Le mafie di Roma. Dibattito pubblico e problemi di definizione (Prima parte) Di Vittorio Martone 30 maggio 2014

Che a Roma ci sia la mafia sembra oramai un fatto ampiamente condiviso. Da decenni nella Capitale e lungo il suo litorale convivono mafie tradizionali, gruppi autoctoni e criminalità straniera. Fatta eccezione per quest’ultima, al 2013 si possono contare trentadue gruppi, con un primato di ‘ndrangheta e camorra. Così come avviene per le altre aree del Centro e del Nord Italia, i primi studi si stanno occupando di analizzare in dettaglio la natura degli insediamenti, le loro forme organizzative e i loro reticoli affaristico-criminali.

In questa sede, proverò invece a rispondere a una domanda assai più stimolante per chi affronta il tema delle mafie di Roma. Una domanda che non riguarda il fronte della mafia ma quello dell’antimafia: nel dibattito pubblico capitolino, tutti parlano di mafia ma pochi, ad oggi, tentano di fornirne una definizione condivisibile, proponendo letture collocabili lungo un continuum tra negazionismo ed allarmismo. Da un lato, una diffusa tendenza alla negazione, palese sia nella società locale che negli stessi istituti di contrasto. Dall’altro, una lettura allarmista veicolata dalle diverse espressioni del movimento antimafia che ricorrono al concetto di «quinta mafia» per indicare un’organizzazione che ricomprenderebbe tutti i gruppi, tradizionali e autoctoni[1]. Secondo altre tesi, il riemergere sulla scena pubblica di nomi storici della criminalità capitolina (Carminati, Fasciani, Nicoletti) sarebbe frutto della recente formazione di una «nuova Banda della Magliana» che, riunendo tutti in un disegno criminale comune, starebbe trasformando Roma in un «laboratorio di una nuova formula criminale, flessibile ed efficiente, che permette il controllo del territorio limitando l’uso della violenza»[2]. Ma questa versione, con varie sfumature, mette d’accordo anche altre voci autorevoli[3] che, a partire da una concezione panmafiosa, reclamano maggiore attenzione da parte dell’opinione pubblica e delle agenzie di contrasto.

È ovvio che queste letture non hanno un ruolo meramente descrittivo, ma assumono funzioni fortemente performative. A partire dai discorsi maggiormente in uso per definirla, proviamo pertanto a spostare l’attenzione sulla mafia romana in quanto concetto e non in quanto fenomeno dal quale pure trae ispirazione.

Non a caso, in apertura, si è utilizzata la formula «mafie tradizionali, gruppi autoctoni e criminalità straniera». Sembrerebbe esserci, infatti, un consenso di massima su cosa siano le mafie tradizionali nella Capitale: gruppi per i quali è accertata l’afferenza a Cosa Nostra, ‘ndrangheta o camorra. In tali casi, come è evidente, a definire la mafiosità è innanzitutto l’origine meridionale dei componenti. Un approccio culturalista che preserva la società locale. Nel primo «Libro Bianco» del Partito Democratico sulla criminalità organizzata (2012) si legge:

«Sono tra noi, parlano e passeggiano per le strade, sorridono e vestono bene, ma a differenza nostra comprano, costruiscono, corrompono e trafficano in droga e armi. Sono gli esponenti dei clan mafiosi che dall’inizio degli anni sessanta si sono insediati nel Lazio e a Roma».

Se per le mafie tradizionali domina un approccio che tende a definirle per alterità, ai gruppi autoctoni viene generalmente attribuito un ruolo minoritario, nell’ambito di una netta divisione del lavoro: i mafiosi provenienti dal meridione porrebbero a Roma le loro articolazioni logistiche per il riciclaggio di capitali e per il loro reinvestimento in attività legali. I gruppi autoctoni, invece, più radicati nel territorio minuto, si dedicherebbero prevalentemente ad attività tradizionali, dal gioco d’azzardo al traffico di stupefacenti, alle estorsioni. Eppure questo ingorgo criminale sembrerebbe collegato a una regolazione complessa e processuale, che alterna dinamiche di conflitto a rapporti di cooperazione a seconda delle contingenze storiche, dei settori di attività, dei quartieri di riferimento e dei fattori esterni (repressione giudiziaria, apertura di nuovi mercati ecc.). Non mancano alleanze e fusioni con le mafie tradizionali, che pure scendono in strada, controllano il racket e l’usura e quando serve sparano[4]: ciò confuta la tesi dell’espansione economica di mafie silenti e solo raramente inclini alla violenza e ancor più smentisce le rappresentazioni folkloristiche collegate a un immaginario stilizzato del malvivente romano.

Nella letteratura dominante egli è prima di tutto un individualista: opera da solo o al massimo in piccoli gruppi, spesso temporanei e legati a un colpo specifico. È una sorta di eroe di borgata, in preda a una inspiegabile arroganza kitsch; in un recente documento dell’Associazione daSud leggiamo:

Giravano per la città a bordo di Suv e maxi-scooter scimmiottando i camorristi di Scampia, agitando le pistole e parlando con un linguaggio mutuato da quello di Romanzo criminale al motto di “pijamose Roma”[5].

Ma anche «i camorristi di Scampia» esistono solo nella penna di un romanziere.
Altro aspetto ricorrente è la storica commistione del criminale romano con gli ambienti di estrema destra e con le tifoserie organizzate: quando si cita Massimo Carminati, boss di Roma nord, si ricorda sempre il suo antico legame con i Nar; quando si parla di Fabrizio Toffolo, criminale di lungo corso più volte coinvolto in conflitti a fuoco, lo si associa sempre alla frangia destrorsa della tifoseria laziale. Sembra un alibi adatto alla sottovalutazione del fenomeno. Individualista, spavaldo e fascista, un gruppo organizzato romano è sostanzialmente incapace di edificare organizzazioni complesse e dunque propriamente (o giudiziariamente) mafiose.

