Decreto Ilva, fumo (avvelenato) negli occhi di Antonia Battaglia

Il Senato ha approvato il decreto legge “Ilva e Sviluppo di Taranto”, varato il 5 gennaio scorso, e che diventerà legge entro il 6 marzo. Il testo chiarisce diversi punti e reintegra, modificandole, alcune disposizioni che erano scomparse nel Ddl, seppur annunciate precedentemente dal Premier.

Si entra nella fase della procedura di amministrazione straordinaria, gestita dai tre commissari (anch’essi straordinari) Gnudi, Carrubba e Laghi. A essi spetta il compito di individuare affittuari o acquirenti dello stabilimento, con la garanzia della continuità della produzione e del servizio pubblico “essenziale” che deve essere garantito alla Nazione. L’attuazione delle prescrizioni ambientali, previste dall’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale), è quindi di diretta competenza di uno degli “straordinari”, che viene dotato di poteri a tal fine. Non c’è da farsi illusioni però, visto che i commissari avranno in realtà il potere di decidere quali prescrizioni attuare e che, in ogni caso, la data prevista quale termine ultimo per il completamento dei lavori di adeguamento ambientale è ancora da decidere, con un ulteriore e futuro decreto del Presidente del Consiglio.

Nel testo viene reiterato che la valutazione del danno sanitario non ha il potere di modificare le prescrizioni AIA (ciò che l’ILVA dovrebbe fare per “mettersi a norma”, cosa ormai molto difficile visto lo stato di compromissione avanzato di ambiente e salute), tuttavia è consentito alla Regione Puglia di chiederne il riesame. Fumo negli occhi. L’audizione dell’ISDE (Associazione Italiana Medici per l’Ambiente) nelle Commissioni del Senato, avvenuta il 21 gennaio scorso, ha messo in luce tra l’altro che: “Come dimostrato da ARPA Puglia con il primo rapporto sulla valutazione del danno sanitario 1, la completa applicazione delle prescrizioni AIA, quando e se raggiunta, sarà in grado di attenuare i rischi ambientali e sanitari per i tarantini ma NON di renderli accettabili dal punto di vista epidemiologico ed etico”.

Di quale Regione Puglia parliamo? Quella il cui Presidente ride al telefono con la dirigenza Ilva? O quella che avrebbe già dovuto rendersi conto che l’AIA non è mai stata compiutamente applicata? Quale Regione Puglia, quella che avrebbe dovuto operare da tempo uno screening serio di malattie oncologiche, cardiovascolari, ormonali, di autismo (in crescita continua poiché legato all’inquinamento così come dimostrato da recenti studi scientifici)? Quella che aveva promesso le analisi per accertare l’eventuale presenza di piombo nel sangue dei bambini di Taranto? Quale Regione Puglia, quella la cui classe politica avrebbe dovuto lottare con le unghie e con i denti per ridare alla nostra città dignità e futuro?

La Regione Puglia sarà dotata di fondi speciali “al fine di una più efficace lotta ai tumori, con particolare riferimento alla lotta alle malattie infantili”: essa viene autorizzata dal decreto alla incredibile spesa di 0,5 milioni per l’anno 2015 e di 4,5 milioni per il 2016. Quindi 5 milioni per potenziare cure e prevenzione: ma la novità rispetto a quanto è stato già promesso in passato e mai fatto dove sta?

Il testo conferma la non punibilità del commissario straordinario e dei soggetti delegati all’attuazione delle misure ambientali. La dirigenza della nuova Ilva è esentata dai reati di bancarotta, semplice e fraudolenta, per i finanziamenti destinati all’impresa commissariata. Tale misura scaturirebbe dal fatto che le somme sarebbero “funzionali al risanamento ambientale ovvero alla continuazione dell’esercizio dell’attività d’impresa”. Quindi sembrerebbe che la produzione sia funzionale all’attuazione delle prescrizioni ambientali, nel senso che se l’Ilva non produce e non realizza profitti non si può spendere per le misure ambientali? Quindi per poter, un giorno, vedere l’Ilva “a norma” bisognerà aspettare decenni prima che i profitti raggiungano la cifra di 8,1 miliardi di euro, stima della Procura del costo dei lavori per l’adeguamento degli impianti.

Ovvero l’Ilva sarà a norma quando non ci sarà neanche più un tarantino sano in vita. Però finché ci sarà questa classe politica alla Regione Puglia, a vegliare su di noi e sui nostri figli con i fondi di cui sopra, possiamo stare tranquilli.

Quindi, malgrado, secondo quanto affermano le perizie e gli studi come il Sentieri, la situazione sia grave e abbia compromesso le generazioni a venire, l’Ilva deve produrre poiché è stato stabilito che l’acciaio è di interesse nazionale e strategico.

