Il Jobs act è una bufala, lo dicono pure le imprese: ecco perché… di fabio sebastiani

Che il Jobs act sarà soltanto un enorme rimescolamento di carte che produrrà ben pochi posti di lavoro nuovi lo dice anche Unimpresa. Secondo l’associazione imprenditoriale, l’incremento dei contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato previsti dalle nove norme sulle tutele crescenti sara’ legato in parte alla stabilizzazione degli attuali precari (tempo determinato, contratti a progetto, partite Iva), e in parte all’emersione di occupazione irregolare o cosiddetta “in nero”. Resta sì un piccola fetta di “nuove assunzioni di disoccupati” in senso stretto ma solo derivanti “da incremento di produzione e prospettive di crescita delle aziende italiane”. Allaa fine i “contratti nuovi” e non i “nuovi contratti” saranno 250.000. Considerando che non avrà alcuna minima influenza sui disoccupati veri e propri sarà soltanto una goccia nel mare, creata peraltro con i soldi pubblici.

Come dimostra una tabella pubblicata da Repubblica, esistono ormai ben dodici categorie di assunzioni incentivate, che corrispondono alle bellezza di cinque miliardi di risorse pubbliche (dati Uil) verso le aziende. Una cifra pazzesca che di fatto rende questi posti di lavoro “pubblici” nel verso senso della parola.
“Le aziende stanno aspettando, per assumere, questo contratto a tutele crescenti perché – prosegue Damiano – estremamente conveniente sotto il profilo dei costi e della normativa sui licenziamenti. È prevedibile una ‘fiammata’ occupazionale, persino superiore alle previsioni del ministro Poletti che ha parlato di 150.000 assunti nel 2015. Sarà un impulso positivo ed una iniezione di ottimismo dopo i lunghi anni di crisi, ma non sarà sufficiente se non si produrrà un risultato stabile per l’occupazione”.

Non solo, in questa “bufala” dei posti di lavoro, riprendendo le parole di Unimpresa, molti posti di lavoro saranno trasformati in contratti di 36 mesi senza nessuna garanzia di assunzione. E saranno in molti a farne le spese. L’allarme è scattato in tutti quei settori dove si opera per appalti: le aziende al cambio commessa metteranno in esubero i vecchi dipendenti, e potranno assurmerne di nuovi, molto meno costosi, grazie agli incentivi messi a disposizione dal governo con la legge di stabilità. I call center sono più che esposti: secondo la Cgil sono 7 mila i lavoratori ad altissimo rischio di sostituzione nei prossimi mesi, e per il momento purtroppo non si vede nessuna via d’uscita.

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