Landini, Diamanti e la caricatura di Berlinguer

Tra le tante stravaganze che accompagnano l’iniziativa di Landini, per non parlare delle approfondite falsificazioni come quella del super buonista Gramellini ospite di Fazio (cosa fa il segretario della Fiom? Ovvio, un partito), si fa notare anche quella, per la verità inaspettata, di un commentatore informato come Ilvo Diamanti. La firma prestigiosa di Repubblica, nell’argomentare che la coalizione sociale di Landini rassomiglia molto a una sinistra extraparlamentare che difficilmente potrebbe andare oltre il 5 per cento, trova il modo di chiamare in causa Enrico Berlinguer. Il quale a suo giudizio, monopolizzando l’opposizione, non lasciava spazio alcuno a sinistra «se non per soggetti – temporanei – destinati a svolgere un ruolo di denuncia e testimonianza». E ciò nella prospettiva del «compromesso storico», vale a dire della «intesa con la Dc, pre-destinata a governare», come «unica intesa possibile». Dal che si dovrebbe dedurre, con un salto mortale molto acrobatico, che Landini non ha oggi migliori prospettive di fronte a Renzi di quelle che avevano i movimenti extraparlamentari di fronte al compromesso storico di Berlinguer. Un modo spericolato di argomentare che sollecita una replica. Sia sul fronte di Landini, che a quanto pare dichiara di voler superare proprio la frammentazione gruppettara, e di cui mi occuperò in un’altra circostanza. Sia sul fronte di Berlinguer, al quale sono dedicate le considerazioni che seguono.
Cominciamo allora col dire che il compromesso storico non era, nell’impostazione del segretario del Pci, un accordo di governo e tantomeno un “inciucio” con la Dc per conservare lo stato delle cose allora presenti. Al contrario, era una strategia di cambiamento. Più precisamente, una strategia di trasformazione della società sulla via di una civiltà più avanzata, verso un «nuovo socialismo», da compiersi con metodo democratico e nel rispetto del pluralismo. Muovendo dagli interessi e dai diritti della classe lavoratrice, vale a dire delle persone che per vivere devono lavorare, e realizzando su questa base un dialogo e un’intesa «delle forze popolari di ispirazione comunista e socialista con le forze di ispirazione cattolica, oltre che con le forze di altro orientamento democratico», «senza che ciò significhi confusione o rinuncia alle distinzioni e alle diversità ideali e politiche che contraddistinguono ciascuna di tali forze». Una strategia fondata sul presupposto che la «via italiana al socialismo è una trasformazione progressiva – che in Italia si può realizzare nell’ambito della Costituzione antifascista – dell’intera struttura economica e sociale, dei valori e delle idee guida della nazione, del sistema di potere e del blocco di forze sociali in cui esso di esprime». E che nel suo svolgersi sul terreno democratico costituzionale prevede formule di governo diverse in relazione ai rapporti di forza, salvaguardando sempre la libertà e la sovranità del popolo italiano da ingerenze straniere, dalle violenze del terrorismo golpista, dalla soppressione più o meno mascherata di fondamentali diritti di uguaglianza. Nella particolare temperie degli anni 70, in un quadro internazionale fortemente lesivo della sovranità del nostro Paese e in presenza di un golpe fascista come quello cileno, quando la democrazia italiana fu devastata da ripetute iniziative terroristiche culminate con l’omicidio di Aldo Moro, si costituì il governo della «solidarietà nazionale» presieduto da Andreotti, che il Pci appoggiò pur non facendone parte. Una scelta che alla prova dei fatti si rivelò un errore, da correggere in modo netto e radicale. Non si trattava però della strategia del compromesso storico in quanto strategia della trasformazione da compiersi per via costituzionale, bensì di un passaggio in una condizione di emergenza certo non irrilevante, che tuttavia Berlinguer ebbe la lucidità di vedere e la forza di correggere. Si può discutere la validità dell’impostazione del segretario del Pci. Quel che non si può fare è confondere il compromesso storico con il governo di solidarietà nazionale, una strategia di cambiamento con una temporanea esperienza di governo rivelatasi controproducente e negativa. Il Pci, sostenne Berlinguer, aveva puntato «sulla possibilità che la Dc potesse rinnovarsi e modificarsi, cambiare metodi e politica, decidersi a porsi all’altezza dei problemi del Paese. Non ho difficoltà a dire che su questo punto abbiamo sbagliato». Sono stati commessi «errori di verticismo, di burocratismo e di opportunismo» che hanno indebolito «il nostro rapporto con le masse. Un’esperienza del genere noi non la ripeteremo mai più». Verticismi, burocratismi e opportunismi sono state invece esperienze portate a buon fine da quelli che, provenienti dal Pci, o Berlinguer lo hanno relegato nel retrobottega della storia (Dimenticare Berlinguer, scrisse la Mafai), o di Berlinguer si sono dichiarati eredi abusivamente. Con il risultato di aver figliato Renzi e il renzismo, mentre della sinistra politica si sono perse le tracce, il mondo del lavoro del XXI secolo è fuori dal Parlamento, la società si impoverisce e si disgrega, e il 40 per cento degli italiani non va più a votare. Resta il fatto che far passare il segretario del Pci per un opportunista e un inciucista per pure finalità di potere è una delle operazioni più basse e volgari che si possa compiere a danno della verità. Con l’intento fin troppo scoperto di dichiarare fuori dalla storia la possibilità di costruire una sinistra nuova, con caratteristiche popolari e di massa, con un radicamento sociale profondo, capace di mettere con i piedi per terra la prospettiva di un reale cambiamento. Chi a questa operazione si presta, consapevole o inconsapevole che sia, in ogni caso rende un pessimo servizio innanzitutto a se stesso. Ma soprattutto al suo Paese. E alla causa della democrazia, della libertà e della giustizia.

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