Cofferati: «Landini scelga il coordinatore. Così stoppa i sospetti su di lui»

La segretaria della Cgil Susanna Camusso chiede a Maurizio Landini di «cancellare qualsiasi ambiguità» dall’iniziativa della coalizione sociale perché il sindacato «non può essere confuso con la costruzione di movimenti politici». Lui, Landini, risponde picche, anzi chiede alla Cgil di partecipare alla coalizione sociale. Nella Cgil siamo ai ferri corti. Il 28 marzo a Roma è convocata una manifestazione Fiom «sospettata» da molti, anche nella Cgil, di essere la prima della neonata creatura landiniana. E invece per Sergio Cofferati, eurodeputato, ex pd ma soprattutto storico leader Cgil, «è una manifestazione importante e di carattere esplicitamente sindacale, come i disastri industriali dimostrano ampiamente».

Cofferati, ha ragione Camusso o ha ragione Landini?

La proposta di un’alleanza sociale è giusta e interessante perché risponde ad un’esigenza vera che c’è nella società italiana. La lunghissima crisi ha accentuato le povertà e l’esclusione, ha reso fragile e precaria una quota enorme di lavoro, non ha creato nuovo lavoro per i giovani e anzi ha ridotto le tutele e le protezioni di chi è già impiegato. Riunificare questo mondo è indispensabile. È ovvio che la coalizione sociale non è e non dev’essere l’anticamera di un soggetto partitico. È un’associazione di associazioni. Ma che il suo fondamento sia la politica, nel senso nobile del termine, è fuor di dubbio. Non è utile per nessuno continuare a vivere di sospetti e timori sulla possibilità che quest’associazione possa diventare altro da ciò che è dichiarato. E poi bisogna credersi. Se non ci si crede reciprocamente, salta il più elementare principio del rispetto.

Ma Camusso sembra proprio non fidarsi. Come se ne esce?

La soluzione è semplice: la coalizione si dia un gruppo di coordinamento con un responsabile che non sia Landini e che assuma il compito di gestire l’iniziativa. Così tutti i soggetti lì rappresentati continueranno a svolgere le loro funzioni precedenti oltreché a lavorare insieme al programma dell’associazione. E così vedremo che la Fiom continuerà a fare il sindacato dei metalmeccanici e si superano dubbi e sospetti. Aggiungo che sarebbe molto importante una presenza diretta della Cgil nella coalizione.

Sembra difficile, per usare un eufemismo, che Susanna Camusso possa aderire.

Ma la presenza diretta della Cgil risolverebbe alla radice i sospetti e darebbe efficacia al lavoro della coalizione. Il sindacato ita­liano, a differenza di quello di altri paesi europei, è confederale, cioè rappresenta interessi generali. Questa matrice diversa da quella oggettivamente corporativa dei sindacati di sola categoria è la parte più nobile della storia sindacale italiana, e un rap­porto costante fra questa dimensione e le altre forme di rappresentanza sarebbe un elemento di grande novità anche nel pano­rama europeo.

Quindi non c’è alcuna «ambiguità» nel progetto di Landini?

Io non ne vedo. Bisogna distinguere la forma-partito dalla politica. Nessuno dei presenti alla riunione di sabato (alla Fiom, ndr) ha ipotizzato la nascita di un partito. I sindacati confederali, da quando sono nate le camere del lavoro nel lontano 1891, hanno sempre fatto politica. Il sindacato fa politica: era politica il Piano del lavoro di Giuseppe Di Vittorio, era politica la lotta contro la mafia negli anni ’50 e contro il terrorismo negli anni ’80, lo era l’accordo sulla politica dei redditi che ha salvato questo paese dalla catastrofe all’inizio degli anni ’90, altrimenti altro che Grecia. Oggi molti degli obiettivi strettamente sindacali hanno biso­gno di un aggregato più largo del sindacato stesso. Faccio un esempio: è aumentata la povertà, il sindacato può pensare di affrontare questo tema senza un rapporto stretto con quelli che si occupano di ridurre le sofferenze dei poveri? Sarebbe miope. È possibile pensare che la salvaguardia dell’ambiente passi solo dalla pur fondamentale contrattazione delle politiche industriali? Questo può essere una parte di una politica sindacale nuova. Affrontiamola senza timori. Ma basta esami a chi vuole farlo. In questo discorso i partiti non c’entrano.

