Il Sud nella tagliola di Andrea Del Monaco

La scon­tro con la Cgil e il pestag­gio degli ope­rai nascon­dono tre limiti del governo Renzi: l’assenza di una poli­tica indu­striale, 8 miliardi di tagli al Sud, una poli­tica di bilan­cio con­tro la cre­scita. Nella gior­nata mon­diale del rispar­mio il gover­na­tore di Ban­ki­ta­lia Visco ha auspi­cato un’azione Ue per gli inve­sti­menti: un’interpretazione non restrit­tiva del Fiscal Com­pact con­sente poli­ti­che di bilan­cio espan­sive. Il mini­stro Padoan ha con­fer­mato che il governo ha anti­ci­pato il piano di inve­sti­menti Junc­ker da 300 miliardi e chie­derà alla task force euro­pea (Com­mis­sione, Bei e stati mem­bri) 10 miliardi per mille pro­getti di investimento.

Qual­cosa non qua­dra. Per­ché chie­dere pre­stiti alla Bei quando abbiamo i nostri fondi? Secondo i dati al 31/05/2014 l’Italia ha 26 miliardi dei suoi pro­grammi Ue del ciclo 2007–2013 e deve spen­derli entro il 2015 (altri­menti resti­tuiamo il con­tri­buto euro­peo). Ergo il Governo dovrebbe inve­stire i nostri fondi prima di chie­dere pre­stiti alla Bei. Altra con­trad­di­zione: mar­tedì il Sot­to­se­gre­ta­rio Del­rio ha assi­cu­rato che il Sud diven­terà un «pro­blema» di tutto il paese. Nel con­tempo taglia i fondi per lo svi­luppo al meri­dione. Vediamo nel merito.

Nel ciclo 2014–2020 l’Italia avrà da Bru­xel­les 42,1 miliardi: 31,7 miliardi di fondi strut­tu­rali (Fse e Fesr) e 10,4 miliardi del Feasr (Fondo Euro­peo Agri­colo di Svi­luppo Rurale). Dovremmo aggiun­gere 42 miliardi per cofi­nan­ziare al 50%. In Puglia, Sici­lia, Cala­bria, Cam­pa­nia e Basi­li­cata sono con­cen­trati 26,7 miliardi: con un cofi­nan­zia­mento nazio­nale al 50% il Sud avrebbe 53 miliardi. Pur­troppo Del­rio alla Camera (il 7 otto­bre in Aula e il 30 set­tem­bre in Com­mis­sione) ha annun­ciato la ridu­zione del cofi­nan­zia­mento per Fesr e Fse a Cam­pa­nia, Cala­bria e Sici­lia dal 50% al 25%. In sette anni 8 miliardi in meno. Cal­co­liamo pre­ci­sa­mente la dota­zione Fse-Fesr per le Regioni e i tagli al cofi­nan­zia­mento. La Sici­lia ha 6860,9 milioni di euro da Bru­xel­les: il suo cofi­nan­zia­mento ridotto al 25 % vale 3430,45 milioni e perde altret­tanti soldi.

La Cala­bria ha 3.031 milioni euro­pei e perde 1.515 milioni di cofi­nan­zia­mento. La Cam­pa­nia ha 6.325 milioni Ue e perde 3.162 milioni di cofi­nan­zia­mento. Se la ridu­zione fosse estesa a Puglia e Basi­li­cata il taglio com­ples­sivo arri­ve­rebbe a 11,1 miliardi di euro in sette anni. La Basi­li­cata per­de­rebbe 431,65 milioni e la Puglia 2,56 miliardi. Del­rio ha dato due assi­cu­ra­zioni: le vir­tuose Puglia e Basi­li­cata non subi­ranno tagli; una legge impe­dirà che tali risorse diven­tino un ban­co­mat del governo e i soldi si spen­de­ranno nelle sud­dette tre regioni. Que­sta ipo­tesi fumosa cela la neces­sità di rispet­tare il 3% deficit/Pil e com­pia­cere la Mer­kel. Se il governo non vuole tagliare 8 miliardi in Cam­pa­nia, Cala­bria e Sici­lia può sem­pli­ce­mente spo­stare gli 8 miliardi dai pro­grammi regio­nali ai pro­grammi gestiti dal Governo nei mede­simi territori.

Secondo l’art.12 del decreto Sblocca-Italia Renzi può sosti­tuire i gover­na­tori delle tre Regioni dicen­do­gli: «Poi­ché siete inef­fi­caci e poi­ché io governo non voglio sot­trarre fondi al Sud, vi sosti­tui­sco e pro­grammo io la spesa di quei soldi nei vostri ter­ri­tori: così non leviamo risorse ai cit­ta­dini meridionali».

