ACQUA PUBBLICA BENE COMUNE: IL MIO VOTO VA RISPETTATO

E’ in atto un tentativo di disconoscere i risultati del referendum sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali riproponendo norme abrogate. Addirittura l’Europa ha richiesto al governo italiano di avere informazioni sulle decisioni che intende prendere nonostante gli esiti referendari». La festa del 13 giugno è stata guastata dalla manovra di agosto (la stessa che contiene il famigerato articolo 8 sulla libertà di licenziare) e poi dalla “legge di stabilità” che ripropongono e rafforzano l’obbligo “europeo” di privatizzazione dei servizi pubblici locali in barba al risultato referendario. E’ vero, nelle norme contestate c’è scritto fra parentesi che il servizio idrico è escluso ma, secondo Gaetano Azzariti, che insegna diritto costituzionale alla Sapienza, «nessuna ragione politica può giustificare l’ultrattività di una norma abrogata». La Consulta è stata chiara quando, all’ammissione dei referendum, lo scorso gennaio, ha spiegato che l’abrogazione avrebbe riguardato tutti i servizi pubblici di rilevanza economica. Tanto la manovra quanto la legge di stabilità, così si chiama d’ora in poi la Finanziaria, sono state approvate a tempo di record sull’onda dell’emergenza. Per questo il già asfittico dibattito parlamentare ha avuto ancora meno ossigeno del solito e nemmeno l’uomo del Colle s’è accorto che l’articolo 75 della Carta stava andando a fare compagnia all’11 e al 21 e a tutti gli altri già nel cestino. Così i referendari, che sono un potere pubblico, hanno deciso di ingaggiare un conflitto di attribuzioni, un ricorso, sull’incostituzionalità dell’articolo 4 della manovra e delle altre norme che rendono inesigibile un risultato referendario straordinario. Non solo la montagna dei voti ma anche la partecipazione attiva dei cittadini alla campagna referendaria – è stato calcolato che almeno 4 milioni di persone hanno distribuito volantini o diffuso messaggi in rete – hanno determinato quella che Severo Lutrario definisce «una messa in mora del ventennio liberista». Lutrario, Azzariti e Marco Carsetti del Crap, il comitato romano, hanno presentato ieri le ragioni e gli itinerari del corteo nazionale di sabato prossimo. Anche il secondo quesito, quello che ha abrogato la possibilità di inserire in bolletta un 7% come remunerazione del capitale investito, ossia il profitto, non viene rispettato da quasi nessuna delle numerose controparti del popolo dell’acqua pubblica e dei beni comuni. Alla giungla tariffaria, infatti, corrisponde una varietà di soggetti – enti locali, Ato, società miste o in house – gestori che non ne vogliono sapere di ritoccare le tariffe. Nemmeno la “progressista” Puglia. La parola d’ordine scelta dai comitati ribalta la dialettica consuetudinaria: per la prima volta un movimento promuove una campagna di “obbedienza civile“. E’ una modalità – complicata dalla giungla di cui sopra – per «rideterminare le tariffe, decurtando autonomamente quella quota e rimettendo in gioco i 27 milioni di sì altrimenti espropriati», continua Lutrario raccomandandosi di non chiamarla autoriduzione. Servirà una mappatura, certo, ma intanto i comitati hanno già inviato una diffida ai 90 Ato refrattari alla rimodulazione.

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