UNA POLEMICA INUTILE TRA VAURO E DARIO FO

1 – CARO VAURO, PERCHÉ ERO SU QUEL PALCO
Lettera di Dario Fo al “Fatto quotidiano”
Caro Vauro. Poche ore prima di ricevere la tua lettera con la quale mi chiedevi di “scendere da quel palco” montato a Genova per il V-Day, ricevevo una telefonata da Bari da parte di un responsabile del sindacato della Cgil della Puglia, che annullava la richiesta fattami alcuni giorni prima con la quale mi si invitava a intervenire a una loro manifestazione dedicata all’importanza della cultura e con riferimento alle lotte degli operai dell’Ilva. Con molto impaccio l’incaricato mi dichiarava che, per ragioni tecniche, non sarei potuto salire sul palco per parlare ai lavoratori e agli studenti.

Capii subito che la ragione di quel cambio di programma era senz’altro il discorso che avevo tenuto a Genova il giorno precedente, soprattutto in conseguenza della posizione che avevo preso prima e dopo la sentenza e durante il processo a proposito dell’intossicazione di massa causata dalle esalazioni provenienti dagli altiforni che avevano inquinato l’intera città.

Ma cosa mi ero permesso di dire precisamente a Genova davanti a qualche migliaio di intervenuti e, oltretutto, ripreso da tre emittenti televisive nazionali, per non parlare di quelle straniere? Mi ero solo lasciato andare a una breve analisi dei fatti inerenti l’acciaieria di Taranto e gli scarichi tossici, ricordando da quanti anni fosse esploso l’allarme di quella strage annunciata. Per inciso Franca, già nel 2006, aveva denunciato al Senato il protrarsi di quella mattanza che coinvolgeva anche mogli e bambini degli operai.

Come si è potuto da parte del governo e dei partiti, compresi quelli di sinistra per non parlare dei sindacati, tardare in modo così colpevole a prendere posizione e convincere quei lavoratori ad andare a morire pur di mantenere il proprio posto? Ricordavo anche che, proprio nel momento più duro dello scontro il Pd, nella persona del segretario del partito, Bersani, incassò sottobanco un milione di euro per indurre il partito stesso a dimostrarsi più accomodante verso i proprietari, tutti sotto processo e quindi condannati a una media di quattro anni di carcere ciascuno.

Nel mio intervento accennavo anche al vergognoso ricatto imposto da Marchionne al sindacato: “O accettate il mio programma e le mie proposte sul salario o tiro su baracca e burattini e trasloco tutta la Fiat in Romania!”. Per finire ricordavo di sfuggita la lotta tuttora in corso in Val di Susa a proposito del Tav.

Concludevo con la strage dei barconi di Lampedusa e l’inchiesta in corso sulle gravi responsabilità della Guardia costiera che, pur essendo in grado di intervenire in tempo, ha evitato di soccorrere quei 200 migranti, comprese donne e bambini, finiti in fondo al mare.

Sbaglio, Vauro, o le proteste su questi fatti ti hanno sempre trovato in prima linea e insieme abbiamo combattuto per anni queste prevaricazioni?
Ti dà fastidio forse che oggi anche il Movimento 5 Stelle si ritrovi con noi con le stesse idee e lo stesso programma? Il discorso di certo cambia con i sindacati. Evidentemente i dirigenti della Cgil non gradivano che io ripetessi più o meno lo stesso discorso a Bari, in quell’incontro dal titolo Cultura è lavoro. Perciò mi avevano ordinato, seppur con garbo, di scendere dal palco.

Mi spiace Vauro, ma sei stato anticipato. A ogni modo, mi ha creato un certo disagio notare che in quella tua breve lettera tu non faccia alcun accenno al mio intervento di circa mezz’ora che ho tenuto davanti a quella straordinaria assemblea composta da giovani e anziani, disoccupati e privi di prospettive, spesso disperati, che mi hanno ascoltato applaudendo e, in alcuni momenti, anche commossi e indignati al tempo.

Perché hai taciuto? Non hai fatto cenno nemmeno a uno dei numerosi temi, spesso drammatici, che andavo elencando. Eppure quante volte, nello stesso tempo, abbiamo condiviso, in anni e anni di lotte, quelle stesse istanze? Problemi che, guarda caso, erano pienamente condivisi anche da quelle migliaia di intervenuti in Piazza della Vittoria. Anche qui, come da parte dei sindacalisti di Bari, mi si era chiesto di parlare della cultura, legata al lavoro.

Era la prima volta da molti anni in qua, credo, che in Italia capitava di poter ascoltare qualcuno trattare, durante un intervento politico, di un fenomeno straordinario, cioè della nascita e dello sviluppo di una cultura unica al mondo nei secoli. Il tutto sottolineando il rispetto e l’alta considerazione in cui eravamo tenuti dai paesi dell’intera Europa. E, concludendo, chiedevo al pubblico: “Che cosa è successo? Perché siamo crollati a livelli da débâcle totale?”.

Dico la verità, caro Vauro, mi sarebbe piaciuto che nella tua lettera tu avessi fatto cenno a queste mie disperate parole, invece di indugiare su alcune feroci battute pronunciate da Grillo durante i suoi interventi. Una in particolare ti aveva offeso , quella in cui Beppe, rivolto ai dirigenti politici che compongono oggi il governo delle larghe intese, gridava: “Siete tutti morti, cadaveri!”.

