Marcuse, Lupi e il diritto di essere felici di Mente Critica

Non sono portato ad attribuire troppa importanza ai filosofi , tuttavia, in questo caso, sono tentato di credere che all’origine di tutto ci sia un grosso malinteso, una cattiva interpretazione del fottutissimo Principio di Prestazione.

Secondo Marcuse, prima di lui secondo Freud, il Principio di Prestazione definisce il tributo di repressione che qualsiasi Civiltà impone a chiunque voglia entrare a farne parte. Lo scotto da pagare in termini personali per partecipare.

E allora?

Allora l’uomo “allo stato di natura”, in cambio di una vita meno pericolosa, sacrifica alla Civiltà una fetta del suo potenziale piacere sensuale. Il corpo umano, da strumento di piacere, si trasforma in strumento di lavoro.

Secondo Freud la Civiltà è questo: chi vuole farne parte paga. Io la trovo una cosa del tutto naturale. Ma Marcuse non si rassegna a considerare l’infelicità che la repressione induce nell’uomo come un male necessario.

Il Principio di Prestazione, ragiona Marcuse, alla fin fine consiste nell’obbligo di lavorare. Con il lavoro l’uomo accetta di “prestare” alla Società il proprio tempo, il proprio corpo, il proprio essere, finendo per confinare l’istinto, la pulsione, la sua natura più profonda, in parti ridicole del proprio corpo (i genitali) e in parti striminzite del proprio tempo. Una simile rinuncia rende “infelice” l’uomo. Questo è male.

Non dice come sarebbe l’uomo fuori dalla Civiltà, se più o se meno felice. Si limita a constatare che dentro la Civiltà è infelice. Ma in fondo al tunnel Marcuse intravvede una luce e non sono i famosi fanali del treno. Con l’avanzare della tecnica, dice, molti lavori saranno fatti dalle macchine, diminuirà il carico di lavoro sull’individuo, che dunque avrà più tempo per sé. Con il progredire dell’evoluzione tecnologica l’Obbligo di Lavorare tenderà a zero. La dimensione del “Gioco” diventerà sempre più importante e finirà per sostituire la dimensione dell’“Utile”. Il risultato finale sarà la prima Civiltà non-repressiva.

Quando lo lessi per la prima volta, moltissimi anni fa, ne rimasi incantato, tanto mi pareva logico e consequenziale e degno d’essere perseguito. Restano a testimoniarlo le numerose glosse e le molte sottolineature, con cui espressi materialmente la mia approvazione. Le ho riviste qualche giorno fa, andando a cercare un passaggio che io dicevo essere in un modo e un mio amico di allora in un altro. È stato come rincontrare il primo amore dopo cinquant’anni. Ci sono rimasto male.

È facile parlare col senno di poi, ma è impossibile non chiedersi: come ha potuto, un simile ragionamento, incantare un’intera generazione? Anzi, più di una, posto che dura tutt’ora.

Come si può credere che il lavoro sia non un dovere ma una forma di repressione Sociale, alla quale ci si può e ci si deve sottrarre?

Parrebbe impossibile non cogliere l’irrazionalità di un simile assunto; invece, a ben vedere, è la stessa irrazionalità che si ritrova nei Vangeli. Dalla quale discendono contraddizioni insolute da duemila anni, mai realmente affrontate:

“Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?” Matteo 6-26

L’uomo non sta a guardare il capello quando gli dicono ciò che vuole sentirsi dire. Non solo quando si parla del Padre che è nei cieli, ma anche quando si parla di Politica. Chi promette la Luna raccoglie consenso.

La cosa peggiore del Principio di Prestazione, quanto a conseguenze, viene dal suo non distinguere tra i membri della Società Civile in base allo status. Semplicemente “repressi” in quanto “membri”.

Mentre c’è una bella differenza tra un lavoro che costa fatica, fatto per pura necessità e un’attività che porta diletto, posizione di prestigio, lauta remunerazione: che “repressione” potrà mai infliggere una simile attività?

La realtà socio-economica, che assegna ruoli, privilegi e responsabilità, preminente nella tesi marxiana, passa in secondo piano. L’uomo visto come individuo, nato per essere “felice”, è “infelice” in quanto membro di una Civiltà. Poco importa che faccia l’imbianchino, il mezzobusto in TV, il governatore della regione Lombardia, il Ministro delle Infrastrutture.

Risultato?

Il ministro Lupi, crocifisso a suo dire non per reati ma per il solo fatto di essere conoscente e amico di famiglia di Incalza e Perotti, può presentarsi in Parlamento a fronte alta e dire:

“Diventando Ministro non mi sono dimesso né da Padre, né da Marito. Per me gli affetti vengono prima di tutto, anche di una poltrona, anche se prestigiosa.”

Come dire che il Padre Lupi può chiedere e ottenere dal Ministro Lupi un interessamento per far avere al proprio figlio un posto, o un Rolex.

È questo il punto. Prima di “Eros e civiltà” tutti i Ministri sapevano, perfino in Italia, che le cattive frequentazioni non erano consentite a chi faceva il loro “lavoro”. Naturalmente, allora come ora, nel caso in cui li avessero scoperti, avrebbero cercato in ogni modo di non pagarne il fio. Ma non gli sarebbe mai venuto in mente di presentarsi in Parlamento trincerandosi dietro la mozione degli affetti familiari. Lo sapevano che il ruolo di Ministro, ambito, cercato e voluto, metteva in subordine lo status di Padre e di Marito. Sapevano che il “lavoro” fa aggio sulla “felicità” dell’“Uomo”, tanto più quanto più questi sale la scala sociale.

Non gli sarebbe mai venuto in mente di dire, come fa ora Formigoni, che l’uomo Formigoni ha anch’egli, come qualsiasi altro uomo, il diritto di essere felice e dunque di farsi le ferie sullo yacht di chi gli pare.

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