Land grabbing, ovvero come creo la povertà facendo finta di produrre materie prime per l’alimentazione

Il tema è riecheggiato ultimamente addirittura nelle parole di Francesco I che ha parlato di “furto della terra”. Il “land grabbing”, come viene definito formalmente non è un furto ma una appropriazione. E quindi come appropriazione, anche se in molti casi non del tutto trasparente, ha mille facce. Non interessa più soltanto il grande continente africano ma anche l’Europa: fondi comuni d’investimento cinesi e americani sono pronti a comprare le terre che vengono abbandonate, più o meno forzosamente, e il Vecchio Continente rischia seriamente di diventare vittima della desertificazione, perdendo nel giro di un decennio metà della sua produzione agricola. Qui in Italia ne abbiamo un piccolo esempio con il fenomeno dei fallimenti delle aziende agricole.

L’ultima a riproporre l’allarme è stata la Confederazione italiana degli agricoltori (tavola rotonda ”Giovani: il vivaio da coltivare per far crescere il Paese” presso l’Expo). Allarme subito raccolto dalla Commissione Europea che ha annunciato nuovi fondi per incentivare il ritorno dei giovani all’agricoltura. Un provvedimento tampone che “se” e “quando” sarà realizzato è incomparabile rispetto alla gravità della situazione. La Cia ha comunque rivendicato la necessità ”di assicurare reddito agli agricoltori per restituire loro la dignità sociale e la centralità che hanno nel mondo attraverso l’affermazione del ruolo multifunzionale dell’agricoltura”.

Al di là delle parole di circostanza, quello che sta accadendo è un intreccio perverso tra la povertà, che per quanto riguarda il bisogno di cibo interesserà circa un miliardo di persone nei prossimi anni, e l’accaparramento. E’ proprio quest’ultimo, infatti, uno dei motori più potenti che sta enucleando con violenza strati sempre più ampi di popolazione tra i ranghi dei disperati senza futuro. Per Marta Antonelli, ricercatrice all’Università IUAV di Venezia, si tratta di investimenti che hanno violato i diritti umani perché‚ il passaggio dai precedenti utilizzatori ai nuovi proprietari, con concessioni, compravendite o affitti, è avvenuto con contratti non trasparenti e senza un informato consenso. “Abbiamo la necessità di stimolare comportamenti responsabili – aggiunge – da parte di questi investitori anche perché‚ le terre vengono utilizzate per produrre biocarburanti nell’ottica delle nuove politiche energetiche imposte dall’Unione Europea”.

Sono 570 milioni le aziende agricole presenti nel mondo delle quali- secondo la Coldiretti- ben l’88 per cento di tipo familiare, che sono la stragrande maggioranza sia nei Paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Di queste ben il 35 per cento si trova in Cina, il 24 per cento in india e solo il 7 per cento in Asia Centrale ed in Europa dove l’Italia registra 155mila imprese in meno rispetto all’inizio della crisi nel 2007. Va da se che per il “land grabbing” è un “mercato” che fa gola.

Ristabilire,quindi, un nuovo rapporto tra Nord e Sud del mondo appare fondamentale.”I progressi fatti da molti Paesi nell’ultima decade mostrano che eliminare la fame entro il 2030 è possibile –dice Luca Chinotti, policy advisor di Oxfam- ma solo se ci sarà una reale volontà politica di mettere tra le priorità quest’obiettivo. Investire nei piccoli agricoltori, realizzare programmi di sviluppo che li proteggano dal pericolo della fame, garantire il diritto al cibo, fermare il fenomeno del land grabbing e affrontare crisi prolungate: tutto ciò è di fondamentale importanza per avere un mondo libero dalla fame”.
Chi sta dietro al land grabbing, a parte quei settori che speculano sui terreni in prossimità delle aree urbane, ha come mira proprio il mercato dell’alimentazione, ovvero la produzione di cibo industriale sfruttando la coltivazione intensiva, chimica e su grandi appezzamenti delle materie prime. Non si cura certo di quanto vittime costerà. Nel senso che il target di acquisto sono i mercati occidentali, piegati dalla crisi e quindi sempre alla ricarca di prodotti a prezzi bassi.

L’accaparramento della terra sta interessando in tutto il mondo tra i 200 e i 230 milioni di ettari, una superficie pari a circa 7 volte l’Italia, 20 volte le aree coltivabili nazionali, rimpalla Copagri, che ha commentato le parole del papa. Il primo obiettivo del land grabbing, spiega la Copagri, è l’Africa con il 70% delle trattative di compravendita o affitto di terreni, seguono l’Asia con il 20%, il Sud America con il quasi restante 10% e perfino una piccola quota in Europa. ”Siamo di fronte ad un neocolonialismo da respingere innanzi tutto per ragioni di tipo etico – afferma Verrascina – occorre riaffermare nei fatti la tutela dei diritti fondamentali riconosciuti dall’Onu nel 1966 e, primo tra tutti il diritto al cibo; una questione da portare sul tavolo della Wto e procedere verso l’istituzione di un codice etico vincolante”. Non è il Land Grabbing il modello di agricoltura che si vuole, conclude la Copagri, ma bisogna comunque rispondere alla crescita della domanda di cibo con l’aumento della produzione che entro il 2015 sarà di 9 miliardi di persone. ”Occorre restituire centralità all’agricoltura nelle politiche economiche e sociali – conclude il presidente – affiancare la quantità alla qualità, consentire a chi opera nel settore di creare reddito e sviluppare economia reale”.

Il diritto al cibo è stato riconosciuto per la prima volta nel 1948 dall’Onu con la Dichiarazione universale dei diritti umani e ribadito nel ’66 dalla convezione. Da allora cinquanta paesi hanno fatto leggi nazionali sulla materia. Alcuni come il Brasile, il Guatemala, il Kenya e l’India hanno tutelato questo diritto anche a livello giudiziale, cosa che invece non si riscontra in molti paesi occidentali. “Hanno attualmente un’origine ambientale 164 conflitti al mondo – ha sottolineato Grammenos Mastrojeni, diplomatico e collaboratore del Climate Reality Project fondato da Al Gore -. Gli scontri in Nord Africa che hanno portato al crollo di quei
regimi sono stati preceduti da quattro anni di rivolte per il pane. La Siria prima della guerra ha conosciuto anni di siccità mai viste prima che hanno spinto le persone a spostarsi dalle campagne alle città. Il cambiamento climatico ha gettato nella miseria i contadini in Ciad dove ore prospera Boko Haram. Noi abbiamo sempre in mente gli obiettivi di crescita e sviluppo, ma mai quello dell’equilibrio. Eppure crescita e sviluppo sarebbero compatibili, ma sembra che ciò non ci interessi”.

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