Perché possiamo dirci gramsciani

di Pierfranco Pellizzetti

«Sono tuttora convinto che sia una follia

presentare Gramsci come un pensatore della

stessa levatura o addirittura superiore a Marx

o Lenin. Nella sua opera non vi è nessuna chiave

d’oro teorica che possa offrire la soluzione

alle nostre attuali difficoltà»[1]

Lucio Colletti

«Di speciale in Ford c’è la sua visione, il suo

esplicito riconoscimento che produzione in

serie significasse… un nuovo tipo di società

razionalizzata, modernista e populista.

Antonio Gramsci, che languiva nelle prigioni

di Mussolini circa vent’anni più tardi, colse

esattamente quell’implicazione»[2]

David Harvey

Forse incuriosirà (o magari divertirà) Angelo d’Orsi scoprire che pure l’insospettabile Manuel Castells è un po’ gramsciano. A sua insaputa…

Giorni fa discutevo di indignazione in un workshop parigino con il massimo teorico dell’Informazionalismo, sostenendo la tesi che le odierne insorgenze protestatarie contro la finanziarizzazione del mondo (“Indignados”, “Occupy W.S.”) – da Puerta del Sol a Zuccotti Park – restavano purtroppo semplice retorica ininfluente, in quanto ai margini rispetto ai luoghi centrali di riproduzione della ricchezza e del potere. Al che Manuel mi replicava con fervore, ribadendo la sua tesi che i processi centrali avvengono nella sfera comunicativa; e dunque «la battaglia finale per il cambiamento sociale verrà decisa nella testa delle persone, e in questo senso i movimenti sociali hanno compiuto ottimi progressi a livello internazionale»[3].

Insomma, la rivoluzione come processo di trasformazione molecolare a dimensione sopranazionale. Una tesi perfettamente in linea con la lezione di Antonio Gramsci.

Sicché il nuovo saggio di d’Orsi (Gramsciana – saggi su Antonio Gramsci, Mucchi Editore, Modena 2014) è un atto di omaggio a un pensatore drammaticamente postumo, che diventa attuale anche grazie all’originalità della propria riflessione solitaria (compreso il decennale isolamento, determinato dalle ben note vicende carcerarie; che – tuttavia – non raggiunsero l’esplicito intento di Mussolini: “impedire a quel cervello di funzionare”). Difatti – osserva l’autore di Gramsciana – a differenza di tanti altri studiosi marxisti, il Nostro «non resta sotto le macerie del muro di Berlino». Ossia non rimane impigliato nel crollo del “socialismo reale”; anche perché fin dall’inizio ne era stato critico in sospetto di apostasia (e comunque attestato su una fieramente ribadita “diversità”) riguardo all’assunto teorico staliniano del “socialismo in un solo paese”.

Un’originalità che parte dall’angolo visuale con cui si analizzano i problemi del mutamento sociale della propria epoca: il fallimento della rivoluzione proletaria a Occidente, dove le dinamiche della trasformazione più radicale vengono attivate dal suo inconciliabile antagonista, il Capitalismo. Dunque, “rivoluzione passiva”, come creazione di una società di massa attraverso la produzione di massa: il Fordismo.

Non se ne abbia a male d’Orsi se si conviene con l’antica sentenza di Colletti sull’assenza nella lezione gramsciana di “chiavi d’oro”, in grado di aprire la scatola nera; laddove sono tracciate le derive epocali del cambiamento.

Se il grande libro ottocentesco sull’essenza del proprio tempo lo vergarono Carlo Marx (la priorità assegnata alle dinamiche dei rapporti di produzione) e – probabilmente – Alexis de Tocqueville (la priorità letta nell’inarrestabile spinta democratica), non è Antonio Gramsci a scrivere il grande libro del Novecento. Forse “La Teoria Generale” di John Maynard Keynes o – magari – i manuali di Friederick Winslow Taylor (massì!).

Eppure, se non ci fornisce la famosa chiave d’oro che – come dice il poeta – “mondi possa aprirti”, Gramsci ci indica certamente il bandolo per dipanare la matassa aggrovigliata in cui è avvolto il mistero della complessità. Con uno straordinario “effetto di attualità”. E – a parere dello scrivente – l’intuizione più fertile è quella che coglie il fondamento di ogni politica in grado di ribaltare i rapporti di forza vigenti nell’aggregazione di vaste alleanze sociali. “Blocco storico” – lo chiamava – prefigurando un lavoro politico volto a coalizionare, nell’Italia di inizio secolo scorso, le masse operaie con quelle contadine. Un’impostazione – l’analisi della composizione sociale al servizio di strategie – che resta di assoluta e vibrante attualità. Il dramma – semmai – è che la Sinistra nazionale (e non solo) ha dimenticato il maestro dei Quaderni dal Carcere per inseguire pensieri impalpabili ma suggestivamente di moda alla Guy Debord; si è fatta velleitariamente postmoderna: l’illusione che nella presunta società dello spettacolo la via del successo stia nel cosiddetto “politainment” (la “democrazia del pubblico” alla Bernard Manin, in cui la politica regredisce a set di un reality dove i cittadini, ridotti a spettatori, possono limitarsi all’applauso del leader simil carismatico[4]); che la relazione sociale sia ormai circoscritta al consumo[5].

