Quando un genio come Orson Welles mi distrugge altri geni

“SOGNAVO UN FINALE ALLA VERDI” Peter Biskind

Henry Jaglom entra nel ristorante, il Ma Maison, Los Angeles. Orson Welles fatica ad alzarsi dalla sedia per salutarlo. Si abbracciano e si baciano sulle guance all’europea. «Molto bene, cosa mangiamo?» chiede Welles. «Proverò l’insalata di pollo» risponde l’amico. «Non farlo! A te non piacciono tutti quei capperi». «Chiederò di togliermeli». «Sono così indaffarati oggi, sarebbe il giorno ideale per mandare indietro un piatto allo chef». Jaglom accende il registratore e la conversazione ha inizio.
Non ho mai capito perché non ti piace Woody Allen.
«Lo detesto. Anche dal punto di vista fisico. Non mi piace quel genere di uomo».
Lo hai conosciuto?
«Oh sì. Sopporto a stento di rivolgergli la parola. Ha la malattia che aveva Chaplin. Quella particolare coesistenza di arroganza e timidità mi dà veramente sui nervi».
Ma non è arrogante, è timido.
«È arrogante. Come tutti quelli che hanno una personalità timida, ha un’arroganza senza limiti. Chiunque parli piano e in compagnia corrughi la fronte è incredibilmente arrogante. Agisce da timido, ma non lo è. È spaventato. Si detesta e al tempo stesso si adora e questo crea una situazione di forte tensione. Sono le persone come me che invece devono andare avanti fingendo di essere modeste».
Credi che si prenda molto sul serio?
«Molto, molto sul serio. E penso che i suoi film lo dimostrino. Secondo me è la cosa più imbarazzante al mondo: un uomo che si presenta nel peggiore dei modi per strappare qualche risata, per liberarsi dalle sue fobie mentali. Tutto ciò che fa sul grande schermo è puramente terapeutico».
Non sono d’accordo. E non approvo neppure i tuoi giudizi su altri attori. Non ho digerito quello che hai detto di Marlon Brando.
«È per quel suo collo… è come una grossa salsiccia, una scarpa fatta di carne».
Dicono che non sia molto intelligente.
«Beh, la maggior parte degli attori non lo è. Larry (Lawrence Olivier, ndt) è molto stupido, dico sul serio. Credo che l’intelligenza sia un handicap in un attore».
Dicono che sia stato tu a rovinare la Hayworth in quel film (La signora di Shanghai, ndt). Che tu le abbia tagliato i suoi famosi riccioli e tinto quello che rimase di biondo senza dirlo al produttore.
«Sì, quella doveva essere la mia vendetta per avermi lasciato. Le ho fatto interpretare un’assassina e le ho tagliato i capelli e via dicendo. Mica male come reazione psicologica, no? Perché desideravo vendicarmi? M’aveva mollato solo perché scopicchiavo in giro, ma è vero che la cosa è dura da sopportare per una ragazza».
Rita credette alla storia della vendetta?
«No, mai. Lei ha sempre pensato che quello fosse il miglior film della sua vita. Difese me e il film. Volevo fare un filmetto commerciale carino, con una ragazza che mi ero portato dietro da Parigi e concludere il tutto in una ventina di giorni. Non avrei ricevuto finanziamenti per quel film. Così Rita venne da me, chiedendomi di poter recitare. Ovviamente le dissi di sì. E così, all’improvviso mi ritrovo con quella ragazza tutta miele e burro, con la quale mi ero lasciato da un anno, di nuovo immerso nel mio matrimonio e nel film».
Non eravate ancora divorziati?
«No. E così ci ritrovammo. Doveva accadere, non c’era modo di dirigere il film altrimenti.
Mi trasferii da lei. Per me non fu come lavorare con un’ex moglie, perché ci amavamo ancora. Poi i parrucchieri e la gente le diedero la caccia. Inventarono storie di ogni tipo su quelle che secondo loro mi portavo a letto. È una cosa tipica di Hollywood… Lei era molto sospettosa nei confronti di tutti. Era stata molto ferita in vita sua, e non credeva che non le avrei mai fatto una cosa del genere. Così mi cacciò. E io ne fui devastato».
Avresti voluto restare con lei? Anche se era alcolizzata e depressa?
«Sì. Perché sapevo che aveva un bisogno disperato di me. Io sarei rimasto con lei fino alla sua morte. Non c’era nessun altro che si sarebbe preso cura di lei come avrei fatto io».
E oltretutto l’amavi ancora.
«L’amavo, sì. Molto. Ma a quei tempi non dal punto di vista sessuale. Dovevo eccitarmi prima di andarci a letto. Era diventata… una figura lussuriosa, mentre lei voleva essere una semplice casalinga. E con me era stata meravigliosa, assolutamente meravigliosa. Quando le dissi: “Voglio lasciare il cinema e il teatro. Ci stai a farlo insieme a me?” lei rispose “Sì”. Poi, in seguito, quando ero a Roma a lavorare in Otello, mi mandò a chiamare. Mi disse “Vieni da me, stanotte”. Ad Antibes. Non mi disse perché e io pensai che le fosse accaduto qualcosa di tremendo. Non c’era un volo commerciale e dovetti prendere un cargo, viaggiare in piedi in mezzo a un mucchio di scatole. Arrivai all’albergo e salii in cima, fino alla suite. Lei spalancò la porta: era lì in negligé, con i capelli sciolti. Era meravigliosa. La suite era stracolma di fiori. Rita mi guardò, con le lacrime agli occhi e mi disse: “Avevi ragione. Noi apparteniamo l’uno all’altra. Avevo torto”. Ma io a quel punto avevo perso la testa per quella piccoletta italiana, bruttina (presumibilmente l’attrice Paola Mori che poi fu la sua terza moglie, ndt), che me ne ha fatte passare di tutti i colori… dovevo averla».
Quella con la faccia a cucchiaio…
«Dovevo dirlo a Rita. Così le dissi: “Mi dispiace molto, ma c’è una ragazza della quale mi sono innamorato. È troppo tardi”. Lei pianse e con tristezza mi disse: “Va bene, ma questa notte resta con me. Tienimi abbracciata mentre dormo”. E io lo feci. La tenni abbracciata e non accadde altro. Il braccio quasi mi si irrigidì. Con la coda dell’occhio guardai l’orologio per capire se riuscivo a prendere il primo volo del mattino per tornare a Roma. Partii il giorno seguente. Cinque giorni dopo Rita sposò Aly Khan. Non vedeva l’ora di smettere di fare l’attrice di cinema. Ed è per questo che corse tra le sue braccia».
Tu non impazzisci per Ingrid Bergman.
«No, non è un’attrice. È a malapena capace di recitare un’unica scena».
Ma quando lei e Bogart recitano insieme in Casablanca…
«Quello è un film che mi è piaciuto moltissimo. Penso che sia stato un ottimo esempio di Schwarmerei (utopia, estasi, ndt) ben congegnato, con la giusta dose di tutti gli ingredienti e stronzate varie. E naturalmente ha avuto una fortuna incredibile, perché lo hanno fatto a mano a mano, recitavano senza sapere come sarebbe andata a finire la storia. Non sapevano quello che sarebbe accaduto o perché. E tutti non vedevano l’ora di finirlo. Bogart mi disse: “È il film peggiore nel quale io abbia mai recitato” ».
«Gli americani capirono Quarto Potere, gli europei no. La prima cosa che seppero era che Jean-Paul Sartre l’aveva attaccato con violenza, scrivendo un lunghissimo pezzo di circa quarantamila parole»
Beh, forse si ritenne offeso da un punto di vista politico.
«No. Io penso che in sostanza dipese dal fatto che Quarto potere è una commedia».
Dici davvero?
«Certo, nel senso classico della parola. Non una commedia da ridere a crepapelle, ma una commedia nel senso che fa la parodia ai simboli tragici».
Non ho mai pensato a Quarto potere come a una commedia. È molto commovente.
«È commovente, ma le commedie possono essere davvero commoventi. Sartre, che non aveva alcun senso dell’umorismo, non seppe proprio capirlo. Quando non faceva il filosofo tedesco, cosa che era bravo a fare, la maggior parte di quello che scriveva come critico teatrale o politico era pieno di stupidaggini».
«Penso proprio che dovrei pensare, molto seriamente, di andare a Cannes, quest’anno. L’importanza culturale del Festival è svanita anni fa. Adesso è soltanto un mercato ma, ricevere uno dei premi migliori, aiuta la carriera. Sai, quelli di Cannes sono praticamente miei schiavi. Ma non voglio andarci come ospite, se posso evitarlo. Lascerò che mi paghino l’albergo, purché non mi obblighino a fare qualcosa».

