Le Quattro Giornate di Napoli 27 – 30 settembre 1943

«Sai cosa sono le Quattro giornate di Napoli?». Panico. I liceali napoletani, sottoposti al «quiz» storico dal Corriere del Mezzogiorno, tentennano, fanno scena muta, sorridono pensosi, citano un imprecisato «invasore» scacciato non si sa quando. Si aggrappano a Masaniello e persino ad Anna Magnani. Qualcuno però risponde con sicurezza, ricordando la resistenza napoletana ai nazisti del settembre 1943 e il film di Nanni Loy.

E’ una delle scene più drammatiche del bel film di Nanni Loy “Le quattro giornate di Napoli”. Uno dei tanti episodi-verità di quei giorni del fine settembre di 70 anni fa: la fucilazione del marinaio sulle scale dell’Università in corso Umberto. Lo ricorda una lapide, senza il nome di quel giovane che nel film viene interpretato da Jean Sorel.

I tedeschi lo trovano in divisa a camminare per la città tutto tranquillo. Lui non sa dell’8 settembre, non sa della resa, non sa che gli ex alleati di tre anni di guerra sono diventati nemici dopo il salto della quaglia italiano. Viene preso come altri, accusato di tradimento. E portato alla morte. I napoletani che assistettero alla scena, con tante donne, anziani e bambini, furono costretti a inginocchiarsi e ad applaudire. Tra loro, c’era anche Antonio Ghirelli, il giornalista scomparso, che ha spesso ricordato quello che vide.

Tanti anni sono passati, tra poco cominceranno le celebrazioni e i ricordi su quella rivolta spontanea che cominciò il 28 settembre del 1943 contro i tedeschi, che avevano già pianificato la ritirata verso il fronte di Cassino. E la scena del marinaio resta fissata nell’immaginario di tutti e nelle lapidi. Un marinaio rimasto a lungo senza nome. Anzi, in tanti, anche su Internet, lo ricordano genericamente come “marinaio livornese”.

In realtà, quel marinaio ha un nome e cognome. Era campano. Si chiamava Andrea Manzi ed era originario di una frazione di Ravello sulla costiera amalfitana. Aveva 24 anni e il nipote, oggi parroco di Ravello, don Giuseppe Imperato, chiede che il corpo dello zio sia trasferito nel Sacrario dei caduti di Ravello.

Era il 12 settembre del 1943, quando Manzi venne preso e fucilato dai tedeschi. La scena del film di Loy è girata dinanzi all’Accademia di belle arti, in realtà tutto avvenne sulle scale d’ingresso principale dell’Università. Andrea Manzi era nato nel 1919, era stato in licenza dalla mamma Angelina Rispoli che lo aveva incontrato nella frazione Lacco di Ravello, dove gli hanno intitolato una piazza. Per tornare in servizio a Napoli, era salito sui monti di Gragnano a piedi per poi prendere il treno a Castellammare di Stabia.

Girava, tranquillo. Non aveva ascoltato la radio, non aveva sentito l’annuncio del generale Badoglio. Sbandato, senza saperlo. Come tanti militari in quei giorni. Arrivò a Napoli e fu preso dai tedeschi in giro per la città. “Fatemi tornare da mamma mia”, disse. Poi, qualcuno lo sentì gridare, mentre lo fucilavano: “Oj ma’, nun aggio fatto niente!”.

Non un livornese, ma un giovane di Ravello sepolto nella tomba 66 a Ravello dal 17 marzo 1951. Il corpo, ricordano i suoi discendenti che hanno raccolto le memorie di famiglia, era crivellato di proiettili. Sfigurato. Il 28 settembre prossimo, proprio quei familiari racconteranno la storia di Andrea Manzi, in un convegno pomeridiano nella chiesa di Santa Croce a Napoli dove saranno ricordati quei giorni di 70 anni fa. Sarà l’occasione pubblica per gridare il nome di quel ragazzo, di cui scrisse Aldo De Jaco nel 1956, ispirando poi Nanni Loy nel film del 1962. A ciascuno il suo. Memoria, seppure in ritardo.

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