IL LENTO DECLINO DELLO “SCERIFFO ROSSO” – VINCENZO DE LUCA GOVERNA SALERNO DA VENTUNO ANNI IL COMUNE ORA RISCHIA IL DISSESTO

di Emiliano Fittipaldi

A Salerno il giorno più importante dell’anno è quello della processione di San Matteo. Per motivi sacri e profani. Se la Chiesa e i salernitani hanno fatto dell’apostolo di Cristo il patrono della città (il 21 settembre la statua in bronzo dell’evangelista viene portata in trionfo tra i vicoli festanti), per i politici la sfilata serve a misurare gli umori della folla. Attraverso l’«applausometro», che indica assai meglio di un sondaggio se gli elettori vogliono ancora bene al sindaco oppure no. Ebbene anche quest’anno Vincenzo De Luca è stato mattatore assoluto: in alcune piazze il suo passaggio è stato più acclamato di quello del Santo.

La gara di osanna tra don Vincenzo e San Matteo si ripete da ventun anni. Per la precisione dal 1993, anno in cui De Luca, ex comunista e vicesindaco della città durante il regno dei socialisti di Carmelo Conte e Vincenzo Giordano, indossò per la prima volta la fascia tricolore.

In oltre due decadi a Roma sono cambiati dodici governi e si sono succeduti otto diversi presidenti del Consiglio, ma lui – unico caso in Italia, forse in Europa – è ancora lì, al comando della sua Salerno. Che s’è trasformata, oltre in un modello di buona amministrazione meridionale, in un feudo inespugnabile. Dove De Luca comanda come novello Granduca, signore assoluto che decide – nonostante inchieste giudiziarie, scandali e polemiche a go-go – il destino della città e dei suoi abitanti.

PEGGIO DI LAURO
Passeggiando sul lungomare rifatto a lustro e visitando i quartieri popolari Europa, Italia e Sant’Eustachio, si capisce subito che lo amano in tanti. Dai dipendenti delle municipalizzate assunti a centinaia (tra loro anche ex parcheggiatori abusivi promossi ausiliari del traffico) ai commercianti che hanno fatto i soldi con il boom della movida notturna, dai proprietari di case (i valori immobiliari sono schizzati alle stelle grazie alla riqualificazione del centro storico) alle storiche famiglie di costruttori come gli Ilardi, i Rainone (che hanno investito 60 milioni nel palazzo Crescent), i Gallozzi (hanno realizzato un porto turistico da mille posti barca) e i Postiglione.

La vicenda di De Luca, però, non può essere racchiusa all’interno dei confini cittadini. Guglielmo Vaccaro è uno dei deputati democrat più vicini a Enrico Letta (negli anni Novanta fu pure consulente di De Luca ai fondi europei), e da dieci giorni ha “occupato” la sede del Pd di Salerno per protestare contro presunti brogli alle primarie per la segreteria regionale. «Grazie all’enorme pacchetto di voti che Vincenzo può controllare», ragiona Vaccaro, «lui governa non solo la città, ma influisce sul Pd campano e, di riflesso, sulla direzione nazionale del partito. È un mammasantissima, peggio di Lauro».

Anche Matteo Renzi, invece di scomunicarlo per la vicenda del doppio incarico da sindaco e viceministro alle Infrastrutture (ritenuti poi incompatibili dal tribunale) ha preferito chiedergli una mano. Il sostegno di don Vincenzo qui fa la differenza tra la vittoria e la sconfitta: nelle primarie dello scorso novembre Renzi ha preso un mostruoso 97,1 per cento tra gli iscritti, e qualche giorno fa la sua candidata alla segreteria regionale, Assunta Tartaglione, ha superato il 68 per cento delle preferenze. Vaccaro, battuto seccamente, è sgomento: «Ho fatto denuncia ai pm: il Pd di Salerno è malato di broglite acuta. Ci sono paesi dove ha votato, calcolatrice alla mano, un elettore ogni 27 secondi».

