Se torna il trasformismo, antica piaga della storia italiana


di Corrado Stajano

La politica dovrebbe essere l’arte del necessario, non del possibile, com’è luogo comune dire. Una chimera, oggi più che mai. La mediazione, essa sì, è utile se esercitata pulitamente per metter d’accordo opinioni e bisogni differenti di una comunità. Adesso? Par di vivere in un garbuglio autoritario dove la cancellazione delle regole è diventata la norma.

L’ultimo episodio riguarda la bagarre sul sindaco Marino, probabilmente indifendibile, anche se bisognerebbe approfondire il disturbo che ha dato agli speculatori la sua politica urbanistica. Le modalità con cui è stato tolto di mezzo non fanno onore a una democrazia. Il notaio che ha raccolto le adesioni dei 26 consiglieri richiamati alle armi per evitare, con la loro firma, una libera discussione in aula rammenta una commedia con Peppino De Filippo più che il V° secolo di Pericle. Di che cosa si è avuto paura?

Si avverte un senso di disagio. In un solo giorno si aggrovigliano senza imbarazzo dichiarazioni e smentite. Via le tasse, ripristinate le tasse; i castelli non pagheranno l’Imu, la pagheranno. Il canone della Rai-Tv verrà inserito nella bolletta dell’energia elettrica? Lo dovrà pagare anche chi non possiede il televisore? Non è chiaro. Si aprono i tavoli.

Tutti parlano, parlano. Che bisogno ha avuto Raffaele Cantone, il presidente dell’Anticorruzione, una persona seria, di definire Milano «capitale morale del Paese, mentre Roma sta dimostrando di non avere gli anticorpi necessari»? Non si pretende che conosca il torbido passato prossimo milanese, Sindona, Calvi, l’assassinio di Giorgio Ambrosoli, Mani pulite, Don Verzé, Ligresti, ma ha dimenticato che il vicepresidente della Regione Lombardia Mario Mantovani è a San Vittore? Ha cancellato dalla mente il gran giro di mazzette sugli appalti scoperto pochi mesi prima dell’inaugurazione dell’Expo e le inchieste in corso su corruzione, peculato, truffa? Anche il presidente Giuseppe Sala non si accorse di nulla. Chissà che sia più vigile se sarà eletto sindaco di Milano come desidererebbe Renzi.

Poi ci sono i problemi più gravi di cui si preferisce parlar poco. Come quello che riguarda la soglia per l’uso dei contanti salita a 3000 euro. Le proteste motivate sono state e sono numerose. Si sono detti contrari, tra gli altri, il procuratore nazionale Antimafia Franco Roberti: «Favorisce l’evasione fiscale, la circolazione del “nero” e danneggia la lotta al riciclaggio frutto di reato». Anche il senatore a vita Mario Monti che da presidente del Consiglio portò la soglia del contante da 2500 a 1000 euro è dissenziente. Ed è in corso una campagna digitale — Riparte il futuro — promossa da Libera e dal Gruppo Abele che ha già superato le 35 mila adesioni.
Nessuna retromarcia, i 3000 euro non si toccano, guai ai gufi, ai rosiconi, ai moralisti: Renzi si è impuntato come un bambino cui viene tolta la nutella.

Ci fu in passato un suo predecessore che mostrava «stizza e insofferenza verso chi lo criticava o anche solo non condivideva le sue valutazioni e le sue decisioni e le voleva discutere». (Fonte ineccepibile, Renzo De Felice, Mussolini il duce. Lo Stato totalitario, pag.284)

È d’obbligo il consenso, la fiducia nella crescita, l’ottimismo, sullo sfondo di campane a festa e di trombe squillanti. È tornata di moda la parola disfattismo, residuo di tempi tristi, viene considerato nemico chi vuole semplicemente dire la sua, discutere le inadeguatezze della politica governante, sottolinearne l’incompetenza, la presunzione, il dilettantismo giovanilistico, smascherare le bugie quotidiane.

Saltano fuori come misirizzi antichi progetti che si speravano sepolti. È rispuntata l’idea del Ponte sullo Stretto, per la letizia delle imprese d’appalto e di subappalto in mano alla mafia. L’opera stava molto a cuore a Berlusconi: fu la prima cosa che disse — promise — quando nel 2008 ridivenne presidente del Consiglio. Non c’è ora un ispettore fuori dai giochi del potere che vada in Sicilia a vedere come, tra crolli, frane e smottamenti, (non) funzionano strade e ferrovie che vanno messe in ordine prima di pensare al ponte faraonico di dubbia utilità?

Il ponte è un favore che Renzi deve rendere all’alleato Angelino Alfano, nativo della Trinacria, o a Denis Verdini, il plurinquisito alleato di riserva? Non teme i giudizi degli elettori o ex elettori del Pd? Crede davvero che distruggendo valori e principi della sinistra, o di quella che fu tale, di guadagnare consensi a destra? Non sembra, con qualche eccezione. Continua invece a perdere parlamentari del suo partito e ha sul collo i fiati dei Cinque Stelle.

Di nuovo protagonista il trasformismo, antica piaga. Padrino Agostino Depretis (1883), tutore Benedetto Croce che nella sua Storia d’Italia (1927) lo definì un semplice strumento di azione politica, nient’altro che un processo fisiologico, non certo patologico.
E oggi? Che cosa può succedere nel gran pastone dei trasformisti quotidiani?

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