Ecco, mi fa specie che questa negatività di linguaggio venga recepita da un satirico spietato e intransigente quale tu sei. Ti dirò che io stesso ho usato più di una volta forme paradossali e irritanti di quel genere. Ho messo in scena e recitato in tutta l’Italia per anni, fra gli altri, lavori con ballate dal sarcasmo macabro tratte dalla Commedia dell’arte, quali il dialogo fra Arlecchino e Razzullo, nelle vesti di becchini.

Questi due zanni, anticipando di un secolo e più Shakespeare negli stessi anni in cui Shakespeare scriveva l’Amleto, estraggono dalla tomba in cui verrà sepolta la bella vedova ossa di scheletri in quantità e subito riconoscono il personaggio del tempo in cui viveva. Sbeffeggiano la salma, ne ripetono battute e atteggiamenti.

Noi, nella ricostruzione, si riesumavano personaggi non di fantasia ma che ricordavano autorità decedute di recente dai trascorsi spesso infami, ma non ricordo che qualcuno si fosse indignato. Almeno, sto parlando degli spettatori, i critici in gran numero, invece, si sono detti orripilati da tanto cattivo gusto. È accaduto lo stesso “crac” psichico anche a te, Vauro? È indegno scherzare con i morti?

E allora cosa dire di Luciano di Samosata, che scendendo in visita nel-l’ade qualche secolo prima del nostro Dante, incontra laggiù addirittura lo scheletro semovente di Achille e, riconosciutolo, gli afferra con le due mani il cranio e gli sputa dentro le orbite vuote urlando: “Tiè! Tiè malnato!”? Di poi se ne va, ma ci ripensa, torna indietro, riafferra il teschio di Achille con le mani e gli risputa nelle orbite vuote.

Tu sei uomo di cultura fine e profonda, Vauro, quindi non puoi esserti dimenticato del finale dell’Amletodi Shakespeare dove, uno dietro l’altro, tutti i protagonisti dell’opera si eliminano a vicenda. La madre del principe di Danimarca trangugia una pozione di veleno e schiatta, l’amante divenuto suo marito (che ha eliminato il proprio fratello pur di farsi re) viene infilzato da parecchi colpi di spada, Laerte, il fratello di Ofelia appena sepolta, viene accoppato in duello da Amleto, il quale a sua volta viene trafitto e sta agonizzando, ma prima di schiattare riesce a dare sentenze veramente straordinarie. Insomma alla fine, sul palcoscenico, vediamo, uno appresso all’altro, una sfilata di cadaveri.

Qual è l’allegoria di quella strage? Ma è chiaro, tutti i regnanti della Danimarca (ma in verità qui si allude al regno d’Inghilterra) son solo degni di essere ammazzati, cancellati dalla Storia. A ‘sto punto come la mettiamo, Vauro? Ti prego, pronuncia qualche commento disgustato anche verso Shakespeare, noto autore di “brutte parole” truculenti. Oltretutto era autore di “verità assolute” e, facendo il verso ai grandi massacratori del suo regno, ripeteva sghignazzando i loro motti come “la vittoria è nelle nostre mani, non la getteremo ai porci!”.

Caro Vauro, io, ti giuro, non ho nessun risentimento nei tuoi riguardi e quando ti vedrò per esempio, sul palco di Servizio Pubblico, contornato da personaggi da contrappunto orrendo, mi guarderò bene dal gridarti: “Che ci fai lassù? Scendi, ti prego, compagno!”. Ma al contrario ti dirò: “Usa bene le tue battute, raccontaci storie divertenti e piene di ironia”, ché questo è il nostro mestiere di pagliacci.
RISPOSTA DI VAURO
Caro Dario,
Per prima cosa ti ringrazio per la tua bella lettera. Per seconda, sento il bisogno sincero di scusarmi con te. È vero, nella mia missiva non ho fatto cenno alle tue parole dal palco e avrei dovuto farlo. Tanto più ché le ho ascoltate e condivise, credo, con la stessa passione con la quale le hai pronunciate. Ho sbagliato e quando si sbaglia ci si chiede il perché. Ecco il mio perché: nelle mie orecchie le tue parole si erano perse, coperte dagli strilli di un pagliaccio.

Dovrei dire di un ex pagliaccio. Perché, a differenza di te e di me che pagliacci siamo e siamo rimasti, quel pagliaccio si è fatto capo. Il giullare che si fa re. Quando il giullare si fa re la magia della satira svanisce. Le stesse parole che dalla bocca del giullare hanno il suono triste e allegro dello sberleffo e del pernacchio, nella bocca del re assumono quello perentorio e arrogante dell’autorità.

Arlecchino danza con la morte,certo,e nella sua danza c’è tutta l’ostinata e gioiosa irriverenza verso ogni forma di potere. Se invece di Arlecchino è il re che balla con la morte non c’è più l’irriverenza ed è solo una danza macabra. Non mi sono mai piaciuti i capipopolo, quelli che parlano “alla pancia della gente”.

Mi piacciono ancora meno quando hanno dismesso il costume colorato di Arlecchino per indossare l’armatura cupa del condottiero infallibile. Non ti preoccupare Dario,non mi sono iscritto alla Cgil della Puglia. Il mio mestiere è ancora quello di pagliaccio. Noi due siamo pagliacci e tali vogliamo restare. Per questo sono certo che saremo sempre uniti dalla medesima disperazione e dalla medesima allegria.
Ti voglio bene.
Vauro

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