Referendum greco: la crisi europea vive il suo momento più difficile

Jerome Roos è editor e fondatore di ROAR Magazine

Chi accusa i greci di “irresponsabilità” sbaglia: l’assoluta mancanza di rispetto dei creditori per qualsiasi principio democratico ha lasciato un intero paese con nessun’altra scelta se non la rottura.

L’annuncio è giunto come un terremoto.

L’inaspettata decisione di Tsipras nel tardo pomeriggio di venerdì di tornare ad Atene e indire un referendum sull’ultima proposta di salvataggio dell’Euro-gruppo—dando indicazione di votare contro la proposta—ha sorpreso tanto i sostenitori quanto gli oppositori del governo greco.

Ora, mentre in Grecia in molti rimangono in fila davanti ai Bancomat per prelevare quanto più possibile, il rifiuto dell’Euro-gruppo di estendere l’attuale piano di salvataggio, i limiti posti dalla BCE alla sua assistenza finanziaria d’emergenza alle banche greche, e la Grecia che si appresta a non onorare il pagamento di 1,5 miliardi di euro al FMI martedì, indicano che il tanto atteso momento decisivo è finalmente alle porte. Dopo cinque anni interminabili e strazianti, la crisi dell’Euro vive il suo momento più difficile.

Chi oggi sta rimproverando al governo greco di aver assunto un comportamento “irresponsabile” per aver indetto il referendum, è profondamente in errore. Senza dubbio, come ho sostenuto molte volte in passato, la convinzione di Tsipras e Varoufakis di poter in qualche modo ottenere un “compromesso onorevole” dai creditori, è stata un’ingenuità. Ma dopotutto, è stata l’assoluta mancanza di rispetto per qualsiasi principio democratico dei creditori, che ha messo Tsipras con le spalle al muro, imponendogli di firmare un accordo che sapevano bene, avrebbe diviso il suo partito e il suo governo.

Offrendo uno dopo l’altro degli accordi oltraggiosi, l’intento dei creditore era chiaro fin dall’inizio: non sono mai stati interessati neppure lontanamente ad ottenere un accordo “positivo”; l’unica cosa a cui sono stati interessati è stata la capitolazione completa e incondizionata di Syriza—a cui nei loro piani sarebbe dovuto succedere un regime tecnocratico. Paul Krugman aveva perciò ragione quando si è riferito all’ultimatum dei creditori chiamandolo “un atto di mostruosa follia”.

Messo all’angolo dall’azione sconsiderata dell’Euro-gruppo e del FMI, Tsipras ha risposto, probabilmente, nell’unico modo ragionevole: ha rifiutato la proposta assurda che i creditori avevano messo sul tavolo, chiamando a decidere il popolo greco, e suggerendo di votare contro il disastroso ultimatum dei creditori. Quello che è veramente sorprendente non è la decisione in sé—ma che ci abbia impiegato così tanto tempo per prenderla.

Per cinque mesi, i creditori hanno soffocato la Grecia, privandola di liquidità nel tentativo vergognoso di costringere Tsipras a firmare concessioni umilianti che avrebbero costretto i greci ad anni—o forse decenni—di austerità estrema. Per cinque mesi, sono rimasti imperterriti, fedeli al loro cinismo e al loro risoluto rifiuto di fare anche la minima concessione. Per cinque mesi, hanno denigrato e umiliato pubblicamente i rappresentanti democraticamente eletti di milioni di greci, un popolo che aveva già dovuto affrontare indicibili difficoltà.

Se Tsipras avesse firmato quell’accordo inaccettabile, non sarebbe stato solo un suicidio politico per lui e il suo partito; sarebbe stato soprattutto un totale disastro per il popolo greco—per non parlare dei danni che avrebbe arrecato alle prospettive politiche della sinistra europea, più in generale. Se c’è stato qualcosa di veramente irresponsabile nel comportamento di Tsipras, è stato di aver permesso ai creditori di giungere fino a questo punto.

Era da ora giunto il tempo per un grande “No”—un forte OXI!

Per cinque anni, i leader europei e l’elite greca hanno sacrificato questo incredibile paese e la sua popolazione all’altare dei mercati finanziari per salvare una manciata di speculatori senza scrupoli seduti nei consigli di amministrazioni di alcune banche europee, e per convincere gli investitori finanziari che l’unione monetaria era irreversibile. Per cinque anni, hanno tirato la corda sperando che le contraddizioni strutturali del capitalismo finanziario e dell’Unione europea potessero in qualche modo magicamente scomparire, se solo l’inevitabile momento in cui sarebbe stato necessario riconoscerle, si fosse potuto posticipare all’infinito.

Questo approccio si è ora mostrato come un catastrofico, sebbene assolutamente prevedibile, fallimento. Rimanendo fedeli alle loro posizioni estremiste con l’intento di costringere i greci a un accordo auto-distruttivo o un’uscita dall’Euro, sono stati i creditori stessi che hanno spinto l’Eurozona sul crinale di una crisi dagli esiti imprevedibili. Certo, ora diranno che la Grecia è da tempo con un piede fuori dalla UE, e che le ripercussioni di un default greco possono essere contenute, ma gli investitori trarranno le loro conclusioni se vedranno un membro dell’Eurozona cadere nel caos. Non stupisce che l’Euro stia già perdendo punti nei mercati asiatici aperti da qualche ora.

