Gli uomini di Maastricht: guerra a Syriza, l’alternativa possibile di Alberto Burgio

All’arme! I bar­bari sono alle porte, e con essi il caos. Al pro­fi­larsi della pos­si­bi­lità – quasi una cer­tezza – che tra qual­che mese Syriza con­qui­sti il governo di Atene, le Borse sono crol­late. Ed è subito ini­ziata mar­tel­lante la cam­pa­gna poli­tica e media­tica, oltre al lavoro ai fian­chi (si parla di ten­tata cor­ru­zione) dei depu­tati delle mino­ranze del par­la­mento greco affin­ché con­cor­rano a eleg­gere entro fine anno il can­di­dato gover­na­tivo alla pre­si­denza della Repub­blica, scon­giu­rando il rischio di ele­zioni anticipate.

Tsi­pras è dipinto, anche dalla bene­me­rita stampa ita­liana, come l’incarnazione dell’estremismo anti­eu­ro­peo. Come colui che spe­cula cini­ca­mente sulle rovi­nose con­se­guenze dell’austerity: la disoc­cu­pa­zione al 28% (al 60% tra i gio­vani); sti­pendi da fame (un terzo dei lavo­ra­tori greci gua­da­gna 300 euro al mese); una fami­glia su cin­que sotto la soglia di povertà. Eppure Syriza non chiede l’uscita della Gre­cia dall’euro ma la can­cel­la­zione del fiscal com­pact, la ristrut­tu­ra­zione del debito e la revi­sione del «piano di sal­va­tag­gio» impo­sto dalla troika, che in quat­tro anni ha sca­ra­ven­tato il paese all’inferno. Allora per­ché que­ste rea­zioni iste­ri­che? Per­ché l’appello al panico (la Gre­cia – si dice – non sarebbe più gover­na­bile e andrebbe di filato in bancarotta)?

Evi­den­te­mente c’è un rischio che non si intende cor­rere. Che un paese dell’eurozona si ribelli per dav­vero alla morsa dei mer­cati spe­cu­la­tivi e rie­sca a sot­trarsi ai dik­tat della Bce e del Fmi. Dimo­strando che ripren­dersi la sovra­nità è pos­si­bile, che c’è un’alternativa alla dit­ta­tura neo­li­be­ri­sta che sta vio­len­te­mente ridi­se­gnando la mappa sociale e poli­tica del con­ti­nente. Que­sto è il «peri­colo greco» che si vuole in ogni modo scon­giu­rare, intanto mobi­li­tando tutto un arse­nale sug­ge­stivo e reto­rico utile ad allar­mare un’opinione pub­blica sì diso­rien­tata e con­fusa, ma soprat­tutto disil­lusa e risen­tita nei con­fronti di un’Europa matri­gna che dis­se­mina povertà, disoc­cu­pa­zione e ingiustizia.

In tutto que­sto, nes­suno di quanti si limi­tano a dif­fon­dere, zelanti, l’allarme con­tro la temuta inva­sione bar­ba­rica trova quel grano di one­stà per svi­lup­pare la più scon­tata delle com­pa­ra­zioni. Per uno Tsi­pras che, nuovo Brenno, minac­cia di ribel­larsi al cape­stro dei mer­cati e delle oli­gar­chie comu­ni­ta­rie, quanti rive­riti poli­tici, archi­tetti di que­sta splen­dida Europa, hanno con­tri­buito al disa­stro più che annun­ciato che, tra Maa­stri­cht, Lisbona e il fiscal com­pact, ha inse­diato uno dei più raf­fi­nati mec­ca­ni­smi di sfrut­ta­mento del lavoro subor­di­nato e di distru­zione dei diritti sociali e dei beni comuni che si potes­sero esco­gi­tare? Ce n’è di osan­nati e di ancora – anche in Ita­lia – in ser­vi­zio per­ma­nente effet­tivo nei più influenti palazzi del potere poli­tico, finan­zia­rio e giu­ri­sdi­zio­nale. Senza enfasi si può affer­mare che essi sono tra i respon­sa­bili di una cata­strofe sociale, poli­tica e morale para­go­na­bile a una (terza) guerra mon­diale. Che non sia di moda soste­nerlo non signi­fica che non sia vero.