Si enuncia inoltre che con l’ammissione alla procedura di amministrazione straordinaria sorge la necessità di tutelare un eventuale acquirente, che non è responsabile dell’inquinamento avvenuto e in corso. Ovvero, lo Stato si farebbe carico delle bonifiche e di altre opere di decontaminazione per poi vendere o affittare. Ma perché, a parte la somma di 1,2 miliardi di euro appartenente ai Riva, somma che rientrerà forse in Italia e che sarà molto probabilmente pagata per l’amministrazione corrente e i diversi crediti (le somme sequestrate ai Riva saranno trasformate in obbligazioni statali), il Governo non cerca gli altri fondi appartenenti alla famiglia Riva? Perché lo Stato non si avvale del principio del chi inquina paga? Perché si continuano a proteggere i Riva mente la situazione è ormai alle battute finali?

Sarebbero garantiti dallo Stato, al momento attuale, 400 milioni per il risanamento, più 156 da Fintecna visto che il decreto autorizza i commissari a stipulare finanziamenti “fino a 400 milioni di euro, assistiti dalla garanzia dello Stato”. Per farlo, è stato istituito “nello stato di previsione del ministero dell’Economia un fondo a copertura”, con una dotazione iniziale di 150 milioni di euro per l’anno 2015″. L’emendamento permetterà a Cassa Depositi e Prestiti di mettere a disposizione un nuovo prestito.

La struttura commissariale predisporrà un programma per il recupero della città, per la messa in sicurezza e valorizzazione delle bellezze storiche e architettoniche, al fine di potenziare l’attrattiva culturale offerta. La Città Vecchia, l’Arsenale, sono identificate come zone oggetto di rilancio culturale in concertazione con la Regione, che, fino ad oggi evidentemente, non era a conoscenza del fatto che a Taranto esistessero già, da diversi secoli, dei beni culturali.

Viene istituito il Tavolo inter-istituzionale per Taranto, destinato a mettere in piedi una serie di misure per rilanciare l’area. Tavolo che c’era già, sotto altro nome, ma fa più chic un ri-battesimo.

Approvato l’emendamento che prevedrebbe un ammontare fino a 30 milioni di euro per le imprese dell’indotto e di 10 milioni di euro per la messa in sicurezza e gestione dei rifiuti radioattivi che sono depositati da solo 10 anni nell’area della azienda Cemerad (fallita nel 2005).

Sono anni ormai che l’Ilva passa da un commissario all’altro, da un decreto all’altro, in balia di nuovi continui rilanci pubblicitari come quello operato dal Governo con questa nuova legge. Il fine pare essere quello di tenere in vita un’azienda che inquina pesantemente (lo ha scritto anche la Commissione Europea), che perderebbe circa 30 milioni di euro al mese e che ha debiti per quasi 3 miliardi e che va avanti per forza di inerzia. I carabinieri del NOE di Lecce hanno effettuato il 19 gennaio una ispezione all’interno dello stabilimento, la seconda in poche settimane, che fa seguito a quella di metà dicembre 2014, durante la quale, in seguito ad una denuncia del sindacato Usb, furono rinvenuti nel sottosuolo trovando catrame e sostanze oleose.

Perché continuare a finanziare con soldi pubblici uno stabilimento pericoloso e che è anche in perdita continua?

Non si è capaci di produrre l’acciaio? Bene, si acquisti altrove e si trasformi Taranto in un centro di ricerca innovativo e all’avanguardia in un altro campo, e si ponga fine al mega esperimento a cielo aperto che è in corso da tempo.

L’Ilva non è come l’Alitalia, è profondamente ingiusto caricare di orgoglio nazionale un’azienda che è causa di grave e tanta sofferenza. Se Alitalia non avesse più volato, avremmo preso altri aerei, forse scontenti di non avere più diritto ai biscottini made in Italy.
Se l’Ilva non producesse più, o almeno non in questo modo, che sembra essere il modo prescelto anche per il futuro, perché il Governo deve pur esser a conoscenza del fatto che un serio adeguamento ambientale richiederebbe operazioni vaste a lungo termine e non prestiti ponte raccattati qua e là, si salverebbero delle vite umane e si metterebbe fine alla lunga agonia di una città, di migliaia di famiglie di operai e persone il cui futuro è anche strettamente legato all’economia generata dallo stabilimento.

Perché non affrontare una volta per tutte la realtà?

Se il Governo italiano, attuale e del passato, non è stato e non è in grado – come invece lo sono stati altri governi in altri paesi d’Europa – di produrre acciaio senza inquinare e senza rimetterci; se il Governo italiano, nascondendosi dietro espressioni quali “sito strategico, importanza nazionale” e tutta la propaganda patriottica continua a preferire, con dati alla mano, di mettere in pericolo migliaia di persone e bambini (il pericolo non è velleitario in questo caso! I dati sono chiari!) pur di continuare a produrre acciaio, allora non rimane ai tarantini che decretare un’autodeterminazione, in quanto popolo i cui diritti vengono continuamente e scientemente calpestati.

Il governatore della Regione Puglia si schiera a fianco di Tsipras nella lotta per la difesa dei diritti dei Greci contro la Troika, ma avrebbe avuto un popolo da difendere, a casa sua, dalla spietata arroganza imprenditoriale prima e dalla cosciente volontà di calpestare i diritti adesso. Solo che Taranto non fa radical chic, Taranto è una città povera e maltrattata, la cui popolazione ha la sola colpa di esser stata tradita da rappresentanti politici amici della finanza, dell’imprenditoria, del profitto.

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