Jobs act, nei nuovi decreti attuativi precarietà a briglie sciolte di Marta Fana

I nuovi decreti attuativi, licenziati prima del week-end dal governo, confermano l’impianto complessivo della riforma del mercato del lavoro: la piena svalutazione del lavoro, dei diritti dei lavoratori e un incentivo incondizionato alle imprese. Ancor più grave appare il modo in cui il governo interviene sul dramma della disoccupazione e sottoccupazione giovanile relegata a tirocini o stage della Garanzia giovani, o addirittura all’apprendistato (che viene ammesso adesso a partire dai quindici anni e non diciotto come in precedenza) o ai voucher tentando vanamente di camuffare anche i dati allarmanti e in continuo aumento dei Neet. Dopo i provvedimenti del decreto Poletti con cui sono state eliminate le causali dal contratto a tempo determinato, liberalizzandone del tutto l’impiego, il governo interviene nuovamente su questa tipologia contrattuale modificando le disposizione relative al limite di utilizzo di tale contratto per ciascuna impresa. Finora, le imprese non potevano assumere oltre il 20% del proprio organico con contratti a tempo determinato, pena una multa per risarcire i lavoratori in quanto lesi nel diritto di avere un contratto a tempo indeterminato. Oggi, il governo procede a due modifiche sostanziali: da un lato, la pena per il superamento del limite si trasforma da indennizzo ai lavoratori in una sanzione amministrativa verso l’Erario, dall’altro, il limite non si applica ai lavoratori over 50. La prima di queste due disposizioni annulla un diritto proprio dei lavoratori: il risarcimento nei loro confronti nel caso in cui l’impresa sfrutti illegalmente il contratto a tempo determinato, operando un trasferimento netto dai lavoratori all’Erario: piuttosto che ricevere l’indennizzo, infatti, i lavoratori saranno d’ora in poi costretti a cederlo coattivamente allo Stato – con cui magari pagherà gli sgravi sul costo del lavoro alle imprese. Il governo quindi ha approvato una norma che colpisce negativamente i lavoratori precari (soprattutto giovani, donne e stranieri), quelli che non soltanto sono soggetti a instabilità lavorativa, ma godono di minori diritti sia in termini contributivi e assistenziali, sia in termini retributivi. Il governo non pago persevera eliminando il limite per i rapporti di lavoro che riguardano gli over 50, provando forse a giocare d’anticipo sui prossimi slogan della propria propaganda circa l’aumento dell’occupazione. Come riportato dall’Istat e già discusso su Il Manifesto, nel primo trimestre del 2015, l’aumento dell’occupazione riguarda solo gli over50: lavoratori che una volta licenziati non riescono a trovare nuovo lavoro alle stesse condizioni di prima e non hanno ancora raggiunto l’età pensionabile, ma anche pensionati che non riescono ad arrivare alla fine del mese e sono in cerca di occupazione. Una dinamica già in atto che il governo, istituzionalizzandola, proverà ad intestarsi come grande successo, lasciando che le imprese, favorite da basso costo del lavoro e bassi salari sopravvivano senza contribuire allo sviluppo del Paese. Purtroppo queste non sono le uniche cattive notizie che i nuovi decreti attuativi portano con sé. L’azione di governo rimane incompatibile con la riduzione della precarietà, col miglioramento dell’occupazione anche in termini qualitativi. Una politica che, sfruttando il lavoro, si esime e autoassolve dalla necessità di sviluppare una politica industriale, capace di stimolare investimenti in innovazione e buona occupazione. Siamo di fronte a un esecutivo che parla di modernità senza volerne accettare le sfide, che asseconda un’economia restia all’investimento e ormai stagnante da decenni.

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