BURRI E L’UOMO CON IL SIGARO

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Morto a 82 anni il fotografo svizzero della Magnum che è stato anche reporter di attualità: bellissimo lo scatto che ritrae Alberto Giacometti mentre scolpisce con gli occhi chiusi – Burri fotografa per cogliere, non il momento saliente, bensì un attimo minore: tutto il contrario di Cartier Bresson…

Marco Belpoliti per “la Stampa”

Era il gennaio del 1963 all’Avana. René Burri racconta di essere entrato nella stanza con la reporter americana Laura Berguist della rivista Look, invitata a vedere di persona, sul posto, il successo della rivoluzione castrista. La stanza è in penombra. Lui è lì tutto preso da quello che sta facendo, quasi non si occupa di loro. Sta guardando alcune carte. Sono trascorsi pochi mesi dalla crisi missilistica che ha portato il mondo sull’orlo della guerra nucleare. Letizia Berguist, bionda, bella donna, comincia l’intervista. Burri inizia quasi subito a scattare.

Che Guevara ogni tanto si alza dalla sedia ed esce. Torna sempre indossando gli anfibi e quella camicia militare. Fuma il sigaro, senza togliere il sigillo di carta. È un bell’uomo, naturalmente fotogenico. A un tratto porta la mano alla faccia e con un gesto di stanchezza l’appoggia agli occhi e al naso. Posa, sa di essere sotto gli occhi del mondo.

Burri lo capisce. Scatta in rapida successione, senza mai sbagliare un colpo. Fissa anche le mani del capo rivoluzionario mentre scrive: i fogli, la penna, la tazzina di caffè. Dal rullino che consegna a Magnus (classificato: «Story n. 63-1»), il fotografo individua a colpo sicuro l’immagine che più gli interessa e la cerchia di rosso. Sarà inserita nel servizio della rivista in edicola il 9 aprile 1963. È la più famosa fotografia di Che Guevara scattata da vivo.

Nel giro di cinque anni diventerà un manifesto. E pure stampata sulle magliette che si vendono per strada, all’Avana. Nel 1968 questa immagine di un uomo giovane dallo sguardo fiero, con quel gran sigaro tra le labbra, sarà uno degli emblemi della rivolta studentesca. Il fotografo non l’aveva certo previsto: lo scatto è ora un messaggio.

Nato nel 1933, Burri è svizzero; studente di un maestro leggendario, Hans Finsler, alla Scuola di Arti Applicate di Zurigo. Comincia come cineasta: ha una borsa di studio, appena concluso il corso, per girare un film sulla sua stessa scuola. Nel 1955 è Werner Bishof, altro allievo di Finsler, a metterlo in contatto con l’agenzia Magnum, di cui diventerà uno degli autori più noti. Il primo lavoro che lo fa conoscere è un reportage degli Anni 50 dedicato ai bambini sordi, nella tradizione del fotogiornalismo impegnato; pubblicato su Life, gli vale l’ammissione a Magnum. Nel 1962 pubblica un libro di successo, Die Deutschen. Poi ci sono le collaborazioni aDu, a Science et Vie. I viaggi attraverso l’Europa, il Medio Oriente.

È presente in quasi tutti i conflitti degli Anni 60 e 70, diventando reporter di attualità, ma non rinuncia mai a scattare immagini dei suoi amici, degli artisti, in particolare. Bellissimo lo scatto che ritrae Alberto Giacometti mentre scolpisce con gli occhi chiusi, uno svizzero come lui, anche lui allenato al rigore dell’immagine.

Burri ha sempre perseguito uno sguardo austero, privo di fronzoli. Voleva essere sin da subito un «fotografo completo», ha scritto un critico. Se si osservano con attenzione i suoi scatti, si scopre che fotografa come se passasse per caso di lì, nel momento opportuno per cogliere, non il momento saliente, il culmine di un’azione, bensì un attimo minore, meno importante.

Tutto il contrario di Cartier-Bresson. L’attimo in cui Burri guarda in macchina non è mai quello in cui accade qualcosa, anche se nelle sue istantanee accade sempre «qualcosa», all’improvviso, per incanto: nell’interstizio tra un momento e l’altro.
C’è sempre un movimento dentro le sue immagini, anche nelle più statiche. Persino in quella di Che Guevara.

Il rivoluzionario guarda di sottecchi, quasi distratto e insieme concentrato: agisce su di noi. È l’atto di sfida di un maturo adolescente. Per questo è una foto carica di malìa. Negli scatti di Burri c’è sempre una naturalità, quella delle persone e delle cose coinvolte, che lui coglie in modo immediato, quasi senza troppo pensarci su.

Il che è un paradosso, perché, nonostante abbia fotografato tanta gente comune, scene di strada, oppure fatti più noti, come i funerali di Kennedy o l’irresistibile carnevale di Rio, René Burri sarà ricordato per il Che con il sigaro in bocca. A suo modo un gesto naturale, diventato, nonostante lui, o forse proprio grazie a lui, una delle icone del XX secolo.

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