Siria, la politica è ferma agisca il cuore

di TIMOTHY GARTON ASH
È come se 18 milioni di britannici, uomini, donne e bambini fossero fuggiti dalle loro case a seguito della guerra civile che negli ultimi due anni ha lacerato il paese causando 280 mila morti e molti più feriti. Sono, rapportate alla Gran Bretagna, le cifre della tragedia siriana. E non se ne vede la fine.

Il Guardian documenta singoli episodi di questo disastro, commoventi storie di persone. Colpiscono più di qualsiasi dato. Ma anche i numeri sono eloquenti. Sono circa 6 mila i rifugiati che ogni giorno escono dalla Siria, un fiume di gente che mette a dura prova le risorse delle organizzazioni umanitarie internazionali e destabilizza i paesi limitrofi. I rifugiati siriani sono già il dieci per cento della popolazione giordana. È come se tutta la Bulgaria si trasferisse in Gran Bretagna.

Antonio Guterres, l’alto commissario Onu per i rifugiati, dichiara che non si registra una “crescita così spaventosa” del numero di sfollati e rifugiati dai tempi del genocidio del Ruanda, nel 1994. La catastrofe umanitaria non ha ancora raggiunto in termini assoluti le dimensioni delle maggiori tragedie degli ultimi anni, come l’inondazione del 2010 in Pakistan, ma la Siria ce la sta mettendo tutta per stare al passo.
Inoltre gli effetti politici a catena sono potenzialmente assai maggiori di quelli di un qualsiasi semplice tsunami, siccità o terremoto. La guerra civile e per procura in atto in Siria ha riaperto l’antica ferita del rapporto sunniti-sciti in tutti i paesi limitrofi. L’Iran, Hezbollah e gli sciiti iracheni appoggiano le forze del presidente Bashar al-Assad contro i nemici interni ed esterni sunniti. Il sangue scorre più dell’acqua attraverso le frontiere arbitrarie, postcoloniali, della regione. A fianco dei sunniti ci sono gli stati-patroni islamici , come l’Arabia Saudita e la Turchia, mentre la Russia arma le forze di al-Assad contro i ribelli, sostenuti (a livello molto sperimentale) dagli Usa – quasi fossimo tornati alla guerra fredda.

La Siria rientra anche in un discorso più ampio, riferito agli sfollati e ai rifugiati, che stando ai dati Unhcr toccavano alla fine del 2012 in tutto il mondo la cifra record di 45 milioni di individui, il massimo registrato da 18 anni a questa parte. Ogni 4 secondi una persona è costretta a lasciare la propria casa, questo il tasso attuale. Tempo un altro anno o due e nel Medio Oriente esteso si arriverà ad un numero di rifugiati e sfollati pari all’intera popolazione dell’Inghilterra (circa 56 milioni).

“Bisogna fare qualcosa!” gridiamo, mentre facciamo le valigie per andare in vacanza. Ma cosa? Un intervento militare deciso e imponente, l’unico che sconfiggerebbe Assad, porterebbe ad un nuovo Iraq. Il non intervento significherebbe accettare una nuova Bosnia. La storia degli interventi militari occidentali nella regione è disastrosa. Ma la tesi secondo cui il non intervento, militare o meno, resti comunque l’alternativa più valida a livello morale, onestamente, non regge .

La Siria esige un ripensamento del rapporto tra politica e azione umanitaria. Non più tardi di questo mese l’ex ministro degli esteri britannico, David Miliband, rifletteva sul tema in occasione del discorso tenuto prima di abbandonare la carriera di politico a Londra per iniziare una seconda vita a capo di un’organizzazione umanitaria, l’International Rescue Committee (Irc) – a New York.

Da un lato il suo operato morale in questa veste sarà più semplice di quanto potesse essere in precedenza, o possa forse ancora essere al presente e in futuro, il suo operato politico. Da un lato organizzare tendopoli per alloggiare persone in stato di disperata necessità significa senza ombra di dubbio fare del bene, più che dire mezze verità per conquistare voti. In tal senso David può ben esclamare “è la cosa di gran lunga migliore che io abbia mai fatto “. Ma forse molto meno efficace delle azioni che suo fratello Ed potrebbe avere l’opportunità di intraprendere se diventasse premier.

L’aiuto umanitario nei disastri provocati dall’uomo per natura cura i sintomi e non le cause. Un intervento efficace sulle cause politiche del disastro siriano sarebbe più valido di qualunque azione umanitaria. Se gli Usa, l’Europa e la Russia davvero unissero le forze per fermare l’escalation del conflitto, bloccando tutte le forniture di armi su cui esercitano un influsso, per passare poi ad un negoziato che coinvolga tutte le parti in causa interne e le potenze esterne, incluso l’Iran sotto il suo nuovo presidente, potrebbero ottenere qualche buon risultato. Ma questo semplicemente non accade, né è verosimile che accada nel prossimo futuro.

Il primo ministro britannico David Cameron recentemente ha definito la situazione interna in Siria come una “fase di stallo”. La posizione militare di Assad è in qualche misura rafforzata, e nell’opposizione cresce l’estremismo settario. Pressato sulla no-fly zone dai rifugiati siriani infuriati del campo profughi di Zaatari, una tendopoli talmente popolata da essere definita la quarta città giordana, il segretario di stato americano John Kerry ha spiegato che “sono all’esame varie diverse alternative “. Traduzione: Washington non ne vede di valide. Non vale come scusa per abbandonare l’azione politica. Ma dato che quest’ultima è bloccata, l’aiuto umanitario assume ancora più carattere vitale.

Fino a che i chirurghi non interverranno infine sulle cause della malattia, dobbiamo continuare a cambiare le bende, alleviare il dolore e nutrire il paziente. Ma anche qui non si fa abbastanza. I governi hanno coperto solo un terzo degli obiettivi di finanziamento fissati dall’Onu per l’assistenza umanitaria in Siria. Questo significa un carico ulteriore sulle organizzazioni umanitarie, ma Oxfam dichiara che finora ha raccolto offerte solo per un terzo dell’obiettivo di 30 milioni di sterline fissato per la Siria. Dopo quattro mesi di campagna il Disasters Emergency Committee, con sede nel Regno Unito, che raccoglie una serie di associazioni benefiche, ha raccolto solo 17 milioni di sterline. Ai tempi dello tsunami in Asia raccolse invece in sei mesi 392 milioni di sterline, per il terremoto ad Haiti 107 milioni.

A quanto pare i disastri naturali, con le loro immagini scioccanti di vittime percepite come innocenti, ci spingono ad essere più generosi di quanto non facciano i conflitti politici. La campagna a favore di Gaza organizzata nel 2009 dal Disasters Emergency Committee ha raccolto solo poco più di 8 milioni di sterline, quella del 2008 per la Repubblica Democratica del Congo 10,5 milioni. È forse comprensibile, ma non razionale. Perché le sofferenze derivanti alle persone dalla cosiddetta “volontà di dio” dovrebbero essere tenute in maggiore considerazione di quelle patite da innocenti come risultato delle lotte che i loro compatrioti combattono in nome di dio?

Scrivendo di affari internazionali sono stanco di invitare i governi ad agire, consapevole che nove volte su dieci non lo faranno. Questa volta chiudo con un invito più semplice. Prima di partire per le vacanze, facciamo tutti un’offerta per gli aiuti umanitari in Siria. È quello che farò subito anch’io

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