Per questo Landini ha escluso i rappresentanti dei partiti dalla riunione?

Penso di sì. Non è spocchia, ha fatto bene, i partiti hanno una funzione diversa. Landini non si pone il tema di riunificare la galassia frammentata della sinistra.

Il suo tema è cambiare il sindacato?
Il sindacato ha problemi di organizzazione interna. La dimensione federale oggi deve porsi nuove questioni: il lavoro fordista concentrato nelle grandi fabbriche, o quello bracciantile, era più semplice da organizzare. Oggi, con il lavoro diffuso, è tutto più difficile. E non solo sotto il profilo dell’adesione: quando la contrattazione collettiva guarda soggetti che lavorano in realtà pic­cole e diffuse, a volte invisibili, è molto difficile da esercitare. Per questo è importante una legge sulla rappresentanza. La Cgil non aveva mai condiviso l’idea di una legge sulla rappresentanza con l’obbligo alla validazione degli accordi attraverso il refe­rendum in cui votano tutti. Ma così si dà senso all’applicazione erga omnes (nei confronti di tutti, ndr) del contratto. Oggi lo applichi a tutti ma viene valutato da pochi. E questo è un limite alla democrazia.

Oggi Renzi dice di essere intenzionato a fare una legge sulla rappresentanza.

Che voglia fare una legge è un fatto positivo. Il titolo è buono, i contenuti li giudicheremo quando arriveranno.

Renzi accusa Landini di fare politica: in pratica è la stessa obiezione di Camusso.

Se vanno avanti così lo faranno diventare un capo politico contro la sua volontà. Penso che le dichiarazioni di Landini vanno prese sul serio. Da tutti.

Però non è che non se ne siano visti, da noi, di sindacalisti che hanno fatto il ’salto’ in politica. Come tanti, come lei.

Ma chi l’ha fatto ha lasciato il sindacato ed è entrato in un partito. Negli anni ’40 e ’50 alcuni sindacalisti erano contemporanea­mente parlamentari. Poi giustamente si è introdotto il vincolo dell’incompatibilità.

Camusso rivendica l’autonomia della Cgil. Ma a sua volta è stata una grande elettrice di Bersani. E questo, secondo alcuni, ha inciso sulla scarsa conflittualità della Cgil ai tempi del governo Monti. È andata così?

Il sindacato ha l’obbligo di esercitare autonomia, ma questo non vieta ai sindacalisti di avere un’appartenenza politica. Però gli iscritti sono molto liberi nel voto, lo dimostrano le statistiche. Quanto al governo Monti, no, la mancanza di conflitto su alcuni temi è nata da una sottovalutazione dei provvedimenti. Quel governo è stato l’origine di gran parte dei nostri problemi di oggi, basta pensare a quello che ha fatto il ministro Fornero sulle pensioni e sul mercato del lavoro.

È un dato oggettivo che la coalizione di Landini ha spiazzato, anche un po’ agitato, chi cerca di creare una casa comune della sinistra. Secondo lei perché? Non c’era modo di fare diversamente?

La sinistra ha un problema di rappresentanza politica. Deve ripartire dai valori, e secondo me è inutile che cerchi scorciatoie in aggregazioni temporanee. Deve fare un percorso lungo e faticoso che è quello di guardare ai valori.

La sinistra Pd a sua volta vive con difficoltà il conflitto fra Cgil e Fiom.

La sinistra Pd fa tre riunioni in una settimana e alla fine resta tutto come prima. Non dà un segnale confortante.

Perché non fa quello che dice?

Perché non fa.

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