Renzi, una forza del passato di Michele Prospero

La strategia di medio periodo del partito della nazione, inteso come sponta­nea confluenza degli elettori di destra nelle accoglienti sigle del Pd, viene pre­cisata negli editoriali che Angelo Panebianco sta pubblicando sul Corriere. Impegnandosi in una strenua difesa dell’Italicum, celebrato come una garanzia certa di governabilità, il politologo ha affermato che ogni ripensamento sulla via del traguardo delle grandi riforme è assurdo e che i pericoli paventati da politici esitanti sono semplici prodotti di fantasia.

Egli ha così accreditato la sicura affermazione elettorale di Renzi ricorrendo a un teorema che in verità poggia su basi labili. La destra, sostiene, non potrà mai votare in massa per il M5S al secondo turno e, inoltre, il soggetto di Grillo è destinato a sgonfiarsi in prossimità del ballottaggio. La apoditticità di queste sue asserzioni Panebianco le ricava da un postulato (in realtà un canone metafisico o un pio desiderio) che crede inoppugnabile. E cioè che gli elettori votano con il portafoglio saldamente cucito nelle tasche. Motivo per cui i barbari sognatori non passeranno, a meno che alle urne si rechino degli attori irrazionali disposti a compiere atti di autolesionismo economico.

Secondo il Corriere il voto al M5S andava bene nel 2013, quando occorreva organizzare (e anche via Solferino con­tribuì all’impresa) lo «sberleffo ai poteri costituiti».

Ora che il servizio dei guastatori è stato garantito, non serve più a nulla il sostegno al movimento che prenderà «molti meno voti del 2013». A colpire il M5S, sino a ridimensionarne le ambizioni, è la percezione del nudo inte­resse economico che vieta a chi ha i conti in banca di marciare verso l’ignoto. Gratta il liberale e vien fuori un mate­rialista volgare. E, proprio su queste basi molto prosaiche, Panebianco indica in maniera perentoria le ragioni dell’inevitabile successo di Renzi: «Un grillino a palazzo Chigi scatenerebbe il panico in tutte le piazze internazionali».

Più che a una democrazia competitiva egli pensa a un sistema rigidamente protetto che va messo sotto osserva­zione dai custodi dell’ordine del mercato mondiale. Bisogna scongiurare che dalle fragili menti dei cittadini escano strane preferenze, in completa violazione della dottrina dell’utilità e dell’interesse bene inteso formulata da Bentham o Mill. Dalla difesa dei precisi calcoli monetari, visti come movente principale della scelta razionale di voto, Pane­bianco fa discendere la sua prospettiva politica con un ferreo automatismo, e cioè il soccorso scontato della destra al Pd per salvare i depositi bancari altrimenti violati.

Questa analisi, che esibisce un realismo cinico in fondo è solo un tentativo di auto rassicurazione. Trascura peraltro che gli interessi materiali che il governo ha incoraggiato con le sue manovre sono quelli delle imprese, che pesano molto nella confezione delle leggi di bilancio ma meno impatto hanno nel conteggio delle schede elettorali. L’allargamento della soglia del pagamento in contanti mira ad ampliare la coalizione sociale governativa coinvol­gendo nella festa per la mitica ripresa anche settori del commercio, delle libere professioni. Ma, come in un gioco a somma zero, ciò che guadagna verso il mondo delle imprese e del lavoro autonomo, l’esecutivo lo perde nel campo del lavoro dipendente pubblico e privato, delle pensioni, del precariato, della disoccupazione, del voto di opinione.

Con pensioni di sopravvivenza, il sud abbandonato al declino irreversibile, il pubblico impiego perseguitato con accanimento terapeutico, il ricatto del licenziamento che presto peserà sui nuovi assunti a tutele crescenti, l’universo potenziale di chi ritiene di non avere proprio nulla da perdere da un atto di ribellione parrebbe sterminato. E a nulla valgono gli sconvolgimenti sul piano degli averi che Panebianco agita allo scopo di incutere tremore. La difesa dell’ordine costituito sulla base dell’interesse economico minacciato rischia di fare cilecca. Servirebbe un supplemento di politica.
Ed è soprattutto per ragioni politiche e culturali che l’assioma del successo renziano come dato acquisito non regge. Lo stile di governo che intende divertirsi con le regioni e strapazzare il lavoro, l’esibizione di arroganza nelle riforme costituzionali, il ricorso a commissari e prefetti per gestire i territori sospendendo ovunque la democrazia, il contrasto sempre più palese tra il mito anticasta delle origini e l’attaccamento a tutti i privilegi del potere conqui­stato con astuzia, creano una sempre più rigida opposizione tra il palazzo e la società.

Lo scenario possibile è che si ripeta la regolarità della seconda repubblica nelle forme di una nuova insorgenza populista e che Renzi cada vittima del suo stesso immaginario antipolitico. La sua predilezione neorinascimentale per i complotti, il regolamento dei conti, gli agguati, cui aggiunge come maschere diversive le tecniche del comico, del sorriso, della finzione potrebbero portarlo al tramonto. Contro il potere gigliato che marcia con simbologie aggressive, potrebbe mobilitarsi una grande resistenza dal basso, tale da travolgere equilibri che affrettati interpreti vorrebbero consolidati per un ventennio.

Se, a dispetto della demonizzazione dei cosacchi in cammino, arriva a strutturarsi una polarità palazzo-società, che marcia sino a diventare la demarcazione cruciale, il voto potrebbe regalare sorprese. Esclusa dalla somma pro cin­que stelle pure la totalità dei sostenitori di FI, esiste comunque, tra i votanti della destra radicale, della Lega e del M5S un blocco di forze che parte già dalla dotazione di un buon 45 per cento dei consensi. Se ad essi si aggiun­gono al ballottaggio anche i voti presumibili di quanti nella sinistra (non solo radicale) rifiutano per principio ogni possibilità di scegliere Renzi, non è da escludere che dalle urne risuonerà il grido «game over», stavolta rivolto al leader del Pd.
Se, come sembra ormai acclarato, il Pd non mollerà prima del voto lo statista di Rignano inducendolo alla ritirata, la sorte dello scontro è rischiosa. E inevitabile sarà il deflusso della competizione lungo l’asse società-palazzo, essendo, con la benedizione di De Benedetti, felicemente stata archiviata la polarità destra-sinistra. Solo un estremo atto di ribellione, che disarcioni Renzi, potrebbe impedire ulteriori collassi sistemici. Ma il coraggio di un siffatto rimedio liberatorio, e la lucidità strategica nel cogliere il senso delle tendenze, mancano del tutto alle pallide comparse che in parlamento danzano in attesa del grande crollo incombente. Il nuovo soggetto della sinistra perciò deve guardare oltre Renzi, una forza del passato.

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