La legge truffa e i regali

Non è certo la prima volta che il Parlamento è attraversato da tensioni visibilmente al di sopra della dialettica un po’ ingessata tipica di Montecitorio e Palazzo Madama.

La domenica delle Palme del 1953, per esempio, in occasione dell’approvazione della cosiddetta “Legge Truffa”, “nel corso di una seduta di cui non fu mai approvato il verbale, la scazzottata durò la bellezza di 35 minuti. Il presidente dell’assemblea, il povero Meuccio Ruini, peraltro subentrato dopo le dimissioni dello spaventatissimo Paratore, fu centrato da un pesante calamaio in testa e prima di cedere ebbe il tempo di esclamare: «Viva l’Italia!». Ma la furia fu tale che vennero brandite le sedie degli stenografi, sradicate e poi lanciate le tavolette dei banchi, così come le aste dei microfoni usate a mo’ di lance” (da un recente articolo di Filippo Ceccarelli). Il fatto è che mentre i parlamentari del PCI trasformavano l’aula del Senato in un ring di boxe, nel Paese uno sciopero generale, cortei e iniziative di tutti i tipi dispiegavano un conflitto ben più vasto che aveva trovato in quella proposta di legge l’ennesima occasione di espressione.

Oggi invece sembra che il “Palazzo”, la “zona rossa”, si siano magicamente trasformati nel Paese reale, che oggi tutto succeda lì, che lì e soltanto lì vi sia un’incredibile concentrazione di fatti salienti, colpi di scena, cambiamenti mirabolanti. Almeno, questo è quello che ci vuole far credere la retorica della quale sono impregnati i media mainstream, come se fuori non ci fossero l’Electrolux, il Cie di Ponte Galeria, la Fiat che sposta la propria sede fiscale all’estero, la disoccupazione giovanile alle stelle etc.

Forse bisognerebbe provare a rompere l’incantesimo ricominciando dalle basi: costruire e organizzare il conflitto, decostruire la retorica della governabilità, evoluzione qualitativa del mantra della stabilità: da un equilibrio statico a un equilibrio dinamico di gattopardiana memoria. Una retorica che, soprattutto negli ultimi mesi, è stata utilizzata nel tentativo di congelare tutto.

L’unica governabilità, quella vera, non c’entra con le forme della legge elettorale, con tagliole e ghigliottine varie: è la capacità di mediare i conflitti, di rappresentarli al meglio e di dare risposte ai problemi reali, di ricostruire il rapporto tra ciò che si muove nella società e la politica, uscendo dalla mera rappresentazione per (ri)costruire una vera rappresentanza.

Tutto il resto, ciò che per intendersi si colloca tra la sottomissione alla logica della governabilità tout court – a scapito di rappresentatività e riconoscimento dei conflitti più o meno carsici che attraversano il Paese – e l’aspettativa salvifica nei confronti dei gesti simbolici di qualche parlamentare, non è parte della soluzione, ma parte del problema.

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