Domande radicali per tempi difficili di Riccardo Laterza

Il movimento studentesco e le forme organizzate cresciute assieme ad esso rappresentano un’esperienza da cui si possono raccogliere indicazioni impor­tanti per chi ambisce a raggiungere l’obiettivo della ricostruzione di rapporti di forza favorevoli per cambiare la nostra comune condizione di subalternità.

Nel corso degli anni, le studentesse e gli studenti hanno sempre accompa­gnato alle rivendicazioni legate al contesto della scuola e dell’università, una continua tensione verso una prospettiva generale, connettendosi con altri mondi in mobilitazione, ma soprattutto indicando i processi che investivano — e investono tuttora — tutta la società.

Un esempio emblematico è stato l’Onda, quando la prospettiva più tradizionalmente studentesca si è contaminata in maniera profonda con la prospettiva di una generazione che per la prima volta dal Dopoguerra stava vivendo con­dizioni peggiori di quelle dei propri genitori. La lotta alla precarietà e quella per la formazione pubblica, di qualità, accessibile a tutti — nella prospettiva della liberazione dei saperi da mercificazione e privatizzazione — si sono così sviluppate sincronicamente, costituendo un ponte possibile verso altre parti della società colpite dal governo della crisi economico-finanziaria a livello europeo.

Purtroppo, il movimento studentesco di quegli anni aveva lanciato un altro segnale oggi effettivamente avveratosi: dentro la crisi si è definitivamente rotto il meccanismo di consenso, fiducia e di (mutuo) riconoscimento tra le forme tradizionali della rappresentanza politica e la cittadinanza. La nostra era forse una denuncia rabbiosa e poco propo­sitiva; quella distanza tra rappresentanti e rappresentati è stata tuttavia nel frattempo colmata da diversi soggetti politici, più o meno marcatamente reazionari e xenofobi, ma in ogni caso assai poco somiglianti a ciò che servi­rebbe per costruire e praticare l’alternativa all’esistente.

Anche nel corso dell’ultimo anno la mobilitazione studentesca — e del mondo della scuola in generale — ha matu­rato l’opposizione alla Buona Scuola non esclusivamente su basi sindacali, ma su una visione della formazione e della società radicalmente diversa da quella del Governo, gettando luce sulla relazione tra scuola e democrazia e, dunque, su come l’attacco alla scuola pubblica sia oggi, in un Paese con un altissimo tasso di analfabetismo fun­zionale, un attacco diretto alla capacità della popolazione di partecipare attivamente alla vita pubblica. Nella lotta tra la scuola della cittadinanza e la scuola di precarietà, Renzi ha vinto il primo round, ma scontando un calo note­vole di consensi.

Quali domande di ricerca possiamo porci a partire da queste vicende? Ne elenco molto brevemente alcune.
– Com’è possibile fare definitivamente i conti con una crisi, innanzitutto della percezione del senso e dell’utilità della “politica” in tutte le sue forme? E’ probabile che nessuna operazione di unificazione di ciò che è già organiz­zato potrà essere sufficiente per recuperare una relazione ormai lacerata con vastissimi settori della società sem­pre più precaria e subalterna. Serve non dare per scontata l’adesione di chi ambiamo organizzare agli schemi (innanzitutto mentali) secondo i quali pensiamo di poterli organizzare. Oggi, nella società della frammentazione, o le forze organizzate fanno della diversità di interessi, di capacità di impegno, di competenze, di tempi di vita e di lavoro, una ricchezza da mettere a sistema per costruire intelligenza e forza collettiva, o non ci sarà alcuna affinità tra quanto si rinchiude progressivamente “in alto” e quanto si muove “nel basso”;

– Come muoversi “nel basso”, in quella varietà di fenomeni molto ampia e che spesso sfugge alle categorizzazioni del passato, interrogandoci profondamente sull’utilità e soprattutto sulla loro comprensibilità? Oggi le organizza­zioni sociali hanno di fronte a sé una sfida più grande di quella che erano chiamate a svolgere dentro lo sviluppo del compromesso capitale-lavoro del ‘900. Si tratta infatti di concepire l’azione delle organizzazioni sociali oltre una divisione meccanica dei compiti tra Partito e soggetti sociali e dentro un processo di (ri)politicizzazione della società: aggredire un piano generale del discorso politico, ricostituire un senso comune della possibilità della tra­sformazione della realtà tramite l’azione quotidiana del mutualismo, dell’aggregazione, della vertenzialità locale. Una trasformazione radicale e al tempo stesso concreta. Tutto ciò non significa porsi contro la prospettiva della costruzione di una rappresentanza politica di tali istanze; la sfida è piuttosto quella di costruire uno spazio di coope­razione tra forme diverse dell’azione politica;

– Dove collocare gli sforzi per la ricostruzione di rapporti di forza favorevoli nella nostra società? Il livello locale, delle relazioni di prossimità, dei problemi e delle soluzioni quotidiane, è inevitabilmente il primo campo d’intervento. Tut­tavia non si può mettere in secondo piano la prospettiva europea, quella dell’azione in un campo senza e contro la democrazia, come il caso greco ha recentemente dimostrato. Autogoverno (locale) e connessione (transnazionale) sono due ipotesi di lavoro che devono camminare di pari passo.

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