ANNAMARIA RIVERA – Il ritorno delle “classi pericolose”

La fase attuale è marcata non solo da disoccupazione, precarietà e impoverimento di massa, dalla durezza dell’attacco al salario e alle condizioni di lavoro, dalle privatizzazioni e dalla drastica riduzione degli spazi di democrazia. Ma anche dalla tendenza a tematizzare la questione sociale secondo un lessico e una strategia punitivi. Chiunque rivendichi attivamente il diritto a una vita dignitosa o solo provi a ritagliarsi spazi di sopravvivenza, ai margini della legalità formalisticamente intesa, è un nemico sociale in potenza.

Sembra quasi che siano di ritorno le ottocentesche “classi pericolose”, a rinnovare la tradizione borghese del razzismo di Stato e della paura dei poveri e dei marginali. Oggi, in Italia, a essere trattati come tali sono prevalentemente senzatetto, immigrati, occupanti di case, “accattoni molesti o petulanti”, formula spesso usata come sinonimo di “zingari” o “nomadi”. Allorché vacilla lo Stato sociale e l’area della povertà si allarga a dismisura, perfino a settori di classi medie, prevalgono il discorso sicuritario, il controllo sociale e l’ordine pubblico: per simulare autorevolezza agli occhi dei cittadini, conquistarne il consenso elettorale, soprattutto occultare l’incapacità di presa sulle grandi decisioni riguardanti la finanza e l’economia.

Torna in auge ciò che Luigi Ferrajoli ha definito sottosistema penale di polizia: le garanzie individuali dello stato di diritto non vigono più per marginali, stranieri e altre categorie stigmatizzate, in primis gli “oziosi e vagabondi”, per usare un lessico d’antan. Per cui, anziché colpire l’infrazione di una norma o la lesione di un bene giuridico, si sanzionano stili di vita, disoccupazione, mancanza di alloggio, in definitiva disagio sociale e povertà.

Insomma, sembra d’essere tornati al tempo in cui Marx analizzava il pauperismo come base per la composizione di un vasto esercito industriale di riserva. Solo che ora la massa – destinata ad estendersi – di disoccupati, marginali, impoveriti, precarizzati non ha più la minima speranza di trovare lavoro, spesso neppure di accedere a qualche forma d’inserimento o protezione sociali. Resta la società disciplinare, col suo apparato poliziesco e il suo sistema simbolico teso a tematizzare il pauperismo in termini di pericolosità sociale.

Intorno a tutto questo, da un buon numero d’anni si è determinato in Italia un certo consenso tra destra e “sinistra”, ma mai come in questa fase è apparsa così palese la sostanziale identità di vedute.

Un esempio lampante è costituito dal Patto di sicurezza metropolitana stretto dai sindaci di Padova, Venezia e Treviso, contro “accattoni molesti o petulanti”, contro il “racket dell’accattonaggio e per la sicurezza dei cittadini”. Stiamo citando Giovanni Manildo, sindaco di Treviso, avvocato cattolico al quale né la fede né il diritto, ancor meno l’appartenenza al Pd, hanno insegnato a prendersi cura dei cittadini più sfortunati. In modo analogo si esprimono il sindaco di Padova, Guido Rossi, un ex Dp, oggi Pd, e quello di Venezia, Giorgio Orsoni, giurista e del Pd pure lui. Tutti e tre reclamano una banca-dati relativa ai tre comuni “per riconoscere subito i professionisti dell’elemosina” (è l’ex Dp che parla) nonché fogli di via ed espulsioni dal territorio nazionale. Tutto ciò per sconfiggere il pericoloso esercito di “accattoni abituali”, costituito da poche decine di persone, come loro stessi ammettono.

Gentilini e gli altri forcaioli leghisti non sono passati invano. Finora mancano le ronde, ma lo stile è quello, le retoriche del tutto simili, identico lo scopo: additare e colpire il capro espiatorio più facile e in tal modo distrarre l’attenzione dei cittadini dalla drammaticità della questione sociale e dall’inconsistenza dell’operato delle loro amministrazioni, che in due casi, Treviso e Padova, includono anche Sel.

