La natura politica della filosofia, tra verità e felicità – di Luca Grecchi

L’uomo, sin dai suoi inizi, si è trovato di fronte al problema del dolore e della morte. Le culture antiche hanno cercato di risolvere questo problema facendo ricorso al mito e alla religione, ossia auspicando la presenza di divinità in grado di lenire la sofferenza, o addirittura di salvare l’uomo dalla morte. Intorno al V secolo a.C., in Grecia, venne però tentata una risposta differente, la filosofia, sul cui solco si innestarono le scienze.
Si sente spesso dire, citando Platone e Aristotele, ossia i pensatori con cui la filosofia ha preso forma compiuta, che essa nacque dalla meraviglia. Ciò farebbe pensare ai primi filosofi come a dei bambini, con dei grandi occhi sognanti aperti sulla natura (l’acqua, l’aria, il fuoco, ecc.). Occorre tuttavia tener presente che la parola greca che noi traduciamo con “meraviglia”, ossia thauma, significa anche “indignazione, sgomento, angoscia”. La filosofia nacque dunque, in larga parte, dallo sgomento derivante dal trovarsi immersi in una realtà – anche sociale – caratterizzata da cause non conosciute, ma che si comprendeva necessario indagare. La filosofia nacque in quanto l’uomo, elaborando un sentimento generale di disagio, comprese che i rimedi a questo disagio proposti dal mito e dalla religione erano insufficienti, instabili, inadeguati. La filosofia si pose pertanto, come fine, il conoscere con verità – ossia in modo fondato, stabile, compiuto – ciò che stava all’origine del dolore. Solo, infatti, conoscendo con verità il senso e il valore della vita umana nell’intero, sarebbe stato possibile all’uomo sconfiggere l’angoscia derivante dalla propria sofferta condizione di finitudine. La filosofia, dunque, partì dalla esperienza della non conoscenza e del dolore per condurre l’uomo nella condizione opposta, ossia nella condizione della conoscenza e della felicità. Per realizzare questo dovette però prima comprendere, con verità, le cause di ciò che accade: senza questa conoscenza nessun rimedio sarebbe stato efficace, nessuna felicità realizzabile.
All’origine del dolore la cultura greca, sin da Omero, indicò il carattere finito della esperienza umana, il nulla assoluto che attende l’uomo alla fine della propria vita. La conoscenza e l’accettazione della finitudine era in effetti, per gli antichi, il primo necessario passo da compiere per sopportare il dolore che da questa condizione deriva, il primo necessario passo sulla via della verità e della felicità: quest’ultima, infatti, richiede la realizzazione di una vita vera e buona. La concezione della verità più propria della filosofia non è in effetti, contrariamente a quanto di solito si ritiene, una concezione meramente logico-fenomenologica, avente come fine solo la descrizione logicamente corretta di come le cose fenomenologicamente sono, bensì una concezione anche onto-assiologica, avente come fine principale la comprensione e la valutazione di come le cose devono essere – quelle che si possono modificare – per condurre gli uomini a una vita felice. Questa compiuta concezione della verità era presente, in nuce, anche nelle opere di Platone e Aristotele. Nella Repubblica infatti, come noto, Platone non si limitò a descrivere la realtà politica e sociale che aveva di fronte, ma si pose come fine primario di delineare la città ideale, ossia le modalità sociali della vita vera e buona, il migliore vivere comunitario dell’uomo in conformità alla propria natura. Allo stesso modo Aristotele, in cui pure fu molto più presente la componente descrittiva, non rinunciò nella Politica a prescrivere normativamente i contenuti fondamentali della città ideale, i quali soli avrebbero permesso la realizzazione della verità e del bene.
La filosofia greca classica, dunque, possedette sia una concezione logico-fenomenologica della verità (per cui “verità” è soprattutto la descrizione delle cose per come realmente sono), sia una concezione onto-assiologica della verità (per cui “verità” è soprattutto la valutazione delle cose per come devono essere). La questione meriterebbe, ovviamente, più di un approfondimento. In questa sede posso solo sottolineare che le due concezioni della verità, in larghissima parte, si integrano e non confliggono; la seconda, per quanto più criticabile, non può essere omessa – come di solito si fa –, sia in quanto realmente presente nella filosofia greca classica, sia soprattutto in quanto fornisce importanti indicazioni su come la realtà dovrebbe essere per vivere felici.
Non è possibile, in questa sede, nemmeno delineare compiutamente in cosa consiste la felicità, sia per il pensiero greco che in generale (mi permetto di rinviare al mio Conoscenza della felicità, del 2005). Qui posso solo ricordare che, per gli antichi Greci, essa consiste sostanzialmente nel vivere in base alla propria natura, e la natura umana, per Platone ed Aristotele, è costituita dal logos, ossia da quella ragione morale in potenza presente in ogni uomo, che deve essere attuata per realizzarsi.
La filosofia ricercò sin dall’inizio tutte le cause del dolore, ossia tutte le cause che conducono all’infelicità, ed esse non sono solo, come ricordato, di origine naturale, ma anche di origine sociale. Per questo la filosofia, sin dal suo inizio, nacque grande, ossia nacque politica, ovvero fu volta non solo a comprendere l’intero, ma anche a realizzare le migliori strutture della buona vita nell’intero. Il problema è che oggi, purtroppo, molto spesso lo si dimentica.

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