IL CASO SORGENIA DE BENEDETTI PIU’ DEBITI HAI PIU’ LE BANCHE TI PRESTANO DENARO

E’ proprio vero che più debiti hai e più ti prestano soldi. Se non altro per tenerti a galla. Se poi hai azionisti dal nome altisonante e bene introdotti, il gioco è ancora più facile. Sorgenia è una serissima holding alla testa di un gruppo nel settore dell’energia, controllata dalla CIR della famiglia De Benedetti e dagli austriaci di Verbund. Fon dall’inizio, il Monte dei Paschi di Siena ritenne utile avere e – tuttora detenere – un 1,2% del capitale. Per vicinanza forse di tipo democratico.

Ora Sorgenia non se la passa troppo bene e vediamo perchè.

Nel bilancio 2012, il gruppo ha registrato ricavi per circa 2,57 miliardi di euro, che però davano un utile operativo lordo “Ebitda” (cioè ante svalutazioni e ammortamenti) di appena 101 milioni.

E questo non per una congiuntura negativa o sfortunata, da addebitare tutto alla crisi. Dal 2000 ad oggi, come si può vedere dal vecchio business plan 2011-2016 (consultabile sul sito Sorgenia), l’Ebitda non è mai andato oltre i 190 milioni del 2008, 110 nel 2009, 164 nel 2010. Ed erano già picchi positivi!

Un po’ pochini, come profitti, per sostenere un debito bancario elevatissimo da sempre, pari a circa 1,75 miliardi.

Il business plan 2011-2016 redatto il 28 febbraio 2011 già dichiarava un debito di 2,2 miliardi (a fine 2010) che nel 2016 sarebbe calato a 1,17 miliardi.

I ricavi avrebbero dovuto nel frattempo salire dai 2,66 miliardi del bilancio 2010 a 4,79 miliardi nel 2016. Mentre l’Ebitda, da 164 milioni del 2010 doveva crescere a 746 nel 2016.

La trimestrale a fine settembre 2013, rispetto ad un debito monstre che resta a 1,75 miliardi, riporta invece dati operativi completamente diversi. Fra il drammatico ed il faceto: solo 1,7 miliardi di ricavi in 9 mesi 2013 (altro che i 3,9 miliardi su base annua 2013 indicati meno di due anni fa nel piano) e risultato operativo lordo di 116 milioni che diventano perdita netta di 434.
di BANKOMAT

Perché faceto? Perché in meno di due anni il management ha evidentemente registrato un fallimento previsionale e gestionale non comune.

Quanto sopra non sembri sterile pignoleria da contabili. Perché i numeri sono davvero colossali e il gruppo CIR che prima li pianifica sulle slides, a febbraio 2011, e poi li produce molto diversi, non è certo noto per la propria modestia manageriale e imprenditoriale.

Naturalmente si potrebbero meglio analizzare e comprendere varie ragioni di mercato, imprevisti, operazioni straordinarie. Non si entra qui nel dettaglio del piano industriale.

Un gruppetto di banche si ripartisce il debito SORGENIA: Intesasanpaolo, Unicredit, Mediobanca, alcuni grandi istituti esteri e almeno tre banche popolari (Banco popolare, Ubi e Popolare dell’Etruria). Ad esse Sorgenia chiederà sicuramente un “riscadenziamento” e uno stralcio. Mesi di negoziati, advisor in campo. Solite liturgie.

Si preparano quindi nuove perdite e nuove sofferenze per le banche, che in realtà pagheranno altri.

E poi si continua a parlare di credit crunch, di sofferenze che imballano il sistema, di ratios patrimoniali che impedirebbero le nuove erogazioni, ma di cosa si sta discutendo veramente?

A questo punto è anche lecito domandare: ma le popolari non erano banche del territorio, vicine alle PMI ed alle famiglie? Alla Famiglia De Benedetti, verrebbe da dire guardando Sorgenia.

Quando un imprenditore si reca nella filiale di una popolare, a Verona o a Brescia, ottiene finanziamenti quasi pari al fatturato? Per decine e decine di milioni?

Se avete una piccola e normale impresa, per ogni 100 mila euro di ebitda (l’utile prima degli interessi passivi, imposte e ammortamenti su beni materiali e immateriali. ) vi lasciano indebitare per 15 volte tanto?

Una recente indagine di Unimpresa rivela che le operazioni creditizie singole di importo sotto i 500 mila euro, che dovrebbero essere il cuore dell’operatività per PMI e famiglie, genera appena il 4,8% delle sofferenze. Insomma, convengono. Ma le banche preferiscono i Ligrestos, gli Zaleski, Alitalia e compagnia cantante.

Le banche italiane – e soprattutto le popolari – dovrebbero spiegare quante sofferenze nei loro conti sono dovute in realtà ai grandi e assurdi finanziamenti a pochi gruppi fortunati (le famiglie più famiglie di altre), e le dovrebbe scorporare in una grande bad bank, liberando capitale per le imprese normali. Sarebbe ora di farlo.

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