CAMPANIA INFETTA – UN’INFORMATIVA DELLA CRIMINALPOL INDICA CHE A FARE AFFARI COI CASALESI PER SMALTIRE RIFIUTI TOSSICI C’ERANO ANCHE LA INDESIT DEI MERLONI E LE COOP ROSSE

lo sconvolgente scenario disegnato da un’informativa della Criminalpol del 1996, che non è mai stata pubblicata e che non ha avuto seguiti giudiziari, ma che è finita qualche mese fa agli atti del processo in corso contro il “ministro dell’ambiente” dei casalesi, Cipriano Chianese…

Luca Ferrari e Emiliano Fittipaldi per “la Repubblica”

Le Cooperative rosse, la Indesit della famiglia Merloni, massoni di rango e industriali locali: gli uomini dei casalesi addetti al business miliardario del traffico dei rifiuti facevano affari con tutti. È questo lo sconvolgente scenario disegnato da un’informativa della Criminalpol del 1996, che non è mai stata pubblicata e che non ha avuto seguiti giudiziari, ma che è finita qualche mese fa agli atti del processo in corso contro Cipriano Chianese, considerato dai pm napoletani una sorta di «ministro dell’Ambiente» del clan del casertano.

Il documento, trovato da RE Inchieste e da L’Espresso, contiene verbali di interrogatorio inediti di Carmine Schiavone, e decine di intercettazioni tra «manager dell’Indesit» e lo stesso Chianese effettuate tra il 1994 e il 1996. Partiamo da Schiavone. La Criminalpol riporta una dichiarazione fatta dal pentito nel marzo del 1995, in cui – parlando del traffico di rifiuti tossici messo in piedi dal gruppo Bidognetti – si tirano in ballo le cooperative rosse, che qualche tempo prima avevano vinto un grosso appalto per la costruzione di una superstrada nel casertano.

«Nel 1986 iniziammo come clan dei casalesi a scavare dei terreni per fare rilevati per le cooperative rosse, che costruirono la superstrada a Casal di Principe. Nostre ditte che eseguivano i lavori in subappalto compravano questi terreni, oppure addirittura l’intero terreno, dopodiché si scavava e rimanevano queste buche».

Il clan capisce che le cave usate per la costruzione della strada delle coop possono trasformarsi in un nuovo, lucroso affare. Il pentito, le cui rivelazioni sui fanghi nucleari sono state desecretate pochi giorni fa creando sconcerto e paura nella Terra dei Fuochi, ne parlò subito con il suo capo. È il 1988: «Dissi a mio cugino, Francesco “Sandokan” Schiavone: “Guarda, possiamo incassare miliardi per l’immondizia; mio cugino rispose: “Che vogliamo fare? Vogliamo avvelenare Casale?! A quel punto io dissi: “No, allora non se ne fa niente».

Eppure, agli inizi del 1990, in una zona vicina a quei terreni i carabinieri scoprono i primi fusti tossici: l’operazione “monnezza” era iniziata. Carmine Schiavone raccontò di averne chiesto subito conto a Sandokan: «Mio cugino disse che non era stato lui, disse che stava “riempendo” Gaetano Cerci, Francesco “Cicciotto” Bidognetti e l’avvocato Chianese: «Mi disse chiaramente che era iniziato già da un paio d’anni il riempimento sistematico di fusti tossici, di immondizia di città e altro».

Una parte importante del documento è dedicata alle intercettazioni tra Chianese e alcuni dipendenti dell’Indesit, il colosso dell’elettronica di proprietà della famiglia Merloni. Al telefono con quello che è considerato l’inventore ci sono «Ghirarducci» ed «Esposito», probabilmente alti dirigenti Indesit (mai individuati né indagati, così come non risulta indagato nessuno dei dirigenti del gruppo che oggi si chiama Indesit Company) che avrebbero sfruttato i rapporti d’affari con i broker del gruppo criminale per far scomparire a poco prezzo gli scarti delle fabbriche dei Merloni.

La polizia è lapidaria: «È possibile accertare» si legge nell’informativa «un rapporto commerciale in atto tra l’indagato (Chianese) e la nota azienda per ciò che concerne il ritiro, il trasporto e lo smaltimento degli scarti del ciclo produttivo… L’attività di recupero rifiuti è infatti svolta dall’associazione di imprese Chianese-Giordano, che forte del beneplacito dei vertici amministrativi della Indesit opera con proprie regole e sostanzialmente fuori dai vincoli di legge».

Le intercettazioni sono decine: i manager parlano con gli uomini dei casalesi di fanghi da smaltire, di vernici, bolle di accompagnamento e giri di denaro. «Lavorammo per due anni» ha spiegato a L’Espresso l’ispettore Roberto Mancini «Tutto finì in una bolla di sapone. Non fu facile portare avanti l’indagine, ho avuto mille ostacoli»
.
Indesit Company ha precisato che «non era in nessun modo a conoscenza dei fatti ipotizzati nell’articolo, che questi risalgono a 18 anni fa e che ad oggi non vi è stata alcuna notifica formale da parte delle autorità competenti in materia né alcuna autorità, giudiziaria o amministrativa, ha mai nemmeno ipotizzato irregolarità di alcun genere nella gestione dei rifiuti da parte dell’azienda».

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