Eppure sono proprio i gruppi autoctoni a praticare le più efficaci forme organizzative e di controllo territoriale, sia esso inteso come presenza fisica e presidio degli spazi (si pensi ai quartieri di San Basilio e Tor Bella Monaca con i Casamonica-Di Silvio-Ciarelli o al Tuscolano con il clan Senese)[6], come gestione e regolazione dei traffici illeciti (il clan Carminati sull’area Nord di Flaminio) o ancora come controllo del territorio in senso tradizionale (i fratelli Fasciani e gli Spada nell’area sud-ovest verso l’Eur e il litorale). Il Prefetto di Roma, di fronte agli oltre 30 omicidi del biennio 2011-12, ha parlato di «piccola guerra tra bande»:

non essendoci soggettività criminali in grado di assumere un ruolo egemone, i vuoti aperti vengono colmati da una nuova generazione di criminali, violenti, meno riflessivi, più inclini all’esercizio della forza che alla mediazione[7].

Persino il clan dei Casamonica, gruppo criminale di origine sinti radicato nel Lazio dagli anni settanta che già la Relazione della Commissione Parlamentare Antimafia del 2008 stimava in 350 affiliati, è stato definito da un Gip romano come una:

banda radicata sul territorio che non ha, però, la struttura verticistica e la capacità di affiliazione delle organizzazioni criminali mafiose. Si tratta di ragazzi che agiscono in totale autonomia che hanno come punto di riferimento gli anziani del clan[8].

Non è un caso che nel febbraio 2014 la Corte d’Appello di Roma abbia assolto dodici dei trentuno imputati già condannati in primo grado per aver edificato un supermarket della droga alla Romanina. So’ ragazzi!
Cronaca, materiale d’inchiesta, fiction televisive e letteratura, relazioni del movimento antimafia ed enunciati della magistratura forniscono informazioni ricche e dettagliate su un fenomeno di per sé occulto e difficilmente scandagliabile con gli strumenti classici delle scienze sociali. Ma queste fonti a un tempo propongono altrettante narrazioni del reale, reciprocamente influenzate e capaci di contribuire alla definizione collettiva del fenomeno mafioso, alla identificazione stessa dei suoi confini di ripugnanza, fino alla misura dell’accettabilità sociale delle sue prassi. Non di rado, tali rappresentazioni influenzano l’agire stesso di chi alle mafie appartiene, come nei casi in cui si ascolta il boss di quartiere citare a memoria un passaggio della fortunata fiction che ha ri-vestito da Romanzo la barbarie della Magliana. Molto più frequentemente tali rappresentazioni influenzano la stessa azione di contrasto (e a sua volta ne sono influenzate), nella misura in cui la magistratura giudicante laziale non ha mai, fino al 2012, riconosciuto il reato di associazione mafiosa a un gruppo operante nel Lazio.

Note

[1] Esplicito riferimento è ad esempio in Libera, Parole & mafie. Informazione, silenzi, omertà. Dossier Lazio, 2009; e in Narcomafie, L’ombra delle mafie sul Lazio, n. 1, gennaio 2010).

[2] Abbate Lirio, I quattro re di Roma, “L’Espresso”, n. 50, 2012.

[3] Tra gli altri si leggano: A. Camuso, Mai ci fu pietà. La Banda della Magliana dal 1977 a oggi (Editori Riuniti 2011), F.E. Torsello, Inchiesta Roma, in Narcomafie n. 6, giugno 2012; P. Mondani, Romanzo Capitale, in «Report» del 14 aprile 2013; D. Chirico, Le mafie dietro la Roma criminale, in «Micromega», dicembre 2013.

[4] Non mancano i casi di fusione (ad esempio il gruppo romano dei Romagnoli affiliato alla cosca ‘ndranghetista dei Gallace di Guardavalle per il controllo dei traffici di cocaina nelle zone est e sud fino ad Acilia) e sono frequenti i casi di cooperazione sistematica per il controllo territoriale (come per i siciliani Cuntrera Caruana uniti ai Fasciani di Ostia per il controllo delle attività economiche sul litorale). Il recente omicidio di Vincenzo Femia (‘ndrangheta dei Nirta), che da due decenni era operativo a Roma, dimostra che le mafie tradizionali possono confliggere per i contrasti insorti nella gestione del traffico di droga, andando ben al di là del reinvestimento di capitale.

[5] D. Chirico (a cura di), Roma tagliata male, Da Sud e Terrelibere.org, 2013.

[6] Anche se l’origine criminale di Michele Senese si situa nel clan camorristico dei Moccia, per il quale Senese ha in passato svolto un ruolo di collegamento tra Afragola e Roma, si preferisce inquadrare analiticamente il suo clan tra gli «autoctoni». La lunga residenza a Roma, l’affiliazione sistematica di malavitosi locali, le caratteristiche del clan più vicine al modello laziale che a quello campano (per forma organizzativa, attività prevalenti, ricorso alla violenza e non riconoscimento del 416bis in sede giudiziaria) ne fanno infatti un clan a tutti gli effetti «romano», e in questo modo se ne parla anche in molti atti ufficiali.

[7] In F.E. Torsello, Inchiesta Roma.

[8] In G. Colussi, Il percorso di penetrazione delle mafie a Roma, 2012.

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