Chi ha davvero paura di Tsipras di Tonino Perna

Analisi. Il crollo delle Borse ha ragioni più profonde della propaganda anti sinistra ellenica. Quello di Syriza è un programma serio che forse è l’ultima speranza per il Vecchio continente

Dicia­molo subito: quella delle Borse euro­pee che sareb­bero crol­late a ini­zio set­ti­mana per colpa della pro­ba­bile vit­to­ria di Tsi­pras è stata una balla media­tica pari a quell’altra che ha pre­sen­tato il lea­der di Syriza come il soste­ni­tore dell’uscita della Gre­cia dall’euro, come uno che vuole distrug­gere l’Unione euro­pea.
Come sanno gli ana­li­sti finan­ziari, il crollo delle borse euro­pee, ma anche di altre borse su scala mon­diale, è un fatto strut­tu­rale legato ai cicli della spe­cu­la­zione finan­zia­ria. Dopo cin­que anni di capi­ta­liz­za­zione, di gua­da­gni cre­scenti per gli inve­sti­tori finan­ziari, è fisio­lo­gico che i grandi inve­sti­tori pen­sino di tirare le somme, di por­tarsi a casa le plu­sva­lenze. A dif­fe­renza degli ideo­logi della cre­scita infi­nita, i vari Waren Buf­fet , Soros e soci sanno bene che gli extra­pro­fitti della spe­cu­la­zione finan­zia­ria sono legati pro­prio al fatto della vola­ti­lità dei titoli di Borsa. Sanno che i grandi gua­da­gni si fanno più sulle disgra­zie — il crollo della valuta di un paese piut­to­sto che dei prezzi della mate­rie prime — che nei periodi di cre­scita costante dei valori. Come sanno gli addetti ai lavori, le ope­ra­zioni finan­zia­rie spe­cu­la­tive sono un mix di cal­colo razio­nale e di rea­zioni irra­zio­nali ad eventi esterni. Il crollo ver­ti­cale del prezzo del petro­lio, la pre­vi­sione di un altro anno di reces­sione in Europa, la Ger­ma­nia che rischia la defla­zione, sono que­sti, insieme ad altri (come la crisi russa, il ral­len­ta­mento cinese e di tutta l’economia glo­bale) i fat­tori che hanno por­tato e por­te­ranno nei pros­simi mesi a vedere crol­lare i listini delle Borse euro­pee, e non solo europee.

Siamo entrati in una fase in cui la mag­gior parte della popo­la­zione euro­pea comin­cia a capire che da que­sta crisi non se ne esce, che più si per­se­guono le poli­ti­che del rigore più la situa­zione peg­giora. È in que­sto sce­na­rio cupo che la pro­po­sta poli­tica di Tsi­pras sta facendo intra­ve­dere una luce tra tante tene­bre e sta diven­tando un punto di rife­ri­mento.
Il primo merito di que­sto approc­cio alla crisi della Ue è quello di aver posto con deter­mi­na­zione la que­stione del debito pub­blico come que­stione prio­ri­ta­ria da affron­tare. Un debito pub­blico inso­ste­ni­bile che pro­duce defla­zione (la cosid­detta «defla­zione da debito» teo­riz­zata da Hyman Min­sky per la crisi degli anni Trenta) e con­duce a una spi­rale di auto­di­stru­zione di risorse umane e mate­riali. Qui sta lo scarto con le forze della sini­stra rifor­mi­sta (socia­li­sti e social­de­mo­cra­tici) che hanno cri­ti­cato timi­da­mente le poli­ti­che dell’austerity, chie­dendo un alleg­ge­ri­mento del vin­colo del tre per cento sul defi­cit ed un allun­ga­mento sui tempi di rien­tro del debito pub­blico, o auspi­cando più inve­sti­menti per far ripar­tire la ago­gnata cre­scita eco­no­mica.
La pro­po­sta poli­tica di Syriza va oltre la sto­rica con­tesa tra mone­ta­ri­sti e cosid­detti neo­key­ne­siani, per­ché pone al cen­tro della poli­tica eco­no­mica la ristrut­tu­ra­zione del debito pub­blico come con­di­tio sine qua non per uscire dalla crisi, deter­mi­nata per l’appunto dalla «schia­vitù da debito».

Prima di dar­gli da man­giare e da bere, lo schiavo ha biso­gno di essere libe­rato dalle sue catene. Vale a dire: non si tratta di allen­tare i vin­coli dell’austerity di qual­che punto per­cen­tuale, ma di met­tere in discus­sione il rap­porto «schiavo/padrone», di libe­rare i popoli euro­pei dai lacci e lac­ciuoli dell’usura lega­liz­zata, che ti umi­lia e distrugge il tes­suto sociale e cul­tu­rale sul quale era nata l’idea stessa di Unione euro­pea.
Al con­tempo il pro­gramma poli­tico di Syriza pone la que­stione della giu­sti­zia sociale come pre­con­di­zione per ridare una spe­ranza alla Gre­cia, per miglio­rare la qua­lità della vita delle popo­la­zioni senza aspet­tare Godot (la fan­to­ma­tica cre­scita futura). In sostanza, que­sta forza poli­tica non si limita a dire «taglia­temi il debito», ma si pone allo stesso tempo l’obiettivo di una pro­fonda tra­sfor­ma­zione della poli­tica eco­no­mica, fiscale e sociale: tre­di­ce­sima ai pen­sio­nati, ener­gia elet­trica e buoni pasto gra­tis a 300.000 fami­glie in con­di­zioni di estrema povertà, innal­za­mento della soglia free tax da 5 a 12 mila euro, can­cel­la­zione della tassa sulla casa e impo­sta solo per gli immo­bili di lusso, sti­pen­dio minimo da 586 a 751 euro al mese, crea­zione di una Banca Pub­blica per soste­nere le pic­cole imprese escluse dal cre­dito, ecc.
È un pro­gramma poli­tico rea­li­stico e ben arti­co­lato con effetti imme­diati ed è anche un mes­sag­gio chiaro per i ceti subal­terni. Andrebbe appro­fon­dito e dibat­tuto, magari inte­grato sulla base delle spe­ci­fi­cità nazio­nali ed della cul­tura eco­lo­gi­sta e paci­fi­sta in tutti i paesi euro­pei. A par­tire dal nostro, che ha avuto il merito di costi­tuire «L’Altra Europa con Tsi­pras» molto prima che il lea­der di Syriza diven­tasse un per­so­nag­gio famoso e si avvi­ci­nasse alla vit­to­ria. Un pro­gramma che dalla Gre­cia si dovrebbe esten­dere al resto del Vec­chio Con­ti­nente. Per sal­varlo dall’implosione e dalla cecità impe­rante nelle cabine di comando.

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