Scommetto che vogliono darti un premio o qualcos’altro.
«Lì essere americano è uno svantaggio. Non gli piace dare la Palma d’Oro agli americani. Tutti i lavori che ho proposto loro li ho sempre presentati come italiani o spagnoli o marocchini».

Tu hai scritto a Chaplin l’intero copione di Monsieur Verdoux?
«Sui titoli si leggeva “Basato su un suggerimento di Orson Welles”. Sembrava qualcosa che gli avessi raccontato una sera a cena… Avevo un copione e dovevo dirigere lui. Per due anni mi ha tenuto in sospeso e alla fine ha detto: “Non posso. Devo farlo io”. Non voleva essere diretto. Ha detto “Voglio comprartelo”. Io ho risposto: “Certo, Charlie. Sono d’accordo”. Praticamente gliel’ho dato. Ho detto: “Lascio decidere a te il prezzo”. E mi è arrivato un assegno di 1.500 dollari, una cosa del genere. L’uomo più spilorcio mai esistito sulla terra! Tu lo ami, io no. E non l’avresti amato nemmeno tu se avessi passato quello che io ho passato con lui. È stata davvero dura e provo disprezzo per lui, perché ho lavorato molto. Gli ho offerto qualcosa perché gli volevo bene. In realtà, Chaplin era profondamente stupido per molti aspetti. Era così strano, grandi tratti di stupidità sentimentali con quei lampi di genio».

