MATTEO RENZI Breve fenomenologia di un Pieraccioni arrogantello

Renzi Berlusconidi Francesco D’Isa

La retorica è il più astuto dei serpenti, e cambia forma in base alla terra su cui striscia. Dalle nostre parti, ad esempio, assume spesso la forma della simpatia. Si tratta di una manifestazione solo apparentemente banale, che non va considerata con superficialità; già nel ‘23 Max Scheler le dedicò un trattato, Essenza e forme della simpatia, ponendola nientemeno che al centro della costituzione dell’identità. Il filosofo tedesco però la declassava rispetto all’amore, riconoscendola cieca di fronte al valore dell’altro. Eppure è proprio questa cecità a renderla particolarmente appetibile a retori e politici.
Matteo Renzi, da buon retore, politico e fiorentino, ha deciso di sfruttare a suo favore le potenzialità della “simpatia toscana”, e a differenza di altri conterranei famosi nel mondo (Fallaci, Prada, Bocelli e Zeffirelli tra gli altri), non solo ha rifiutato di piegare la propria lingua alla lima dell’universalità, ma è addirittura riuscito a trasformare il serpente della retorica in un’idra dalle mille (toscanissime) teste.
Chi avvicina questa creatura quasi mitologica noterà per prima la testa di Bartali, che col suo «l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare» dà lo spunto a una rottamazione che forse solo un toscano, se è davvero stufo, ha il coraggio di propugnare. Curzio Malaparte scrisse che «molti guai si sarebbero risparmiati, se Mussolini, invece di parlare dal balcone di Palazzo Venezia, avesse parlato dal terrazzino di Palazzo Vecchio», come dire, l’animo toscano, per quanto irriverente e ironico, è colmo di pietas, e non può far troppo male. È il popolo dello scherzo fatto sul serio e del serio preso per scherzo, di cui Amici Miei è il manifesto; un uomo nato in questa terra non può certo ricostruire il paese col cattivo umore: «A chi ci insulta rispondiamo con un sorriso» «Uno sbadiglio ci seppellirà.» «[…] questi leader tristi del Pd»; le parole del sindaco di Firenze lasciano capire che la prima lezione dello “Stil novo” sia combattere la noia col riso: entra in gioco la comicità, di cui i toscani sono indiscussi maestri. Ciondolando a destra e sinistra si sporge dall’idra la testa di Benigni, di cui Renzi imita le cadenze e con cui condivide – pare – anche una sana passione per Dante, che (leggete in toscano:) «[…] era un ganzo! Amava l’amore, amava la politica, amava le passioni forti. Detta male: gli garbava vivere». Ma dal celebre comico egli assorbe anche un certo modo di criticare, il «si fa per ridere eh,» con cui si può fare di tutto senza farsi odiare, dall’alzare la gonna alla Carrà a una veloce visitina ad Arcore all’epurazione di Fassina.
Grazie alla comicità, ai comizi del giovane politico il pubblico si sganascia senza freno; è tutto un ridere, uno spanciarsi: «Come farà a ridurre il debito pubblico di 400 miliardi in soli 3 anni?» (sempre in toscano:) «Se rispondo punto per punto, mi accuseranno di essere rimasto fermo al tempo in cui partecipavo ai telequiz!».«Cosa risponde al dossier pubblicato dall’Espresso?» (come sopra:) «…il piano esiste! L’hanno firmato non solo Verdini e Dell’Utri, ma anche Luciano Moggi, Licio Gelli, Jack lo Squartatore e Capitan Uncino». È evidente come Renzi abbia mutuato da Boccaccio la battuta alla Chichibio, un ottimo metodo per evitare confessioni imbarazzanti e dimostrare al contempo un’intelligenza sagace. Con una capriola ribalta quella che da Pirandello (L’Umorismo) a Tyteca (Traité de l’argumentation) era considerata la forza anti-retorica del comico, e grazie al coincidere del buffone col politico che vale il successo di Grillo, riesce ad asservire l’umorismo all’oratoria. Ha capito che l’Italia è un paese di paesini, dove l’uso di dialetti e localismi ottiene più simpatizzanti che non la padronanza della lingua “alta” – che pur proviene dal fiorentino. È grazie a questi che si propone in modo genuino, alla mano, persino nel risolvere gli attriti: «Abbiamo litigato, ci siamo chiariti davanti ad una bistecca alla fiorentina».

Bisogna però prestare attenzione; la toscanità non manca di trappole, come ad esempio l’umorismo erotico, inadatto a una campagna elettorale o alla gestione di un partito. L’idra renziana decide dunque di decapitare la testa spennacchiata di Ceccherini a favore di quella buona e ricciuta di Pieraccioni. Al pari dei personaggi del comico toscano, Renzi normalizza la carica dissacrante del dialetto, sostituendo all’eros profano un più conveniente amor cortese. Al sesso preferisce così l’esaltazione della bellezza, con l’uso reiterato di «l’è una ‘osa meravigliosa/straordinaria», talvolta anche doppio: «[…] le primarie sono un’occasione straordinaria e strepitosa».
Non manca poi il capoccione popolare di Panariello, che suggerisce un paterno «boooni…» quando la platea mostra segni di agitazione, e lascia intuire che i ruoli potrebbero essere invertiti, perché lui è uno di noi. L’idra della toscanità non tradisce neanche lo spirito della zingarata, e per le sue peregrinazioni utilizza un camper, dal quale si affaccia con una camicia bianca – talvolta a mezze maniche – probabilmente suggerita da un’altra delle sue teste, quella marrone di Carlo Conti.

Un vecchio proverbio toscano recita che “l’amore, l’inganno e il bisogno insegnano la rettorica”; cosa abbia spinto Matteo a quest’arte non è la domanda in questione, anche se è probabile che per ricostruire l’Italia sarà necessario calpestare questo serpente che la mastica impunito da decenni, e non limitarsi a nasconderlo sotto una palata di terra della maremma.

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