Galbraith: «L’Europa si sbaglia se pensa che la Grecia arretrerà»

James K. Galbraith, figlio del grande econo­mista John Kenneth Galbraith, insegna eco­nomia e altre discipline all’università Lyn­don Johnson del Texas, la stessa in cui inse­gnava Varoufakis prima di essere «chia­mato alle armi» da Alexis Tsipras. Da allora ha seguito il suo collega ed amico molto da vicino, accompagnandolo anche a varie riunioni dell’Eurogruppo. Gli abbiamo chie­sto di farci il punto sullo stato della trattativa Grecia-Ue, nel momento in cui questa entra nella sua fase più drammatica da cinque anni a questa parte.

Professore, secondo lei è ancora possibile che Grecia e Ue raggiungano un «accordo onorevole»?
Questo dipenderà dai creditori. A differenza di quanto sostenuto dalle istituzioni europee e da gran parte dei media, il governo greco ha fatto molto per venire incontro alle posizioni dei creditori, oltrepassando molte delle proprie «linee rosse».

Resta da vedere se il governo sarà disposto a fare ulteriori concessioni. Ma sia Tsipras che Varoufakis hanno fatto intendere che la misura è colma, e che ora sta ai creditori fare qual­che passo avanti e dimostrare di essere realmente interessati a trovare un accordo. Pur­troppo in questi mesi i creditori non hanno ammorbidito la loro posizione di una virgola – un’altra verità spesso occultata dai media. La loro ultima proposta ricalca per filo e per segno i precedenti memoranda della troika. Questo è inaccettabile e irresponsabile, consi­derando che l’attuale programma si è dimostrato un fallimento sotto ogni punto di vista. Cinque anni fa, il Fondo monetario internazionale aveva previsto che il Pil greco si sarebbe contratto del 5% a causa delle misure di austerità. Ad oggi si è ridotto del 25%. Dovrebbe bastare a decretare il fallimento del programma, e la necessità di un suo superamento radicale.

Lei ha scritto che quelle che chiedono i creditori non sono riforme ma, al con­trario, «contro-riforme».
Esatto. I tagli ai salari e alle pensioni, gli aumenti di tasse e le privatizzazioni selvagge non sono riforme ma, appunto, contro-riforme, che mirano a ridurre il ruolo dello Stato nell’economia e a imporre un singolo modello di politica economica in tutta Europa.

Qualunque riforma che sia degna di questo nome richiede tempo, pazienza, pianificazione e denaro. La riforma del sistema pensionistico e di sicurezza sociale, l’introduzione di stan­dard del lavoro moderni, una politica di privatizzazione oculata, la creazione di un sistema di riscossione delle imposte efficiente: queste sono vere riforme, che favorirebbero la cre­scita e il dinamismo dell’economia, e su cui il governo sarebbe ben felice di muoversi, se solo i creditori glielo permettessero. Le «riforme» dei creditori, invece, vanno nella dire­zione opposta: mirano ad estrarre quanta più ricchezza possibile dall’economia greca e a mettere pressione al governo greco.

Pochi giorni fa Tsipras ha accusato l’Europa di voler imporre un «cambio di regime» nel paese ellenico. È d’accordo?
Innanzitutto, direi che il semplice fatto che oggi in Europa si parli apertamente della possi­bilità che l’Unione stia architettando un «cambio di regime» contro un governo democratica­mente eletto, che sia vero o meno, la dice lunga su quanto sia caduta in basso l’Unione europea. Detto questo, mi pare che il comportamento di tutte le istituzioni coinvolte — dalla Bce all’Fmi, dalla Commissione europea all’Eurogruppo — parli da sé. I creditori sanno bene che se i greci non accettano le condizioni che gli vengono imposte, il sistema banca­rio greco potrebbe implodere, costringendo il paese a fuoriuscire dall’euro. Ed è per questo che continuano a tenere la Grecia con le spalle al muro. La strategia dei creditori, però, si basa su un duplice assunto: che l’Europa potrebbe sopravvivere ad un’uscita della Grecia dalla moneta unica, e che Syriza e il popolo greco alla fine capitoleranno piuttosto che rischiare il Grexit. Entrambe le ipotesi però sono tutte da verificare, e dimostrano una hýbris molto pericolosa.

