Quanto salario hanno perso i dipendenti pubblici? I conti della Cgil

La CGIL comunica, giustamente, i dati ma non dice nulla su come fare per recuperare il salario perduto, quali sono le azioni da mettere in campo per ripristinare il potere d’acquisto e i diritti  tolti.

“I dipendenti degli enti locali hanno perso in un anno circa 450 euro di salario, poco meno di 120 euro quelli impiegati nel servizio sanitario nazionale e quasi 600 euro i cosiddetti ‘ministeriali’. Tutti accomunati dalla scure che si e’ abbattuta sul salario accessorio”. E’ quanto emerge da una prima lettura, condotta dalla Fp Cgil nazionale, dei dati dell’ultimo conto annuale.

Il dato medio degli stipendi nel pubblico impiego nel 2014, infatti, seppure in calo dello 0,5% rispetto al 2013, “non racconta la verita’ della variazione in negativo per la gran parte dei dipendenti pubblici”. Ragione per la quale la categoria dei servizi pubblici della Cgil ha analizzato nel dettaglio l’andamento delle retribuzioni nei comparti della Pa piu’ ‘significativi’, “dove si registrano flessioni ingenti, determinate per la gran parte da una riduzione pesante della quota del salario accessorio, cosi’ come le mobilitazioni dei dipendenti del Comune di Roma, ma non solo, dimostrano”.

Guardando infatti alcune delle voci contenute nel conto annuale della Ragioneria generale dello Stato, raffrontando i dati tra lo scorso anno e quello precedente, cosi’ come tra il 2014 e il 2010, anno del blocco della contrattazione decentrata, emerge dall’analisi della Funzione pubblica Cgil che “per quanto riguarda il comparto regioni e autonomie locali il salario medio, secondo l’ultimo dato disponibile, ovvero il 2014, e’ stato pari a 29.109 euro, in calo rispetto all’anno precedente, con il salario medio a 29.552, di meno 443 euro di cui 407 euro di salario accessorio”. Nel raffronto tra il 2010 e il 2014 risalta inoltre come “la flessione di salario sia stata pari a -622 euro (-507 euro di salario accessorio), frutto della differenza tra una retribuzione media nel 2010 di 29.731 euro e 29109 nel 2014”. Da questo dato si evince come la quasi totalita’ del calo si sia registrata tra 2013 e il 2014. La categoria dei servizi pubblici della Cgil ricorda, inoltre, come il decreto legge 78 del 2010 targato Tremonti prevedeva una riduzione del salario accessorio proporzionale alla riduzione del numero degli addetti. “Dato sconfessato nel caso degli enti locali dove la riduzione degli addetti tra il 2010 e il 2014 e’ stata dell’8,3% mentre la riduzione dello stanziamento complessivo sui fondi per il salario accessorio e’ stata, negli stessi anni, del 16,8%”.

Nel settore sanita’, il salario medio registrato nel 2014, “che da precisare e’ ‘viziato’ da diverse alte professionalita’, e’ stato pari a 38.573 euro, ovvero 117 euro in meno rispetto al dato del 2013 per una retribuzione media di 38.690 (per un meno 31 euro di salario accessorio). Nel 2010 la retribuzione media nel settore e’ stata paria 38.813: nel raffronto con il dato del 2014 emerge una flessione di 240 euro”. Passiamo cosi’ al comparto ministeri dove, spiega la Fp Cgil, “il salario medio nel 2014 si e’ attestato a 29.299 euro mentre l’anno precedente era pari a 29.898 per un meno 599, di cui di salario accessorio -474 euro”.

E infine il dato sugli enti pubblici non economici dove “la retribuzione media nel 2014 e’ stata di 41.122 euro rispetto al 2013 quando si attestava a 41.635 euro, per una differenza di -513, per un -480 di salario accessorio”. Da questa prima lettura dei dati della Ragioneria, commenta infine la Fp Cgil, “si rileva l’ennesima dimostrazione dell’urgenza di rinnovare i contratti nazionali: la flessione del salario e’ stata pesante. I rinnovi non sono piu’ rinviabili, ma sono una effettiva esigenza. È ora di aprire il confronto, i lavoratori meritano il contratto subito”.

Per  Marcello Pacifico (Anief-CIsal), i lavoratori statali più penalizzati sono quelli che operano nella scuola, “dove due insegnanti su tre sono già over 50: la media delle retribuzioni rimane addirittura inferiore ai 30mila euro lordi annui. Ed è una situazione che riguarda quasi esclusivamente l’Italia. Perché basta dire che un docente tedesco percepisce quasi il doppio, con la possibilità di andare in pensione anche dopo 27 anni di contributi”.

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