Il governo è privo di pia­ni­fi­ca­zione stra­te­gica e dovrebbe usare i fondi Ue ispi­ran­dosi al volume «L’altra glo­ba­liz­za­zione» di Marco Canesi, docente di pia­ni­fi­ca­zione ter­ri­to­riale al Poli­tec­nico di Milano. L’autore affronta il declino ita­liano par­tendo dalla debo­lezza dell’economia meri­dio­nale: il suo defi­cit com­mer­ciale – quasi tutto in pro­dotti indu­striali – è quasi il 20% del suo Pil. Il Sud ha biso­gno di un bacino pro­dut­tivo auto­cen­trato, esteso dal napo­le­tano alla Sici­lia. Si rea­lizza con due interventi.

Primo: l’Alta capa­cità Napoli – Reg­gio Cala­bria: pro­prio per­ché Alta capa­cità e non Alta velo­cità sarebbe la spina dor­sale del Sud e assi­cu­re­rebbe quasi dovun­que fre­quen­ta­zioni gior­na­liere. È neces­sa­rio un trac­ciato che attra­versi i ter­ri­tori interni in cui sono sto­ri­ca­mente situati gli inse­dia­menti più rile­vanti. Potenza dovrebbe diven­tare un nodo fer­ro­via­rio irri­nun­cia­bile e con­sen­tire con­nes­sioni in ogni dire­zione fra le più impor­tanti città meri­dio­nali; con una nuova linea verso Fog­gia, Potenza col­le­ghe­rebbe la diret­trice adria­tica e quella tir­re­nica in modo stra­te­gico. Secondo: la crea­zione di tre nuove città poli­cen­tri­che. Baste­rebbe poco: un ade­guato ser­vi­zio fer­ro­via­rio regio­nale che, in siner­gia con l’Alta capa­cità, legasse in rela­zioni urbane (60 minuti) due gruppi di comuni, uno in Basi­li­cata e Puglia (Potenza, Tri­ca­rico, Fer­ran­dina, Matera, Alta­mura, Gra­vina, Gen­zano) e l’altro in Cala­bria (Cosenza, Rogliano, Ser­ra­stretta, Catan­zaro, più gli inse­dia­menti limitrofi).

La terza città poli­cen­trica avrebbe il bari­cen­tro nel bipolo Reg­gio Calabria-Messina. Vediamo i costi. La linea Alta capa­cità tra Napoli e Reg­gio Cala­bria coste­rebbe 20 miliardi di euro; il trac­ciato anu­lare della città poli­cen­trica apu­lo­lu­cana (in parte già realizzato)un miliardo di euro, men­tre il trac­ciato lineare della città cala­brese sarebbe a costo zero (coin­ci­dendo con quello dell’Alta Capa­cità). Secondo Canesi, il nuovo assetto ter­ri­to­riale apri­rebbe una pro­spet­tiva indu­striale impensabile.

Gra­zie alla potenza delle eco­no­mie di agglo­me­ra­zione messe in gioco, le filiere pro­dut­tive (in pri­mis il made in Italy) supe­re­reb­bero la loro fram­men­ta­zione in arti­co­late rela­zioni inter­set­to­riali: vec­chie e nuove atti­vità si inte­gre­reb­bero, costruendo un bacino pro­dut­tivo aperto ai Paesi rivie­ra­schi del Medi­ter­ra­neo, in grado di offrire ciò che occorre ad un loro appro­priato svi­luppo. Inol­tre vi sarebbe una straor­di­na­ria eco­no­mia esterna. Gra­zie al gigan­ti­smo navale e alle cre­scenti eco­no­mie di scala con cui stanno facendo i conti le grandi com­pa­gnie di navi­ga­zione, i porti di Taranto, Gioia Tauro e Cro­tone – in coor­di­na­mento con Genova e Trie­ste – potreb­bero diven­tare il nodo esclu­sivo dei flussi com­mer­ciali tra Oriente e Occi­dente e, quindi, le sedi di nuove rile­vanti atti­vità manifatturiere.

I porti diver­reb­bero luo­ghi appe­ti­bili per le atti­vità indotte dalla movi­men­ta­zione con­tai­ner e per atti­vità cui sia stra­te­gico l’accesso al mare. Si potrebbe creare nei retro­porti un polo spe­cia­liz­zato della mec­ca­nica stru­men­tale pesante. Il Sud avrebbe uno svi­luppo auten­ti­ca­mente auto­nomo gra­zie a tali atti­vità mec­ca­ni­che; non sarebbe più una colonia-mercato per i pro­dotti del Nord Ita­lia e dell’Europa.

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