De Luca non è voluto entrare nel merito delle accuse, spiegando che a lui «il cabaret non interessa». Arrogante, ironico e irascibile, ex funzionario del Partito comunista da sempre in rapporti eccellenti con Massimo D’Alema (che ora parla di lui come di un traditore), si è laureato in filosofia e s’è buttato presto in politica, guidando per più di dieci anni la federazione cittadina del Pci. Nel 1991 diventa vicesindaco di Giordano (poi ingiustamente arrestato durante Tangentopoli) e conquista il potere due anni dopo.

«Dai socialisti», spiega a “l’Espresso” lo scrittore Isaia Sales, «De Luca ha ereditato il disegno urbanistico della città, che nelle intenzioni dei craxiani doveva trasformarsi da centro industriale in città turistica e commerciale, attraverso la riqualificazione e pedonalizzazione del waterfront e del centro storico».

Se alcune opere sono ancora incompiute, come il Palazzetto dello Sport, la stazione marittima di Zaha Hadid, la Cittadella Giudiziaria (e la nuova metro, costata 38 milioni, per ora passa in media ogni 40 minuti), secondo Mauro Maccaro, presidente di Confindustria Salerno, l’operazione è in larga parte riuscita: «La città rispetto a vent’anni fa è più accogliente, più attrattiva, più sicura, la sua immagine è cambiata. Sarebbe da bugiardi non ammetterlo».

La strategia guappo-leghista può far storcere il naso ai radical-chic, ma nel golfo funziona ancora alla grande. Il feudatario, forte del consenso plebiscitario (a gennaio 2014 era terzo tra i sindaci più amati d’Italia) ha inghiottito tutto, anche la moscia opposizione di Forza Italia, e può gestire il Palazzo come più gli piace. Insieme a un pugno di fedelissimi che controllano tutti i gangli del potere, dal comune alle società partecipate, dal Pd agli appalti pubblici.

Quartier generale delle decisioni è l’ufficio del sindaco: a casa sua, un modesto appartamento a via Giovanni Lanzalone, De Luca non riceve mai. Il Granduca ha pochi amici, è separato dalla moglie, e non ama fare vita sociale. Sotto il palazzo dove vive gli unici segni del potere si riducono alle cinque telecamere che controllano chiunque passi di lì.

La rete deluchiana è capillare e ramificata, conta centinaia di adepti, ma gli uomini chiave si contano sulle dita di una mano. L’avvocato Fulvio Bonavitacola, già consigliere comunale, assessore, vicesindaco e presidente dell’autorità portuale, oggi è deputato, ed è la longa manus del sindaco a Montecitorio.

Mariano Mucio, ex sindacalista della Cisl, è l’uomo ombra di Vincenzo, che l’ha piazzato in ruoli importanti nelle municipalizzate: presidente e amministratore delegato di Salerno Sistemi dal 2001 al 2012 (ha lasciato in bilancio un buco da qualche milioncino), è passato nel cda del Consorzio trasporto pubblico locale e ora è in quello della Centrale del Latte.

Altra pedina fondamentale è Francesco “Ciccio” D’Acunto, anche lui ex sindacalista. Passato da una nomina all’altra, è pure presidente dell’associazione Campania Libera, lista elettorale che appoggiò De Luca nella sfortunata battaglia per le regionali 2010. L’anno scorso l’associazione è finita nel mirino dei magistrati, per presunte opacità nella gestione dei finanziamenti pubblici ricevuti.

Chiudono il cerchio magico la segretaria storica del Granduca, Filomena Arcieri, messa prima alla direzione del consorzio rifiuti (è stata da poco rinviata a giudizio con varie accuse) e poi a capo di Salerno Solidale; e Felice Marotta, un ex giardiniere diventato amministrativo nel 1965 che De Luca ha promosso prima vicesegretario poi direttore generale. Costretto alle dimissioni dopo che la Corte dei Conti ha considerato irregolare la sua nomina per «mancanza di requisiti» (e comminando una multa al Comune da oltre 900 mila euro), Vincenzo l’ha tenuto comunque al suo fianco come “coordinatore per la realizzazione del programma di mandato”.