Tra le istituzioni coinvolte, la Bce è quella che ha tenuto il comportamento più ambiguo. Da un lato ha chiuso uno ad uno tutti i «normali» rubinetti della liqui­dità, dall’altro ha tenuto in piedi il sistema bancario ellenico attraverso la liqui­dità di emergenza, spesso contro il volere della Bundesbank. Come giudica l’operato della banca centrale?
Molto negativamente. La Bce è la principale responsabile del progressivo deterioramento della situazione finanziaria greca a cui abbiamo assistito da quando Syriza è salita al potere. Il 4 febbraio, a soli nove giorni dalle elezioni, la Bce ha privato il governo greco di una delle sue principali linee di credito, escludendo i bond ellenici dai titoli che potevano essere usati dalle banche come collaterale, costringendo queste a dipendere in toto dalla liquidità di emergenza fornita dalla banca centrale attraverso l’Ela (Emergency Liquidity Assistance) e accelerando la fuga di capitali dal paese. A questo è seguita la decisione della Bce di sta­bilire un tetto ai titoli di Stato acquistabili dalle banche greche, un limite che la banca cen­trale non aveva imposto al precedente governo e che ha ulteriormente ridotto il margine di manovra di Syriza.

È chiaro che questa strategia di lenta asfissia finanziaria aveva – ed ha – come obiettivo uni­camente quello di destabilizzare il paese e mettere pressione al nuovo governo. È un fatto di una gravità inaudita: non credo che esistano altri esempi nella storia di una banca cen­trale che si propone di destabilizzare deliberatamente la situazione finanziaria di un paese per motivi politici. Il rapporto di qualche giorno fa della Banca centrale greca — legata a doppio filo alla Bce — secondo cui la mancanza di un accordo comporterebbe «una crisi incontrollabile» con l’uscita del paese dall’euro e persino dall’Unione europea si inserisce ovviamente nella medesima strategia della tensione.

Come giudica invece il comportamento degli altri governi dell’eurozona, tutti apparentemente appiattiti sulle posizione della Germania?
Innanzitutto, non penso che si possa parlare di una singola «posizione tedesca», giacché il governo tedesco appare spaccato in due, tra chi vorrebbe cercare di tenere la Grecia dentro l’euro salvando la faccia (Merkel) e chi invece vorrebbe lasciare il paese al suo destino (Schäuble). Detto questo, è indubbio che la Grecia si sia ritrovata completamente isolata all’interno dell’Eurogruppo. L’avversione dei governi di destra era scontata.

Ma è interessante notare che i governi più ostili si sono rivelati proprio gli altri governi della periferia. E in un certo senso è facile capire perché: sono tutti governi che hanno implementato pedissequamente i diktat della troika, con conseguenze spesso devastanti. È dunque normale che non vogliano dare credito ad un governo che si batte proprio contro quelle politiche, e si propone di mostrare che un’alternativa è possibile. Questo è partico­larmente vero nel caso delle forze socialdemocratiche convertite al neoliberismo — in par­ticolar modo in Italia, in Germania e in Francia -, che giustamente non vogliono creare aper­ture alla loro sinistra. Paradossalmente, le principali dimostrazioni di solidarietà sono arri­vate da paesi non europei, tra cui gli Stati Uniti, che per ovvi motivi spingono affinché la Grecia rimanga nell’orbita d’influenza europea. Non è un caso che Varoufakis sia stato l’unico ministro delle Finanze ad incontrare il presidente Usa Barack Obama a margine dei vertici dell’Fmi e della Banca mondiale che si sono tenuti ad aprile a Washington.

Lei al momento si trova in Grecia. In queste ore così drammatiche, che atmo­sfera si respira nelle strade?
Un’atmosfera straordinariamente calma. I greci sanno bene che la situazione è difficile. Si stanno riprendendo in mano il proprio destino, e sanno che questo ha un costo. Ma è la prima volta in cinque anni che hanno un governo di cui possono sentirsi fieri. Tutti i son­daggi mostrano che Tsipras continua a godere del sostegno della maggioranza della popola­zione. Lo si vede dalle reazioni che suscita Varoufakis nella gente comune quando cam­mina per le strade di Atene. Una cosa è certa: il popolo greco non ha nessunissima inten­zione di tornare all’ordine politico precedente o di cedere il fianco ai neonazisti di Alba Dorata. Le minacce dell’Europa, poi, fanno sempre meno effetto. I greci sanno bene che non vanno prese troppo sul serio.

THOMAS FAZI

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