci sono stati casi di ditte di pulizia in cui il datore di lavoro, italiano, pretendeva prestazioni sessuali dalle dipendenti straniere. Altrimenti niente lavoro e niente pezzo di carta per restare in Italia.

«La casistica è trasversale, non ci sono settori o tipologie di lavoro immuni a questo fenomeno», dice Chiara Vannoni. «Vengono colpite le lavoratrici più avanti con l’età così come le giovani avvenenti e laureate. Certo alcuni contesti aziendali piccoli o molto piccoli sono più esposti di altri. Sono più a rischio i luoghi in cui ci sia continuità spaziale con il superiore, come gli studi professionali o le piccole attività di commercio». Nelle multinazionali, invece, «c’è una maggiore attenzione al fenomeno. Spesso chi si sente vittima si rivolge all’ufficio personale, che allontana il responsabile delle molestie. Ma il problema è che viene spostato in un altro reparto dove può ripetere le stesse condotte».

Certo, ci possono essere casi in cui le donne sono conniventi e accettano relazioni e rapporti sessuali per fare carriera. Ma se cercano di uscirne, poi, anche per loro partono i ricatti e le umiliazioni. Da luogo di lavoro, l’ufficio può diventare asfissiante e umiliante. «Molte delle donne vittime di molestie finiscono per avere crolli nervosi e attacchi di panico», dice Chiara Vannoni. Tante hanno paura di fermarsi fino a tardi in ufficio, o di lavorare nei fine settimana per paura di restare sole con il capo. E dopo un rifiuto molti molestatori mettono in atto «una pressione psicologica o un’opera di boicottaggio del lavoro della vittima, con frequenti sanzioni disciplinari ed estromissioni».

La molestia si può così trasformare in mobbing, o addirittura in stalking (si parla di stalking occupazionale). Fino alla vendetta tramite il licenziamento, «che quindi assume carattere discriminatorio e ritorsivo», dice Chiara Vannoni. «Tante finiscono per avere tracolli psicofisici e si mettono in malattia. Poi in tribunale devi dimostrare che la causa sono le molestie del capo». Anche se, in questo caso, il regime probatorio è lievemente agevolato per la vittima. Che deve fornire documenti e attestazioni per provare la molestia, dai certificati medici al mancato aumento di stipendio, fino alla revoca di benefit aziendali, ma poi spetta al datore di lavoro provare che tutte queste cose non sono frutto di discriminazioni e molestie (tecnicamente, si parla di parziale inversione dell’onere della prova).

La difficoltà maggiore è capire cosa sia una molestia sul lavoro. In Italia, il Codice delle pari opportunità del 2006, che ha recepito una direttiva europea, definisce le molestie morali come “comportamenti indesiderati, posti in essere per ragioni connesse al sesso, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante e offensivo”. E le molestie sessuali come “comportamenti indesiderati a connotazione sessuale espressi in forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità e di creare un clima intimidatorio, ostile, umiliante o offensivo”.

«Per definire la molestia, quindi, è centrale il fatto che un certo comportamento sia indesiderato e finisca per minare il clima lavorativo», dice Chiara Vannoni. «E il datore di lavoro, anche se non è lui il molestatore, ha la responsabilità su quello che accade in azienda, con obblighi di tutela e prevenzione. Se una dipendente ha chiesto aiuto e la cosa è stata sottovalutata e non è stato fatto nulla, anche lui avrà delle responsabilità davanti al giudice».

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