Tangenti agli ex Ds: così il Pd sosteneva il Mose

Marchese, ras della Fondazione e una mazzetta da 500mila €. Quando Nordio indagò Occhetto e D’Alema

Alessandro Da Rold

Dal compagno G al Compagno M. Da Primo Greganti, già coinvolto nella prima Tangentopoli e ora arrestato per le inchieste su Expo 2015, a Giampietro Marchese, consigliere regionale del Partito Democratico in Veneto, nato a Chiarano in provincia di Treviso nel 1957, ultimo esponente democrat finito in carcere per finanziamento illecito ai partiti nella maxi inchiesta sul Mose, il sistema di dighe mobile che dovrebbe salvare Venezia dall’acqua alta ma non ha risparmiato la laguna da uno scandalo per corruzione che potrebbe rappresentare solo la punta di un iceberg capace di travolgere il sistema dei partiti in Italia. In particolare quello rimasto ancora in piedi dopo la prima Tangentopoli del ’92 – nulla a che fare quindi con il nuovo segretario Matteo Renzi tengono a ribadire gli spifferi dei palazzi della politica – perché di riffa o di riffa la maggior parte degli indagati sono ex Psi (come Lia Sartori o Renato Chisso ora di Forza Italia ndr), ex liberali vicini alla Dc come Giancarlo Galan o ex Pci, come appunto Marchese.

In particolare a finire sotto la graticola sia a Milano sia a Venezia è il mondo ex Ds, con Greganti da un lato e Marchese dall’altro, e questo riporta politicamente a galla nomi del calibro di Pier Luigi Bersani o Piero Fassino. Non è un caso che a dirigere le indagini nella procura di Venezia ci sia Carlo Nordio, magistrato liberale, lontano dalle logiche delle correnti, che già nella prima Tangentopoli, nel 1995, indagò su Achille Occhetto e Massimo D’Alema archiviando poi entrambe le posizioni. In questi anni Nordio ha spesso denunciato «il silenzio sulle tangenti rosse» da parte degli indagati all’inizio degli anni ’90, anche se era stato accertato in giudizio che la Lega delle cooperative finanziava in maniera indiretta sia il Pci sia il Pds. Non fu provata però la responsabilità dei vertici del partito comunista.

Ora, dopo il Compagno G, l’arresto di Marchese riporta i vecchi Ds nell’incubo delle inchieste. Il Pd del Veneto, e allo stesso tempo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti, hanno cercato di difendersi dalle accuse, sostenendo che l’ormai ex sindaco Orsoni non è iscritto al Pd e che Marchese si è autosospeso nel 2013. Peccato che Marco Stradiotto, segretario dei democrat di Venezia abbia invece detto di non volersi nascondere «dietro un dito». E la scelta appare azzeccata, perché a parte Orsoni, che non è iscritto al Pd ma è stato sin dall’inizio appoggiato dai democratici nella conquista della città, il vero problema riguarda Marchese. Il consigliere regionale del Pd non è un personaggio qualsiasi. Fino allo scorso anno, quando le indagini sul Mose iniziarono a entrare nel vivo, era il responsabile organizzativo del partito. Fu lui a organizzare le primarie dove vinse Bersani contro Renzi.

Tra le calli c’è chi ancora adesso lo definisce «il tesoriere», l’uomo della Fondazione Rinascita, una delle 57 addette alla gestione del patrimonio immobiliare del vecchio Pci valutato intorno al mezzo miliardo di euro, custodito anche dall’ex tesoriere Ugo Sposetti. Fondazioni che sono comparse a più riprese in questi anni durante le inchieste che hanno toccato il Pd, tra cui anche quella sull’ex presidente della provincia di Milano Filippo Penati. Marchese è stato per molti anni il punto di riferimento della galassia ex Ds in laguna. E il dato emerge chiaramente nelle carte dell’ordinanza di custodia cautelare che lo ha portato in carcere: i magistrati hanno messo in fila tutti gli interrogatori di questo ultimo anno, compreso quello di Carlo Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova concessionaria per il Mose, costituito nel 1982, addetta all’appalto per la realizzazione delle paratie mobili che dovranno proteggere la città dalle maree.