«Non ho mai capito il culto per Hitchcock. Soprattutto quello relativo ai suoi ultimi film americani. Non riconosco la mano dello stesso regista!».

Decise di puntare alla notorietà.
«Egocentrismo e pigrizia. E sono tutti film illuminati come show televisivi. Quando poi ha iniziato a usare il colore, ha smesso di guardare nella cinepresa. Ho visto uno dei film peggiori che mi siano mai capitati di vedere l’altra sera. Quel film di Hitchcock nel quale Jimmy Stewart guarda dalla finestra…».
«Ogni cosa è assolutamente stupida in quel film. C’è un’insensibilità assoluta nei confronti di come potrebbe essere una storia di voyeurismo. Ti dico io che cosa c’è di sbalorditivo in quel film: scoprire che Jimmy Stewart può essere un pessimo attore. Perché in quel film è veramente un pessimo attore. Perfino Grace Kelly è meglio di lui ».
Ce n’è un altro, atroce, con Jimmy Stewart e Kim Novak.
«La donna che visse due volte. Sì quello è pure peggio».
Ma anche La congiura degli innocenti…
«Era in piena senilità».
Macché senilità… quel film lo ha fatto prima.
«Io credo che fosse affetto da senilità ben prima di morire. Era vivo, ma continuava ad addormentarsi quando gli parlavi».
Almeno Cinecittà è bella.
«Beh, è la soluzione migliore del mondo e il miglior studio cinematografico al mondo. Lo fece costruire Mussolini, lo sai? E gli italiani, che mi disprezzano sempre, adesso per qualche strano motivo sembrano ansiosi di essere gentili. Vogliono concedermi l’onorificenza più importante in Italia. Non so qual è, ma quale che sia mi renderebbe cittadino onorario di Roma. D’altro canto devo confessarti una cosa interessante sull’Italia. È un paese che non ha mai avuto una vera star anziana. Mai. Gli italiani non amano nessuno che abbia superato i quarant’anni. Sono come gli americani: tutto e tutti devono essere sempre giovani».
«I registi sono dei poveracci che viaggiano con pochi bagagli. Arriviamo col necessario per pernottare, e ripartiamo senza niente. Ci sono nomi di persone nei titoli dei film più importanti di cui non si è mai saputo più niente, lo sai? Ora che la mia carriera è solo un ricordo sono ancora qui, come una sorta di monumento, ma verrà il momento in cui di colpo sparirò completamente di scena, come se sotto mi si aprisse una botola. In verità, avrei preferito di gran lunga un finale alla Verdi».
E cioè?
«Verdi fece cose splendide da giovane. Molto giovane. Divenne molto famoso, poi trascorse la mezza età a controllare la produzione della sua musica, a orchestrare i suoi lavori precedenti. Cose banali. Poi, da vecchio, un giorno qualcuno gli disse che Wagner era morto. E lui si riprese. E dopo non aver fatto niente per decenni, scrisse le cose migliori negli ultimi anni della sua vita».

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Un pensiero su “Quando un genio come Orson Welles mi distrugge altri geni

  1. Infine, il film di Nolan (in questo non è il solo) guarda oltre lo spettatore cinematografico e le sue abitudini di visione, perfino oltre lo spettatore ludico e ironico della Terza Hollywood. Sarebbe eccessivo sostenere che il passaggio in sala ha ormai un mero valore promozionale per l’uscita in dvd, ma è certo che Inception contempla almeno due tipi diversi di visione: quella immersiva nel “cubo opaco” del cinema, e quella analitica e casalinga in dvd. Sul supporto elettronico la visione si avvicina alla lettura e, per dirla con il Parsifal, “il tempo diventa spazio”: il testo non è più un ottovolante che trascina lo spettatore in apnea dall’inizio alla fine di un percorso narrativo tutto sbalzi e precipizi, ma un mondo che si offre, docile, a essere esplorato in ogni direzione, che si lascia percorrere in avanti e indietro o immortalare nel fermo immagine a caccia di dettagli nascosti… per poi, chiaramente, ritrovarsi a parlarne in quel “verminaio di glossatori” (così Marinetti su Dante) che sono ormai i forum di discussione online. Inception è un film che si offre allo studio, ma non solo a quello dei fan. Anzi, si candida a formar parte della poco studiata famiglia dei “cult accademici”: i film che, tra i mille diversi pubblici a cui si rivolgono, lanciano l’amo anche a quello ristretto ma a suo modo influente dei cultori dei film studies. Lars von Trier e Michael Haneke sono maestri in questo ammiccamento teorico spesso furbesco, e Nolan non è da meno. Lo studioso di cinema, infatti, va in brodo di giuggiole quando può ritrovare, messe in bella mostra, tutte le sue amusettes teoriche: il discorso sui generi e le loro ibridazioni, la struttura temporale del racconto, la riflessione sullo statuto ontologico dell’immagine filmica, l’eterna ruminazione narratologica e filosofica sull’autore (chi sogna chi, in Inception?), e via discutendo in una infinita – e utilissima – palestra ermeneutica.

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