Sotto l’attenta regia ame­ri­cana, il pro­cesso comu­ni­ta­rio ha pri­vi­le­giato la ratio eco­no­mica e la logica del neo­li­be­ri­smo. Que­sto è sostan­zial­mente vero sin dai tempi della Cee, ma da Maa­stri­cht in poi si è veri­fi­cato un salto di qua­lità. I ver­tici poli­tici e le tec­no­cra­zie sono inter­ve­nuti con un piglio ipe­rau­to­ri­ta­rio a senso unico: per libe­rare le forze del mer­cato (imprese e finanza) con­tro il lavoro vivo, pre­ca­riz­zato ed espo­sto agli effetti reces­sivi delle poli­ti­che mone­ta­ri­ste e a un for­tis­simo dum­ping all’interno dell’Unione e in seno ai sin­goli paesi. Le società euro­pee sono state tra­sfor­mate in società di mer­cato, nello spa­zio di un’esasperata com­pe­ti­zione per il pro­fitto, libero da tutto ciò che potrebbe osta­co­lare la dina­mica del capi­tale pri­vato: dai diritti sociali alle tutele del lavoro, dai vin­coli di una pro­gram­ma­zione eco­no­mica pub­blica al con­trollo demo­cra­tico sulle auto­rità e le poli­ti­che comunitarie.

Quando, nel 1991, si discusse del Trat­tato di Maa­stri­cht e poi, nel decen­nio scorso, dei Trat­tati di Nizza e Lisbona, vi fu chi mise in guar­dia sulle con­se­guenze che sareb­bero imman­ca­bil­mente deri­vate dall’abdicazione alla sovra­nità nelle mani del mer­cato e da un’unione mone­ta­ria fon­data sui prin­cipi del mone­ta­ri­smo. E vi fu chi invece tirò dritto, dispo­nendo della forza per imporsi. Ora non sarebbe il caso di fare un bilan­cio di quelle scelte, a ragion veduta? E di assu­mersi magari qual­che respon­sa­bi­lità al cospetto della deva­sta­zione sociale, eco­no­mica e poli­tica che que­sta Europa produce?

Niente di tutto que­sto, ovvia­mente. Piut­to­sto, al pro­fi­larsi di una vit­to­ria della sini­stra in uno dei paesi dell’Unione, si bran­di­sce il ricatto delle Borse, si invoca il caos, si cerca di susci­tare il panico nell’opinione pub­blica. Non vi è nulla di nuovo in tutto ciò, tant’è che viene in mente – l’analogia non scan­da­lizzi – il cri­mine che ottant’anni fa, il 27 feb­braio del 1933, spianò la strada al nazi­smo in Ger­ma­nia. Nelle inten­zioni di Hitler e dei suoi l’incendio del Rei­ch­stag doveva evo­care lo spet­tro del peri­colo rosso e spia­nare la strada al regime. Il piano era ben stu­diato, difatti subito ven­nero can­cel­lati i diritti civili e una set­ti­mana dopo i nazi­sti stra­vin­sero le ele­zioni. Gio­care con la paura della gente serve e può deci­dere di una crisi politica.

Ma qui l’analogia si ferma. Oggi in Europa, diver­sa­mente da quanto avve­niva negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, il peri­colo non viene da sini­stra. Nem­meno in Gre­cia, dove pro­prio i nazi­sti lucrano sulla rab­bia e sulla paura gene­rata dalle poli­ti­che anti­so­ciali del governo nazio­nale e delle auto­rità comu­ni­ta­rie. Allora le rea­zioni di que­sti ultimi di due cose par­lano sin troppo chiaro. Di una cieca irre­spon­sa­bi­lità e di un radi­cato disprezzo per la demo­cra­zia. Che del resto è il fon­da­mento su cui è stato costruito e via via «rifor­mato» l’intero edi­fi­cio isti­tu­zio­nale di que­sta Europa matri­gna e senza popolo.

 

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