Nel frattempo, mentre le presunte organizzazioni politiche propugnatrici della Giustizia e della Libertà (appunto, la Sinistra) si smarrivano nei labirinti del virtuale e del sovrastrutturale, a destra si recepiva l’antico insegnamento strategico sull’interazione politica-società, traendone evidenti vantaggi. Da qui il singolare esito (ossimorico) di una Destra “gramsciana”.

Che altro sarebbe – del resto – la costruzione berlusconiana di quel conglomerato di ceti – composto da abbienti e impauriti – che da vent’anni ne sostiene le fortune politiche? L’egemonia della “neoborghesia cafona” (quella – secondo Maurizio Ferraris – del “SUV parcheggiato in terza fila”), a immagine e somiglianza del suo creatore e sdoganatore Silvio Berlusconi.

Poco sembrerebbe interessare che questo pezzo della società italiana è minoritario, oscillando tra il 25 e il 30%, visto che dall’altra parte nessuno intende mettere in cantiere analoghe operazioni di segno contrario. Anche perché potrebbero portare alla sconvolgente scoperta che almeno una parte del blocco gramsciano – i colletti blu – è tuttora viva e vegeta; in attesa di una politica. La sempreverde questione della subalternità in cerca di rappresentanza che, nella tarda fase storica di dominio della New Liberal trajectory, diventa – per dirla con l’ultimo Harvey – mutazione del “proletariato” in “precariato”: «se mai esisterà un movimento all’altezza di questi nostri tempi e di questa parte di mondo, il problematico e disorganizzato ‘precariato’ dovrà esserne parte essenziale»[6].

D’altro canto la (pseudo)Sinistra italiana è tanto affascinata dal tema strategico del conflitto per la Giustizia e la Libertà da presumere di rilanciarsi eleggendo alla propria guida l’ultimo prodotto dello star-system nazionale: uno svelto ragazzetto, pronto a riproporre con una certa sicumera ricette blairiane (ovviamente liquidatorie dell’identità di sinistra) con un ritardo di vent’anni.

Tutto questo per ribadire che quella di d’Orsi è tutt’altro che un’operazione nostalgia; visto che i suoi intenti di intervento sono facilmente percepibili: se non un ritorno a stagioni in cui erano pensabili progetti radicali, almeno il recupero di un rigore intellettuale e morale smarrito; in assenza del quale la politica continuerà a essere un puro e semplice strumento di controllo sociale (tecnologia del potere), al servizio dell’autoperpetuazione di un’indistinta corporazione collusa nell’occupazione del Sociale (volgarmente detta “la Casta”).

Dunque, la riaffermazione dell’eticità nell’agire pubblico. Che per l’autore di Gramsciana potrebbe avere persino un qualche risvolto autobiografico: il rimpianto di “grandi caratteri” come l’antico comunista eretico – ormai introvabili in questa politica di nani, ballerine (e magari pure qualche malavitoso) – da parte di uno dei rari “caratteri” del dibattito politico italiano, quale lo storico torinese del pensiero politico e blogger di MicroMega Angelo d’Orsi.

Angelo d’Orsi, Gramsciana – saggi su Antonio Gramsci, Mucchi Editore, Modena 2014

NOTE

[1] L. Colletti, Intervista politico-filosofica, Laterza, Bari 1975 pag. 54
[2] D. Harvey, La crisi della Modernità, EST, Milano 1997 pag. 158
[3] M. Castells, Reti di indignazione e di speranza, Università Bocconi Editore, Milano 2012 pag. 198
[4] B. Manin, Principi del governo rappresentativo, il Mulino, Bologna 2010
[5] G. Debord, La società dello spettacolo, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008
[6] D. Harvey, Città ribelli, Il Saggiatore, Milano 2013 pag. 14

mi sembra piuttosto superficiale il giudizio sul povero Guy Debord, pensatore per nulla debole, dal solidissimo ancoraggio nell’opera di Hegel e Marx nonché nella tradizione del comunismo consiliare. la sinistra italiana – se con l’espressione ci si riferisce ai partiti centrosinistra – non è che ha dimenticato Gramsci. perché ha letto Debord! Magari! M Acerbo

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