Migranti: L’era dei torbidi di Barbara Spinelli *

Vorrei condividere qui con voi l’idea che mi sono fatta in questi anni, e in maniera più precisa da quando sono al Parlamento europeo, su migranti, accoglienza, diritti, asilo, esilio.
L’idea che mi sono fatta è che la questione migrazione s’intorbida sempre di più. Da un lato continua a essere percepita come fenomeno principalmente economico, quando buona parte dei migranti è oggi costituita da chi fugge guerre o disastri climatici. Qualsiasi ragionamento geopolitico, di politica estera, viene liquidato. Il caos che abbiamo scatenato con le guerre antiterroriste, e anche con quelle umanitarie, viene sistematicamente sconnesso dai ragionamenti sui nuovi flussi migratori.
Dall’altro lato i governi europei tendono a intervenire aggirando le proprie Costituzioni e la comune Carta dei diritti fondamentali e invocando un diritto emergenziale, con l’alibi che a nuove sfide occorra rispondere con nuovi metodi. In realtà l’emergenza conferisce legittimità a uno stato di eccezione divenuto permanente, grazie al quale i poteri vengono accentrati negli esecutivi e le Costituzioni vengono svuotate: finita l’emergenza, finito quel che viene vissuto come imprevedibile, i governi ci promettono un fantasmatico ritorno allo status quo ante. Ma di fatto il diritto emergenziale diventa diritto ordinario, con conseguenze nefaste sia sulle politiche che vengono adottate, sia sul linguaggio usato per descriverle o anche contrastarle.
Questa mescolanza tra diritto emergenziale e vecchi parametri (le migrazioni sono un fenomeno prevalentemente economico, non sono in rapporto con le guerre e la politica estera) crea il torbido cui accennavo prima: torbido nelle teste dei governi e anche di chi pretende di opporsi alle loro politiche.
Il permanere dei vecchi parametri economici finisce col privilegiare la formula delle quote di immigrazione, di cui l’economia europea ha bisogno per crescere di più. È una formula che impedisce uno sguardo d’insieme sui flussi migratori, e lo de-politicizza radicalmente. In nome dell’accoglienza i progressisti si lasciano intrappolare nella logica delle quote, e si limitano a chiederne l’innalzamento, reso necessario dall’invecchiamento demografico di gran parte dei Paesi dell’Unione. L’intero discorso sui diritti risente del riduzionismo economico: la stessa parola accoglienza fa parte del vecchio paradigma ed è a mio parere del tutto inadatta. Lo ha spiegato molto bene Clelia Bartoli, autrice del saggio Razzisti per legge, in un recente convegno a Palermo: il modello della mera «ospitalità» è quello, inferiorizzante, della segregazione e del concentramento; i «centri di accoglienza» concentrano e segregano i migranti lontano da noi, trasformandoli in «loro». La mera accoglienza alimenta un razzismo che in Italia sta dilagando, come mostrano le violenze a Tor Sapienza. Non chiamiamola «guerra tra poveri»: è un’aggressione razzista contro gli emarginati e i rifugiati, che se non trova risposte politiche vedrà installarsi da noi (come già sta accadendo) partiti fascisti o neonazisti parenti di Alba Dorata. Accogliere allontanando indebolisce l’altro, ed è il contrario di quello di cui c’è bisogno, per abolire lo steccato sterile fra “noi”e “loro”: è il contrario dell’empowerment, della “capacitazione”di cui parla Amartya Sen, e che vorrei qui brevemente citare: «La “capacitazione” di una persona è una forma di libertà: la libertà sostanziale di realizzare più combinazioni alternative di funzionamenti (o, detto in modo meno formale, di mettere in atto più stili di vita alternativi)».
Il diritto emergenziale che si congiunge ai vecchi parametri economicisti ci porta al discorso sulla guerra. Intendo le guerre che Stati Uniti e Europa conducono dagli anni ’90: sia le guerre umanitarie, sia quelle contro il terrorismo. Le guerre umanitarie in ex Jugoslavia si prefiggevano in teoria scopi diversi, inizialmente. Si trattava di far fronte a pulizie etniche teorizzate e in parte applicate. Il fatto è che quelle guerre sono state mal concepite, mal condotte, e mal concluse. Si sono concluse attuando una strategia della settarizzazione e frammentazione, hanno esacerbato e legittimato separatismi e segregazioni. Tutte le guerre successive, dopo l’11 settembre, hanno seguito quell’esempio di settarizzazione. Era l’unica politica che permetteva una liberalizzazione-privatizzazione delle economie (in Iraq, Afghanistan, Libia), prefiggendosi il dissolvimento degli Stati e delle loro strutture. Il caos che regna in questi Paesi non è un danno collaterale: è un ingrediente costitutivo, giudicato indispensabile, delle politiche occidentali. Non stupiamoci troppo dei movimenti terroristi prodotti da queste guerre: nascono per ricreare strutture statali perverse, lì dove lo Stato è stato annientato, soppiantato dal predominio di questa o quella setta. Gruppi come Hezbollah o Hamas offrono Welfare, oltre che violenza.
Le quote, la settarizzazione: sono facce della stessa medaglia e ambedue separano, vuoi tra «noi»e «loro», vuoi tra diversi «loro». Ma anche noi di sinistra dobbiamo trovare un modo di combatterle, contrapponendo altre politiche: economiche, diplomatiche, di diritti non emergenziali. A Tor Sapienza, come nelle banlieue francesi, occorre essere lì per «fare Welfare», per includere, per costruire nuovi modelli economici insieme a fuggitivi ed esclusi sociali, migranti o non migranti.
È un vero scandalo che il governo italiano, che pure aveva proposto all’inizio del semestre di presidenza il mutuo riconoscimento del diritto d’asilo, abbia rinunciato a questa domanda, e in definitiva non abbia fatto nulla per affrontare la questione dei migranti. Ha solo abolito Mare Nostrum, perché soccorrere i naufraghi in alto mare era divenuto troppo costoso. Si è appiattito così sul discorso implicito ma ormai imperante nell’Unione, secondo cui i salvataggi in mare sono un «azzardo morale», perché inciterebbero persone in fuga (e trafficanti) a imbarcarsi e tentare l’avvicinamento delle nostre coste. Non solo: ha voluto – e rivendicato con enfasi – il coordinamento dell’operazione europea Mos Maiorum, una schedatura in massa dei migranti decisa il 10 luglio dal Consiglio dei ministri dell’Interno e della Giustizia. Negli stessi giorni in cui cominciava l’operazione, in ottobre, una circolare e una nota aggiuntiva del ministero dell’Interno italiano autorizzava le forze di polizia a prendere impronte e fotosegnalazioni “anche con la forza”, se necessario. Abbiamo denunciato la circolare in seduta plenaria a Strasburgo, annunciando una richiesta di procedura d’infrazione che ho depositato in questi giorni, firmata da 30 eurodeputati.
Ecco i risultati della presidenza italiana. Ecco le ragioni per cui dobbiamo chiedere il mutuo riconoscimento dell’asilo e la modifica radicale di Dublino III.
Se continuiamo così, tutte le nostre Carte e le nostre costituzioni possiamo gettarle nel cestino, ridenominandole «azzardi morali». Non per questo, aprendo qualche centro di accoglienza, avremo salvato il nome e il prestigio dell’Unione europea.

*Intervento  alle Giornate di studio del GUE/NGL, Firenze, 18-20 novembre 2014
Sessione del 19 novembre, “Reframing migration and asylum policies: from border surveillance to migrants and asylum seekers rights approach”.

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