Lo zero assoluto tra scontrini e manieri di Marco Bascetta

Nean­che Gul­li­ver, nei suoi straor­di­nari viaggi, si è mai imbat­tuto in un paese in cui scon­trini e castelli occu­pas­sero il cen­tro del dibat­tito poli­tico. Del resto quando si pro­cede lungo binari obbli­gati e com­pa­ti­bi­lità senza varianti tro­vare oggetti di disputa richiede un sem­pre mag­giore sforzo di fantasia.

Così il pre­mier avrebbe fatto mar­cia indie­tro sulla detas­sa­zione dei primi castelli. Non l’aveva mai pre­vi­sta? Si è lasciato con­vin­cere?, si inter­roga la stampa più mali­ziosa.  Nel secondo caso la sini­stra dem avrebbe inferto un colpo mor­tale al feu­da­le­simo solo 226 anni dopo la Rivo­lu­zione fran­cese. In entrambi i casi è evi­dente che la que­stione conta meno di zero. Ragion per cui occupa da giorni edi­to­riali, com­menti, vignette, indi­gnate dichia­ra­zioni su gran parte dei media ita­liani. Insomma sta in buona com­pa­gnia, quanto a rile­vanza effet­tiva, con tutti gli altri “suc­cessi” con­se­guiti dalla sini­stra del Pd sotto il regno di Mat­teo Renzi.

Intanto la legge di sta­bi­lità stri­scia nell’ombra verso l’approvazione garan­tita dalla fidu­cia. Fur­betta, a volte roboante, nei con­fronti delle severe regole euro­pee, ma tutto som­mato piut­to­sto obbe­diente. Bru­xel­les potrà anche stor­cere il naso sulla detas­sa­zione della prima casa (che essendo un bene di con­sumo, con­tra­ria­mente ad altre ren­dite da capi­tale, figura tra i ber­sa­gli pre­di­letti dall’ideologia fiscale libe­ri­sta dedita a garan­tire l’accumulazione del capi­tale) ma sa bene che il ter­reno perso potrà essere recu­pe­rato tra tagli, pri­va­tiz­za­zioni e tas­sa­zioni indi­rette. Que­ste ultime, causa sca­te­nante di innu­me­re­voli rivolte nel corso della sto­ria, godono oggi di un certo ano­ni­mato e scarsa atten­zione. In fondo nes­suno ti chiama a pagare per nome e cognome. Mal comune mezzo gau­dio. Su que­sto piano siamo tutti ampia­mente mitri­da­tiz­zati e non c’è governo che non lo sappia.

Dun­que, insi­ste Bru­xel­les e Roma rece­pi­sce, biso­gna detas­sare il lavoro. Lo sgra­vio si sdop­pia però in due voci: favo­rire i pro­fitti d’impresa o la busta paga dei dipen­denti, o entrambi in deter­mi­nate pro­por­zioni. Il rispar­mio fiscale delle imprese si sup­pone indi­riz­zato agli inve­sti­menti e dun­que a nuova occu­pa­zione. Si sup­pone per­ché trat­tasi di un risul­tato del tutto alea­to­rio. In primo luogo e nel migliore dei casi gli inve­sti­menti pos­sono essere indi­riz­zati alla sosti­tu­zione di lavoro vivo con lavoro morto. In secondo luogo, così come le enormi somme di denaro immesse nelle casse delle ban­che, i risparmi fiscali pos­sono pren­dere la via del cir­cuito finan­zia­rio. Infine, tasse o non tasse, se il mer­cato e cioè i con­sumi non “tirano”, gli impren­di­tori si guar­de­ranno bene dall’assumere nuovo per­so­nale, come hanno più volte dichia­rato. Con­sumi che dovreb­bero invece cre­scere gra­zie al ridotto carico fiscale sulle buste paga, ma che, se for­te­mente tas­sati a loro volta come pre­scritto dalla dot­trina libe­ri­sta, non pro­dur­reb­bero alcun effetto espan­sivo. C’è natu­ral­mente la scom­messa sul pri­mato dell’export. Ma chi ci crede nell’attuale con­giun­tura glo­bale? O nelle reto­ri­che del «fac­ciamo meglio della Germania»?

A forza di van­tarci di non essere «come i Greci», sem­bra che lo stra­to­sfe­rico debito pub­blico ita­liano sia com­ple­ta­mente scom­parso. Sono lon­tani i tempi in cui il «signor Spread» era più popo­lare delle star del cal­cio e oggetto di acca­lo­rate discus­sioni in ogni bar del paese. Com­piti fatti, pro­blema risolto. Que­sta l’orgogliosa nar­ra­zione gover­na­tiva. Occu­pa­tevi, se vi garba dav­vero liti­gare, di manieri e scontrini.

E se, invece, fosse pro­prio l’esame e la rine­go­zia­zione di quel debito e le regole di rien­tro sta­bi­lite dalle «isti­tu­zioni» euro­pee il tema prin­ci­pale da affron­tare quanto alla pres­sione fiscale e ai suoi effetti reces­sivi?
Certo non è facile, dopo aver sbef­feg­giato Atene e sacra­liz­zato gli inte­ressi dei cre­di­tori, imma­gi­nando di poter rosic­chiare in cam­bio qual­che mar­gine di tol­le­ranza a Fran­co­forte e Bru­xel­les. Magari sulla pelle dei migranti. «Quali tasse e quali tagli, lo deci­diamo noi!», tuona il pre­mier. Ma è evi­dente che non è affatto così, che la deci­sione sia impo­sta per via diretta o indi­retta. Né prima, né durante, né dopo la crisi greca vi è stato alcun discorso serio sull’Europa e le sue poli­ti­che eco­no­mi­che e finan­zia­rie da parte del governo di Roma, impe­gnato, sem­mai, in una gestione meschina (e per­dente) del van­tag­gio nazio­nale. Cosic­ché la que­stione fiscale ci viene ripro­po­sta in ter­mini asso­lu­ta­mente arcaici, quando non inte­res­sa­ta­mente banali, pre­scin­dendo alle­gra­mente dal peso della ren­dita finan­zia­ria e dal dum­ping fiscale all’interno dell’Unione. Come una par­tita che possa risol­versi all’interno dei sin­goli paesi o nella loro auto­noma e fur­ba­stra con­trat­ta­zione con Bru­xel­les. E’ il para­dosso di quell’europeismo nazio­na­li­sta che ha disgra­zia­ta­mente occu­pato il campo del pro­getto di inte­gra­zione europeo.

Il governo di Atene ha appena licen­ziato la diret­trice dell’agenzia delle entrate sulla quale sono state aperte due deli­cate inchie­ste giu­di­zia­rie. Si temono vee­menti rea­zioni da Bru­xel­les per­ché l’autonomia dell’organismo tri­bu­ta­rio dal governo ne risul­te­rebbe minac­ciata. Orga­ni­smo che si sup­pone debba, invece, sot­to­stare alle ragioni indi­scusse dell’austerità e dun­que a quelle dei cre­di­tori. Ma non è il caso di pre­oc­cu­parsi: «Noi non siamo mica la Grecia!»

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