Nessuno dei luogotenenti, però, è preso in considerazione dal Granduca come legittimo erede al trono. Nel 2016, alla scadenza del quarto mandato, il sindaco non potrà più candidarsi e probabilmente toccherà a Bonavitacola fare le sue veci per un po’. Come Putin con Medvedev. In città molti credono che – appena cresciuti un po’ – toccherà ai figli continuare l’epopea del padre.

Per ora l’esuberante avvocato Piero, organizzatore di festini leggendari al nuovo Polo Nautico costruito dagli Ilardi e amico di molti legali che lavorano con consulenze nelle partecipate, è stato eletto in quota renziana all’assemblea nazionale del Pd. La sua ascesa politica è stata rallentata dall’ennesima indagine della magistratura: secondo Giuseppe Amato jr, indagato per il fallimento dell’omonimo pastificio, Piero – che è indagato per corruzione insieme al papà – sarebbe addirittura socio occulto di una società che ha vinto appalti pubblici a Salerno.

Sul proscenio politico si sta facendo largo anche il secondogenito Roberto, assegnista di ricerca in marketing e comunicazione. Anche lui è diventato dirigente del Pd, chiamato dal segretario provinciale Nicola Landolfi, altro deluchiano di ferro. Già: il dominio ormai ventennale sulla federazione del partito è un’altra chiave di volta per spiegare la supremazia assoluta del Granduca. Che, come spiega l’ex sindaco Mario De Biase, «è abituato a decapitare chiunque osi criticarlo o provi a farlo ragionare. Anch’io sono stato fatto fuori. I suoi fedelissimi? Sono solo utili idioti, niente di più. Qui il Pd non è più un partito, ma un’associazione. Se a delinquere o meno, toccherà ai giudici deciderlo».

TRA MOVIDA E CRAC
Il signore e i suoi valvassori hanno ottenuto consensi stellari anche attraverso il boom delle partecipate: tra società controllate direttamente e indirettamente il Comune di Salerno ne ha in pancia ben 43. «Ci lavorano migliaia di dipendenti, e si tratta di voti sicuri. Quelli loro e delle loro famiglie. Ovviamente tutti legittimi», spiega il presidente dell’aeroporto di Salerno, Antonio Fasolino, area Psi.

«A questi vanno aggiunti i lavoratori dell’indotto, e ovviamente i consulenti, soprattutto avvocati, architetti e ingegneri. Non comprendo perché il sindaco non utilizzi queste intelligenze per sostenere l’aeroporto di Pontecagnano invece di spendersi per Grazianise. Che è a Caserta!».

L’esplosione delle partecipate, secondo Enzo Carrella, commercialista ed ex consulente di De Luca, ha portato clientele ma messo a rischio le casse del Comune: «L’ente è sull’orlo del dissesto finanziario. Abbiamo finanziato troppe opere megalomani, e andiamo avanti grazie a una contabilità che definire “creativa” è eufemistico.

A dicembre 2013 sono stati già anticipati oltre 180 milioni per le spese dei primi 4 mesi del 2014. Senza considerare che sul bilancio sono iscritti debiti del tutto inesigibili, multe risalenti addirittura al 1988. Il crac non è più un’ipotesi, ma è una certezza».

Tra l’ennesima inaugurazione stile Peppone e le feroci polemiche sul Crescent, «capolavoro architettonico» per don Vincenzo e «mostruosità da abbattere» per gli ambientalisti, passando agli scontri sui milioni spesi per la manifestazione “Luci d’artista” e sui piccoli scandali quotidiani (“l’Espresso” ha scoperto che il ragioniere capo del Comune Luigi Della Greca ha assegnato soldi a un’associazione, “Vivere insieme”, di cui lo stesso Della Greca è presidente), Salerno vive alla giornata. Tutti, di certo, sanno che il regno del Granduca sta per finire. Dopo di lui, il diluvio. Ed è meglio non pensarci.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...