Capitale corrotta, nazione infetta


di Angelo d’Orsi

“Capitale corrotta, nazione infetta”: era il titolo, divenuto presto famoso, di una mirabile inchiesta de “l’Espresso”, apparsa l’11 dicembre 1955. L’articolo era firmato da Manlio Cancogni, grande letterato e giornalista (bellissimo il suo libro “Squadristi” del 1972, abile fusione di giornalismo e storiografia). L’inchiesta documentava, in modo efficace e accorato, gli illeciti negli appalti immobiliari di Roma, nei quali, tra l’altro, era coinvolta una società immobiliare del Vaticano. Ne nacque uno “scandalo” che forse non servì a cambiare il quadro politico, ma se non altro scosse la pubblica opinione, anche se poi ci pensava Lascia o raddoppia? e i festival canori a riaddormentarla.

Allora, appunto, si chiamavano “scandali”, per indicare l’eccezionalità di quegli eventi. Oggi, come constatiamo, sono la norma, l’indefettibile regola della nostra quotidianità: la collusione tra malaffare, criminalità organizzata, classe politica. “Capitale corrotta, nazione infetta”: le notizie provenienti da Roma, che si rivela unacloaca maxima, sono sconfortanti, avvilenti. Ovviamente vi sono coloro che – i Salvini di turno – si fregheranno le mani, ripetendo il “Roma ladrona”, loro che a Roma ci sono, come sono a Bruxelles, e in ogni ganglio del potere, condividendone gioie e nefandezze.

Lasciamoli gongolare, mentre le Procure della Repubblica mandano, ormai settimanalmente, avvisi di garanzia che svelano la capillare presenza di mafia e ndrangheta nelle imprese e nelle pubbliche amministrazioni del Settentrione. La vicenda dell’Expo 2015 è sintomatica. E che si sia dovuto ricorrere a una sorta di controllore supremo, che dovrebbe controllare coloro che controllano, ossia garantire la pulizia degli appalti, è incredibile: la prova che la legalità rappresenta ormai, in questo sventurato Paese, l’eccezione, un lontano, fumoso obiettivo da perseguire, ricorrendo a mezzi straordinari, invece che il binario sul quale dovrebbero muoversi le amministrazioni pubbliche.

A Roma certo il panorama emerso da questa ultima inchiesta giudiziaria è particolarmente fosco e svela un osceno intreccio tra mafia, fascisti, imprese, ceto politico; di “governo” e di “opposizione” (!?). Dietro le medagliette di “Roma Capitale”, sotto i lustrini rutelliani, veltroniani, e poi alemanniani, ecco che una volta di più il cuore del Paese si rivela un maleodorante pozzo di nequizie, di corruzione, di oscenità. Basta ascoltare le registrazioni delle telefonate fra alcuni di codesti infimi personaggi che erano i capi della cupola fasciomafiosa. Lo schifo che si prova è difficile da descrivere, ma sento che tutti lo condividono. Lo schifo tocca il culmine quando si scopre che i neofascisti che di giorno predicano contro i rom e in generale migranti etc., poi facevano affari nella gestione dei campi rom e dei centri di “accoglienza”. Ricorda le impagabili scelte politico-finanziarie della dirigenza della “Lega Nord-Padania” che tuonava (e tuona) contro i migranti e poi investe in lingotti d’oro in Tanzania. Vero, Salvini?!

Eppure, non dobbiamo trarre la conclusione che fra destra e sinistra non ci sia differenza: la differenza, concettuale, sul piano insomma della teoria politica, esiste eccome! Il fatto è che non esiste (quasi) più una sinistra nelle istituzioni rappresentative. Certamente, anzi certissimamente, il Partito Democratico (una denominazione che oggi suona grottesca, davanti ai comportamenti personali e alle linee politiche del ducetto Matteo Renzi) non ha nulla a che fare con l’identità politica della sinistra, e ha reciso ogni legame con la stessa memoria della sinistra. Basti il cosiddetto “Jobs Act” (siamo moderni, parliamo inglese, of course), che, come ha autorevolmente asserito Luciano Gallino (il migliore analista della società e dell’economia che abbiamo oggi in Italia), nella bella intervista qui concessa a Giacomo Russo Spena, è una riforma di destra. Punto.

È invece vero, in certo senso, ahimè, il motto che in queste ore, per l’ennesima volta, corre sulle labbra di tanti cittadini italiani: “sono tutti uguali”. Viene alla mente la scena di “Palombella rossa”, di Nanni Moretti, quando il protagonista (Moretti stesso, ovviamente), dice, tra il comico e il disperato, chiedendo per la sinistra la chance del governo: “noi siamo diversi, noi siamo uguali a tutti gli altri…”. Era il 1989, e si stava consumando l’eutanasia del PCI, sotto l’insipiente regia di Achille Occhetto. Il punto finale è il PD di Renzi. Sono tutti uguali, dunque? Sì, è vero, lo sono: nel senso che la tensione etica della politica è ormai defunta, e seppellita; e che la quasi totalità dei componenti del ceto politico appare tristemente unificata dalle più miserabili ambizioni personali: lo stipendio, la pensione cumulabile, i piccoli e grandi privilegi della “casta” e così via. La cosa è giunta ormai a uno stadio inemendabile. Forse occorre pensare a “rottamare” non tanto, non solo comunque, la classe politica, le persone, bensì la politica, questa politica, e rifondarla. Il Movimento 5 Stelle aveva enunciato enfaticamente, in modo sguaiato e deliberatamente impolitico, questo obiettivo e ha dato a tanti questa illusione, ma la sua leadership (ducesca, anch’essa, con l’alibi della “Rete”) le ha sbagliate tutte, ma proprio tutte, e lo spettacolo che in queste settimane il Movimento sta regalando anche ai suoi sostenitori è assai triste, anche se, va detto, rimane la sola vera forza di opposizione in Parlamento, accanto a quel che rimane di SEL, a sua volta avviata a un mesto, inesorabile declino, sotto la guida di un leader ormai giunto a fine corsa, dopo aver anch’egli suscitato speranze e illusioni.

Quanto alla sinistra, quella più o meno autentica, la “vera” sinistra, che oggi fa capo alla Lista Tsipras, dopo aver agguantato, per il rotto della cuffia, i tre seggi europei (e aver dato un penoso spettacolo, sia nelle trattative per arrivare alle liste, sia subito dopo), appare impantanata, a essere generosi. Esistono movimenti, per fortuna, numerosi e variegati, e da loro forse occorre ripartire. Ma ricordando che senza organizzazione non si fa la rivoluzione. E questa, la “rivoluzione”, davanti alla capitale corrotta di una nazione infetta, è forse davvero la sola via d’uscita. Poiché la parola appare anacronistica, occorre pensare nuove, diverse modalità: Antonio Gramsci, nel carcere fascista, aveva capito che “la rivoluzione in Occidente” non può più essere l’assalto frontale (la Bastiglia del 1789 o il Palazzo d’Inverno del 1917), ma il risultato di un processo di costruzione di una “contro-egemonia”. Anche se il protagonismo della piazza oggi è ritornato, e ne va tenuto conto: insomma, la battaglia delle idee va affiancata dalla mobilitazione. Il risultato deve essere il cambiamento dei rapporti di forza. Il popolo degli schiacciati, degli affamati, degli sfruttati, degli umiliati e offesi dal potere, deve riscattarsi, e creare nuove forme politiche organizzate, e dar vita a una nuova leadership dal basso. Impresa disperata? Intanto, capitale corrotta, nazione infetta.

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