La stessa finalità può intravvedersi dietro il proliferare d’iniziative sicuritarie in altre città italiane. Prendiamo Firenze, che non è nuova a tal genere d’imprese: ricordate l’accanita campagna del 2007 contro il “racket dei lavavetri”, orchestrata dall’assessore-sceriffo della giunta Domenici, tal Graziano Cioni? In realtà, fino al “nostro” Renzi, Firenze incarna quella cultura “che ha lasciato agli immobiliaristi il compito di ridisegnare le città, e poi è rimasta succube della risposta autoritaria alla domanda di sicurezza scaturita dalla disgregazione sociale” (Lorenzo Guadagnucci, Lavavetri, 2009).

Ed ecco che oggi, per non essere da meno, anch’essa si dota di una task force, questa volta per fare pulizia etnica nella stazione di Santa Maria Novella: controlli serrati ai danni di “accattoni, abusivi e senzatetto” e fogli di via per persone ree di manifesta povertà. Quale reato configura, infatti, aiutare viaggiatori maldestri alle prese con le biglietterie automatiche od offrirsi di trasportare i loro bagagli in cambio di una mancia? “Sono tutti cittadini comunitari che non sempre commettono reati e dunque possiamo solo multarli e allontanarli”, si lamenta un agente della polizia ferroviaria, citato il 5 febbraio da Luca Serranò in un articoletto della Repubblica di squisito taglio sicuritario.

Non è da meno la giunta milanese, anch’essa comprendente Sel, che s’illustra per gli sgomberi d’insediamenti rom e la recente trovata di sbarrare con cancelli la strada che conduce alla “ricicleria” comunale. Scopo dichiarato è impedire ai rom di attendere le auto di chi porta a smaltire i rifiuti, per procurarsi oggetti da riciclare e vendere. Mentre si parla di decrescita e di obsolescenza programmata delle merci, si finge d’ignorare che l’attività di recupero e riutilizzo dei rifiuti svolta dai rom configura “una pratica virtuosa” e “oggettivamente ambientalista”, per citare Aleramo Virgili, vice-presidente della Rete nazionale operatori dell’usato.

Quanto alla Capitale, non si può dire che la giunta Marino si distingua per netta inversione di tendenza. Di recente Amnesty International è tornata a denunciare la sostanziale perpetuazione del famigerato Piano nomadi, la politica degli sgomberi forzati dei campi detti abusivi, la segregazione etnica in insediamenti privi del minimo comfort, l’esclusione dei rom dall’edilizia residenziale pubblica, la repressione di attività informali come i mercatini dell’usato, spesso unica fonte di reddito. Se si aggiungono le iniziative repressive ad opera di polizia e magistratura – gli sgomberi di decine di occupazioni e le misure cautelari inflitte ad attivisti/e del movimento per il diritto all’abitare –, si può avere un’idea di quale sia a Roma l’offensiva contro le “classi pericolose”.

A sancire questa tendenza, un’iniziativa governativa recente: il cosiddetto Piano casa, approvato dal consiglio dei ministri, in forma di decreto, il 12 marzo scorso. Quest’insieme di misure, presentate come la soluzione alla questione abitativa, contiene un articolo perfido, il 5, che stabilisce l’assoluto divieto, anche retroattivo, di concedere residenze e allacci delle utenze agli occupanti abusivi. Il che interdice di accedere al servizio sanitario nazionale, d’iscrivere i figli a scuola, di esercitare il diritto di voto e così via. Il primo ad applicarlo è stato il Comune di Parma, governata da un sindaco e una giunta a 5 Stelle, che s’erano presentati come nemici della speculazione edilizia e strenui difensori dei più deboli.

A ben riflettere, i nostri fautori della società disciplinare danno prova di autolesionismo e sconsideratezza, poiché reprimono non già forme di sovversione, ma di mutualismo e di welfare autogestito, in fondo. Quelle che impediscono che la disperazione sociale esploda in conflitti violenti e generalizzati o in suicidi di massa alla Jonestown.

 

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