Mazzacurati, il “capo supremo” delle mazzette

Per capire chi è Mazzacurati basti pensare che tra i bacari di Venezia c’è chi lo paragona ancora adesso a Gaetano Caltagirone, uno che ti prendeva sotto braccio per dirti «A Frà, che te serve?». Sarà anche per questo che nei verbali della procura veneziana Marchese definisce Mazzacurati il Capo Supremo, quello che secondo l’accusa pagava i politici per ottenere appalti. E il numero uno della Cvn ha confermato durante l’interrogatorio di aver consegnato complessivamente a Marchese circa 500mila euro dal 2005 al 2013. Il motivo sta tutto nel ruolo ricoperto da Marchese nel partito. Perché nel 2005 il Compagno M. divenne consigliere regionale, ma era anche un uomo macchina dell’Ulivo: poi sarebbe diventato dirigente organizzativo dell’esecutivo regionale del vecchio Pd del Veneto nonché membro della direzione provinciale del Pd di Venezia. Per questo motivo Mazzacurati lo avvicina. E Pio Savioli, consigliere della Cvn, anche lui finito indagato, ha confermato negli interrogatori che altri versamenti trimestrali da 15mila euro ogni 3-4 mesi sarebbe partiti nel 2009, quando Marchese diventò vicepresidente del Consiglio regionale. Nel frattempo era pure responsabile della Rinascita Srl, società di gestione immobiliare già interamente detenuta dalla Federazione Provinciale di Venezia dei Democratici di Sinistra, e poi detenuta per l’intero capitale sociale ,dal 2009, da Fondazione Rinascita 2007».

Soldi anche nel 2013 per convincere il Pd sul Mose

Mazzacurati durante l’interrogatorio ha detto che i versamenti sono continuati fino al 2013, anno in cui, scrivono i magistrati, «Marchese è ritornato pure in consiglio regionale Veneto». E secondo gli inquirenti i soldi al consigliere del Pd sarebbero serviti da un lato a tenere a bada «la sinistra del Pd» da sempre contraria al progetto, dall’altro a garantire nelle istituzioni i progetti del Consorzio Nuova Venezia. Nell’interrogatorio del 31 luglio del 2013, Mazzacurati è molto preciso.
Domanda: Quindi lei l’ha conosciuto nel 2005 o prima ancora?
Risposta: No. l’ho conosciuto…è più preciso questo adesso.
D: Quindi in quel periodo che veste aveva? Era consigliere regionale il Marchese quando lei lo conosce?
R: Quando io lo conosco non so bene se era consigliere regionale. Era un funzionario della sinistra, che aveva questo compito, diciamo, quando c’erano i periodi delle elezioni, delle consultazioni elettorali, di reperire fondi per…Ecco, questo era…».
È invece Piergiorgio Baita, il top manager della azienda di costruzioni Mantovani, a confermare che Marchese, con il suo gruppo, «era a favore dell’approvazione del Mose».

La posizione del Partito Democratico sul Mose

Nell’interrogatorio di Salvioli, l’indagato è ancora più preciso nello spiegare la posizione dei democratici sul sistema di dighe mobili in laguna
Domanda del pm: Il Pd che posizione ha avuto sul Mose?
Risposta: Il Pd ha avuto posizioni molto altalenanti rispetto al Mose. Diciamo che c’era un gruppo della Venezia storica, Vianello per esempio, lo stesso De Piccoli mi pare, che erano abbastanza critici del Consorzio Venezia Nuova. Mentre un gruppo che è partito proprio da quello che è morto (Walter Vanni ndr), lo stesso Marchese, Tiozzo, i chioggiotti hanno sempre avuto una posizione favorevole, erano moderatamente favorevoli o comunque decise che l’operazione andasse avanti.
D: Marchese che posizione aveva?
R:: Favorevole al Mose
Domanda: Marchese conosceva Mazzacurati?
Risposta: Sono andati insieme a pranzo

I soldi per le campagne elettorali del Pd

In un’intercettazione tra Marchese e Mazzacurati del 19 maggio del 2011, i due parlano pure delle vecchie campagne elettorali e ci sono le richieste a intercedere su Mazzacurati per aiutare un suo finanziatore.

Marchese: Quando è che lo vedi tu di nuovo l’uomo (Mazzacurati ndr)
Savioli: Lo dovevo vedere lunedì e invece lo vedo martedì che c’è il direttivo
M: «Dovresti ricordargli che glielo chiesto almeno un milione di lavoro per quello, per l’elettricista»
S: «Chi è?»
M: «Ehm… Cislon Francesco questo è il nome del proprietario. Tu digli che dentro l’Arsenale mi trovi una milionata di lavoro indiretta…Devo dargli una mano a questo che solo nel 2005 nelle campagne elettorali provinciali, regionali e politiche mi ha sempre dato venticinquemila euro al colpo. Adesso questo è in difficoltà e non è che io a questo posso pisciargli addosso…».

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