UNA LEGGENDA CHE LOTTAVA PER I DIRITTI DEI LAVORATORI PETE SEEGER

Aveva 94 anni, una vita spesa in difesa dei diritti civili e dei diseredati, finì sotto processo durante il maccartismo. La sua musica ha influenzato generazioni di artisti, Bruce Springsteen gli ha dedicato un intero album Bandwidth limit exceeded. La notizia della morte di Pete Seeger si è diffusa in Rete da qualche ora e il sito dell’ultimo padre fondatore della canzone folk americana è temporaneamente inaccessibile per troppe richieste d’accesso. Un’uscita di scena roboante, come capita raramente a un 94enne, a riprova dell’influenza profonda che l’opera di Seeger continuava ad avere anche sulle generazioni nate dopo gli Anni Settanta, quando il suo lavoro di riscoperta del patrimonio “archeologico” della tradizione popolare divenne fonte d’ispirazione per le nuove leve della canzone di protesta. Di Seeger affascinava allora la figura dell’artista militante, sempre a fianco delle lotte dei lavoratori e dei sindacati. Più recentemente è stato rivalutato per quello che resta il suo contributo più importante, la rielaborazione dei temi della cultura americana degli Anni Trenta e Quaranta in una chiave nuova, potabile per il pubblico che si avvicinava alla folk song attraverso la mediazione del pop, del rock’n’roll e dei juke box. Era forse il filologo più attento che il folk abbia mai conosciuto: figlio di musicologi (era nato nel 1919 a New York da una famiglia di lunghissima genealogia americana, ripercorribile sino al Settecento), allievo della Juilliard School of Music, assistente di Alan Lomax, lo studioso che con le sue registrazioni sul campo contribuì in maniera decisiva a costruire l’Archive of American Folk Song, Peter cominciò a suonare con gli Almanac Singers negli stessi anni in cui Woody Guthrie antologizzava le canzoni di protesta. Ma in Seeger il musicista e l’arrangiatore avrebbero avuto più spazio che in Guthrie. Non a caso Woody finì per influenzare Dylan e Phil Ochs, mentre la lezione di Pete marchiò a fuoco la fantasia di Bruce Springsteen, che nel 2006 gli ha dedicato con le “Seeger Sessions” un album interamente arrangiato per una band bluegrass. E a ricostruire la sterminata discografia di Seeger è stato in primis Jim Capaldi, ex batterista dei Traffic di Steve Winwood, prematuramente scomparso nel 2005, aprendo con proprie risorse anche il web site che in queste ore è andato in loop. Certo, di lui si ricorderanno i duri contrasti con il senatore Mc Charty, l’ostracismo delle televisioni allorché era sospettato di comunismo, l’opposizione alla Guerra in Vietnam, la fama di “We Shall Overcome” e “Guantamera”, le incisioni pioneristiche del 1940 per la Folkways, da “Songs for John Doe” a “Talking Union”. Ma per capirne sino in fondo la popolarità bisogna ricordare che quando nel 1948 mise assieme il quartetto vocale dei Weavers portò un vecchio blues in 3/4 di Leadbelly, “Good night Irene”, anche grazie all’arrangiamento di Gordon Jerkins, a vendere due milioni di dischi. Erano anni duri per la sinistra americana, che aveva dovuto incassare la sconfitta di Henry Agard Wallace, il progressista che era stato vice presidente con Roosvelt e aveva osteggiato duramente la politica estera di Truman. Tutto l’entourage di Seeger, a partire da Lomax, si era impegnato direttamente nella campagna elettorale, riportando una sonora sconfitta. Nei quattro anni che precedettero la loro messa al bando nel quadro della caccia alla streghe maccartista, i Weavers diventarono un eccezionale fenomeno di massa, anche grazie alla cantante Ronnie Gilbert e alla capacità di prendere strade imprevedibili, come quando, con lo scetticismo di molti, furono ingaggiati dal Village Vanguard e seppero fronteggiare l’audience ultra-esigente del più autorevole jazz club d’America, riportando un clamoroso successo. Il pubblico che accorreva al 178 di Seventh Avenue South si ritrovò a cantare in piedi e battere le mani. Qualcuno parlò di profanazione, ma la strada era aperta, esattamente come avvenne quando i “tessitori” pubblicarono un album di carol, che spaventò Mc Carthy più di cento comizi, perché voleva dire avere i comunisti sul grammofono la mattina di Natale in tutte le case americane. “I have sung in hobo jungles, and I have sung for the Rockfellers and I am proud that I have never refused to sing for anybody”. Ho cantato per i diseredati e per i miliardari, e sono orgoglioso di non essermi mai rifiutato di cantare. In fondo Pete Seeger è tutto qui, nelle parole pronunciate davanti all’House Committe on Un-American Activities, che lo accusava di essere “l’usignolo di Stalin”. Era l’8 agosto 1955. Ne ricavò una condanna a un anno di prigione (ma il verdetto fu ribaltato nel 1962) e l’allontanamento dal piccolo schermo sino alla fine degli Anni Sessanta. Da quelle parole cominciò di fatto per lui un nuovo percorso, stavolta come solista, con nuove canzoni (da “If I had a hammer” a “Turn, turn, turn”, trasformata in una parabola neopsichedelica dai Byrds) e nuovi sermoni. Rimase leggendario quello tenuto nel settembre del 1967 davanti alle telecamere della CBS durante il popolarissimo Tv show The Smothers Brothers Comedy Hour, in cui prima attaccò durissimamente la decisione del presidente Lyndon Johnson di continuare la guerra in Vietnam, per poi cantare “Waist deep in the Big Muddy”, storia di un capitano che annega dopo aver ordinato al proprio plotone di attraversare un fiume della Louisiana durante un’esercitazione, metafora dell’insensatezza scellerata delle strategie militari. Anche quella volta fu censurato, la trasmissione fu bloccata per mesi e la CBS si decise a riprogrammarla dietro le pressioni della comunità intellettuale che era ospite fissa dello show solo il 25 febbraio 1968. Etnomusicologo, agitatore delle masse, hit maker, Seeger ha lasciato anche un manuale di banjo. E a chi gli ricordava che Woody Guthrie diceva della sua chitarra “questa macchina uccide i fascisti”, rispondeva che il suo vecchio banjo era capace di “circondare l’odio e costringerlo alla resa”.

Qui sotto Seeger, John Mellencamp, Neil Young, Willie Nelson e Dave Matthews l’anno scorso a Farm Aid, concerto per i contadini d’America e poi Bruce Springsteen che canta Pay my money down, sempre con il Boss This land is your land

Andrea Dusio

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