La società non esiste, per questo serve la Coalizione Sociale

La coalizione sociale non è di certo un’invenzione del nostro tempo. Unirsi per essere più forti, per rivendicare i propri diritti e per rivendicare giustizia è una pratica che si ritrova costantemente nel corso della storia, recente o meno che essa sia.

Nel corso del ‘900 è il movimento operaio a farsi interprete principale e maggiore promotore della pratica di coalizione, dando forma a processi di organizzazione democratici e dal basso come strumento (forse l’unico possibile per chi sta in basso) per poter cambiare le proprie vite e quelle degli altri. Potremmo dire che nei momenti più difficili e cruciali della storia, come ad esempio all’indomani della seconda guerra mondiale, è stata infatti proprio una coalizione sociale a ricostruire un paese distrutto dalle bombe degli alleati e dalle violenze di fascismo e nazismo. Il biennio ’68 e ’69 ha visto invece studenti e operai coalizzarsi per rivendicare spazi di autonomia e di scelta capaci di dar vita ad un’articolazione sociale della democrazia nel quadro di una società che si apprestava a sviluppare un controllo sempre più pervasivo da parte del capitalismo sulle nostre vite.

Tuttavia se la storia è densa di esperienze di coalizione sociale, dove l’unione oltre le proprie identità si fa pratica delle resistenze del presente e delle aspirazioni del futuro, i tempi più recenti hanno visto invece una costante e progressiva negazione dell’esistenza del sociale. Già dalla fine degli anni ’80 nel Regno Unito alle lotte dei minatori inglesi, i quali avevano coalizzato intorno alla loro lotta una solidarietà mondiale ed il supporto di una coalizione sociale formatasi nel territorio (si veda ad esempio la campagna di fundraising fatta dal gruppo LGBTQ “Pits and Perverts” per sostenere i lavoratori in sciopero), la risposta della Thatcher fu – come è noto – “la società non esiste; esistono solo gli individui, le donne e le famiglie”.

Tale processo di negazione non si è però fermato agli anni ’80 e agli schieramenti politici direttamente affini con la tradizione politica neo-liberista. I numerosi richiami ad una supremazia della politica nei confronti della società stanno sempre più caratterizzando il governo Renzi, il quale non solo nega l’esistenza di un “sociale”, ma attraverso le sue “riforme” mina ogni possibile aggregazione indipendente dalla politica, dando vita ad una società anti-solidale dove gli ultimi sono contrapposti ai penultimi.
Se la negazione del sociale da parte di chi si trova al governo della macchina statale non costituisce di per sè un fatto innovativo, ma anzi si trova ad essere pienamente coerente con il pensiero neo-liberista, la novità del nostro tempo è invece data dalle opposizioni al governo, le quali hanno anch’esse proceduto ad una negazione del sociale. Per Salvini il sociale è essenzialmente uno spazio repressivo delle differenze, in linea con la peggiore tradizione della destra europea la quale ha già tristemente dimostrato in passato la pericolosità di una coalizione sociale senza le premesse di giustizia sociale e solidarietà. Nel movimento di Grillo invece è la rete a prendere il posto del sociale, ossia un’immagine ben più che metaforica di un processo di connessione tra individui privo però di ogni soggettività collettiva possibile e dunque di qualsiasi tendenza verticale.

La problematica esistenza del sociale oggi deve però misurarsi non solo con la negazione della sua esistenza da parte della politica, ma anche con una frammentazione della società senza precedenti nella storia. Le trasformazioni del lavoro, l’esplosione globale della produzione, ma anche la sempre maggiore presenza di lavoratori migranti mettono irrimediabilmente in crisi la possibilità di un sociale omogeneo e privo di sfaccettature.

Pertanto se la coalizione sociale come strumento tattico e strategico del conflitto non è una cosa nuova, i tratti di un’epoca caratterizata dalla “profezia che si autoavvera” della Thatcher ci fa approcciare al tema della coalizione sociale privi di punti di riferimento.

Il mutualismo, come scriveva Lorenzo Zamponi qualche tempo fa, rappresenta uno strumento sempre più necessario per resistere al presente, ma anche una condizione imprescindibile per poter sperare in un futuro migliore. Ricomporre le frammentazioni del sociale, unire ciò che il liberismo ha diviso come dice il primo ministro greco Tsipras, trovando soluzioni collettive a problemi individuali, diviene l’unico modo possibile per far fronte al peggioramento costante delle nostre condizioni di vita.

Tuttavia far sentire la “voce” di chi per vivere ha bisogno di lavorare è cosa assai più complessa di un progetto di mutualismo. In questo senso è prezioso l’insegnamento che ci proviene dai movimenti dei lavoratori che crescono sempre di più fuori dall’Europa, non possiamo infatti dare per scontata neanche l’universalità della percezione che coalizzarsi sia il modo migliore per superare le proprie difficoltà.

È dunque essenziale ricostruire un rapporto tra e con le persone, partendo da quelle espressioni del sociale che quotidianamente resistono alla negazione e da quelle istanze critiche che vengono poste sul piano sia individuale sia collettivo.

Per fare ciò diviene fondamentale anche misurarsi con strumenti che facilitano la conciliazione tra i tempi di lavoro e quelli di vita. In questo senso lo spazio virtuale costituisce una risorsa importante per poter immaginare spazi di discussioni pubblici e trasversali, i quali, seppur non in maniera autosufficiente, costituiscono uno strumento prezioso per poter ricomporre uno sguardo critico collettivo.

Infine (o meglio come dicono gli inglesi last but not least), se giustizia sociale e solidarietà rappresentano i pilastri essenziali di una coalizione sociale, pensare questi termini all’interno dei confini nazionali ignorando anzitutto il contesto europeo vuol dire privarli di ogni senso. L’austerity mostra proprio sul terreno del lavoro tutta la sua ferocità, così come viene svelato dalle proteste di Blockupy di Marzo che, non a caso, hanno visto dar luogo ad una coalizione sociale per una giustizia sociale in Europa proprio a partire da una sua articolazione transnazionale. I recenti mutamenti di equilibrio in Grecia hanno invece mostrato la profonda ambivalenza della torsione tecnocratica della governance europea, richiamando ad una nuova solidarietà internazionale in grado di supportare l’azione del governo greco contro la troika. Il piano delle alleanze per un mondo con più giustizia sociale e solidarietà non va dunque ricercato soltanto tra le molte pieghe di come il lavoro si mostra oggi, ma è essenziale la sua componente transnazionale senza la quale diviene impossibile pensare ogni tipologia di vittoria.

Il tema della coalizione sociale e del potere di coalizione e di critica non può dunque fare a meno di una consapevolezza della crisi delle forme di coalizione e di un’analisi delle trasformazioni del presente. Termini come coalizione, solidarietà e giustizia sociale necessitano dunque di essere arricchiti di nuovi significati che li rendano capaci di incontrare i bisogni e le necessità di sempre più persone, dentro e fuori i luoghi di lavoro, così come dentro e fuori i confini nazionali. Non basta evocare il profilo “mitico” del sociale per vederlo materializzarsi, ma senza innovare il modo di stare insieme, di osservare insieme e di agire insieme non vi è alcuna coalizione sociale possibile.

Marco Marrone

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