L’ironia più sconcertante è che per tutto questo tempo c’è sempre stata una via d’uscita socialmente accettabile. Una soluzione responsabile sarebbe stata la cancellazione di una parte significativa del debito greco. Ma, come il FMI ha dichiarato ufficialmente, questa opzione era politicamente inaccettabile per i “partner” della Grecia sin dall’inizio. Le ragioni sono semplici. Nei primi anni della crisi del debito greco, c’era il timore che la cancellazione di parte del debito avrebbe portato al collasso alcune delle più grandi banche private europee. Una volta che il debito greco è stato socializzato, però, i leader europei hanno iniziato a temere di essere sconfitti dai partiti euroscettici dei loro rispettivi paesi che hanno iniziato a puntare il dito contro le possibili ripercussioni di un default greco.

In altre parole, è stata l’intransigenza dei creditori, la loro assoluta indisponibilità ad ammettere di fronte ai loro elettori la verità sul salvataggio della Grecia e il loro rifiuto perfino a contemplare una soluzione socialmente sostenibile della crisi, che ha determinato la situazione drammatica in cui ci troviamo.
La Grecia e l’Europa ora si trovano sull’orlo di una rottura da cui sarà difficile tornare indietro. All’inizio di una settimana che senza dubbio sarà ricordata come il momento di rottura o di consolidamento del progetto neoliberista europeo, il cielo sopra la Grecia si sta già facendo minaccioso. Una fuga di liquidità dalle banche greche durante il fine settimana ha costretto il governo greco a tenere chiuse le banche lunedì, e ad imporre un limite di prelievo di 60 euro giornaliero agli sportelli bancomat. Gli effetti economici e sociali di queste decisioni renderanno molto difficile la possibilità per i greci di andare al voto serenamente.

A riguardo le intenzioni dei creditori sono assolutamente cristalline: scioccati e offesi dall’inaspettata mossa di Tsipras, cercheranno di fare tutto ciò che è in loro potere per ostacolare il processo democratico e influenzare il risultato del voto. Il loro scopo non sarà tanto più quello di tenere la Grecia all’interno dell’Eurozona, la loro priorità numero uno in questo momento è semplicemente impedire a Syriza di poter rivendicare pubblicamente una vittoria—perché questo rischierebbe di rafforzare altre forze anti-austerity, e in particolare Podemos in Spagna. Preferirebbero vedere la Grecia cadere nel baratro, piuttosto che fare qualche concessione a Syriza.

Questa è la ragione che ha spinto l’Euro-gruppo a rifiutare di estendere il piano di salvataggio greco, neppure di alcuni giorni: sapevano che senza l’estensione del programma la BCE non sarebbe stata in grado di mantenere in piedi il suo supporto straordinario alle banche greche, e sapevano pure che senza quel supporto le banche greche non avrebbero potuto aprire lunedì. La loro decisione, perciò, costringerà i greci ad andare al voto in condizioni di estrema incertezza finanziaria, rafforzando in questo modo la campagna di terrorismo mediatico dell’opposizione neoliberista greca e, forse, riuscendo a condizionare all’ultimo momento il voto a favore di un “Si” fatto di paura e timori.

Nel frattempo, l’ala non-eletta del regime tecnocratico della Troika ha spinto la propria azione intimidatoria ad un livello fin qui mai raggiunto. Il direttore del IMF, Christine Lagarde, ha sostenuto che visto che l’offerta dei creditori scade martedì, Tsipras tecnicamente sta chiedendo di votare su un accordo che non esisterà più aldilà del risultato del voto. A questo si è aggiunto il “rammarico” del commissario europeo, Jean-Claude Juncker, per l’uscita “unilaterale” della Grecia dal tavolo delle trattative durante i lavori per un nuovo piano di cui ha rilasciato il testo. Entrambe le mosse hanno il chiaro intento di destabilizzare le aspettative della popolazione in vista del voto e confondere i votanti sulla legalità e importanza storica della scelta che tra qualche giorno dovranno affrontare.

Ciò che è certo è che il referendum di domenica segnerà un momento cruciale nella storia recente della Grecia e una svolta decisiva per il futuro del progetto neoliberista europeo. La scelta è molto chiara. Cinque anni dopo la prima rivolta del popolo greco contro l’imposizione antidemocratica delle misure di austerità della Troika, ha finalmente la possibilità di decidere sul loro destino: o voteranno sì a misure di austerità che dureranno almeno per un’intera generazione rimanendo all’interno della UE, o risponderanno alle richieste disumane dei creditori con un forte e dignitoso “NO!”—con il quale potrebbero aprire la strada a migliaia di altri “Sì” a una nuova, realmente democratica e socialmente giusta Europa, libera dalle catene della schiavitù del debito, il cappio di una insostenibile moneta unica , e la tirannia di un’incontrollabile tecnocrazia finanziaria.

La posta in gioco non è mai stata più alta.

oxi

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