30 anni di Schengen, ma la Francia festeggia chiudendo le frontiere di Nicola Vallinoto

Il 14 giugno 1985 Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo firmarono l’accordo di Schengen per abolire le frontiere interne e per consentire la libera circolazione delle persone all’interno dei confini europei. A 30 anni di distanza sono 26 i paesi che hanno aderito allo spazio Schengen. I governi europei hanno sospeso temporaneamente gli accordi di Schengen solo in circostanze eccezionali. È successo in Italia, per esempio, durante il G8 di Genova nel 2001 e, recentemente, in Germania dove sono stati reintrodotti i controlli alla frontiera dal 26 maggio al 15 giugno per l’incontro del G7 al Castello di Elmau. In questi giorni la Francia ha mandato la Gendarmerie al confine di Ventimiglia per fermare gli immigrati provenienti dall’Italia.

Negli ultimi mesi a causa del flusso inarrestabile dall’Africa di decine di migliaia di persone in fuga dalla guerra e dalla fame si parla insistentemente non più di una sospensione temporanea ma di una revisione globale di tali accordi. In Francia culla di valori universali come la libertà, l’uguaglianza e la fraternità tutti i partiti, sia di destra che di sinistra, stanno avanzando proposte di revisione. Anche se sappiamo che la pressione migratoria verso i paesi ricchi dell’UE non dipende certo dagli accordi di Schengen.

L’abolizione di Schengen è sempre stato un cavallo di battaglia del partito ultra-nazionalista Front National. A partire dal 2012 e in occasione della campagna elettorale per le europee del 2014 anche Nicolas Sarkozy, e il suo partito UMP, ha minacciato di voler sospendere l’accordo vista la situazione dei rifugiati provenienti dal Mediterraneo. Il leader dei Repubblicani, il nuovo partito di destra, parla di rivedere Schengen mentre il sindaco di Nizza vuole uscirne. Persino Jean Christophe Lagarde del partito pro-europeo UDI vuole far cessare la libertà di insediamento. E, non ultimo, il primo ministro Manuel Valls chiede di riformare Schengen per rendere obbligatori i controlli sistematici alle frontiere. E in questi giorni la Francia sospende di fatto la libera circolazione nello spazio Schengen: sono comparse infatti le camionette della Gendarmerie al valico di Ponte san Ludovico tra Italia e Francia per controllare e fermare gli immigrati provenienti dall’Italia. Questo confine è un luogo simbolo per la libertà di movimento in Europa perché, proprio a Ventimiglia presso il Ponte san Luigi, nel 1952 si svolsero le prime manifestazioni, promosse dal Movimento Federalista Europeo, per abbattere le frontiere nazionali tra la Francia e l’Italia.

Il 2015 è iniziato con una grande manifestazione di solidarietà di tutta l’Europa con la Francia all’indomani dell’attentato terroristico alla redazione di Charlie Hebdo. L’appello #JeSuisCharlie ha fatto il giro del mondo. La manifestazione di Parigi promossa da Hollande ha visto la presenza di milioni di cittadini francesi, di molti leader europei, tra cui Renzi, Merkel e Cameron, e delle istituzioni europee con la partecipazione di Mogherini, alto rappresentante della politica estera europea, e di Juncker, presidente della Commissione europea. Quest’ultimo nel mese di maggio ha proposto una agenda sui migranti e richiedenti asilo con un piano di quote di accoglienza e ripartizione dei profughi tra i 28 paesi dell’UE. Piano che rischia di non partire per l’opposizione di diversi paesi europei inclusi la Germania e la Francia: lo stesso paese che solo pochi mesi fa ha ricevuto la solidarietà europea in occasione dell’attentato terroristico e che ora gira le spalle alla richiesta di aiuto da parte dei paesi più colpiti dai flussi migratori e soprattutto dai richiedenti asilo in fuga da guerre e fame. La domanda sorge spontanea: dov’è finita la fraternità uno dei valori cardine della rivoluzione francese?

Sotto accusa naturalmente non è la Francia ma l’Europa tutta. Noi tutti ci ricordiamo le lacrime di coccodrillo versate dai leader europei riuniti in un vertice straordinario tenutosi lo scorso 23 aprile a pochi giorni dall’ennesima tragedia del Mar mediterraneo in cui erano morti oltre 900 migranti: vertice in cui tutti i leader dissero che non avrebbero lasciata sola l’Italia e che l’UE avrebbe fatto di più per affrontare il problema. Poche settimane dopo queste dichiarazioni alla prova dei fatti i leader hanno cambiato idea preoccupati, forse, di perdere il consenso dei rispettivi elettorati.

La domanda alla quale dobbiamo rispondere come cittadini europei è la seguente: “su quali valori si fonda l’Unione europea?”. Se vogliamo dare un seguito all’articolo 2 del Trattato di Lisbona che recita: «L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini» dobbiamo chiedere con forza ai governi europei di cambiare rotta e di attuare il piano di ripartizione dei profughi proposto dalla Commissione europea quale primo passo per una vera politica europea sull’immigrazione che deve prevedere, nel breve periodo, i corridoi umanitari per i richiedenti asilo e, in prospettiva, un New deal mediterraneo come proposto dai partecipanti del festival Sabir riuniti a Lampedusa dal 1 al 5 ottobre 2014 in occasione del primo anniversario della tragica scomparsa in mare di 360 migranti.

Si tratta, in poche battute, di attuare un nuovo patto sociale, economico e ambientale tra i popoli delle due sponde del Mediterraneo in cui l’UE finanzia un piano di investimenti pubblici rivolti alle regioni del Maghreb e del Mashrek attraverso la creazione di progetti condivisi nei diversi ambiti della ricerca, dell’università, delle energie rinnovabili e dell’agricoltura ecologica.

L’arma più potente a nostra disposizione per cambiare la situazione e, tra le altre cose, per far arretrare il terrorismo islamico passa per l’emancipazione di queste regioni martoriate dalle guerre e dalla fame. L’Unione Europea deve sostenere il percorso solo abbozzato dalle primavere mediterranee creando le condizioni per uno sviluppo autonomo e democratico delle regioni del Nord Africa. Mentre l’Onu deve fare la sua parte coadiuvando l’Unione Africana a raggiungere gli stessi obiettivi di autonomia e democrazia per l’intero continente.

Per smuovere l’impasse in cui si trova l’UE a causa degli egoismi e delle chiusure dei governi nazionali occorre una grande mobilitazione dei cittadini europei in tutti i luoghi di confine e di confino per un’Europa aperta, cosmopolita e antirazzista con la parola d’ordine #JeSuisMigrant che possa rilanciare un progetto di Europa democratica e federale necessario a dare un governo sovranazionale a un continente alla deriva.

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